Il gup di Catanzaro ha rinviato a giudizio Domenico Bonavota, 41 anni, ritenuto il capo dell’ala armata dell’omonima famiglia di Sant’Onofrio (difeso dagli avvocati Nicola Cantafora e Vincenzo Gennaro), accusato di essere uno dei mandanti dell’agguato costato la vita a Domenico Belsito, gravemente ferito a Pizzo nel marzo del 2004 e morto dopo due settimane di agonia all’ospedale Jazzolino di Vibo Valentia. Insieme a lui vanno a processo anche Salvatore Mantella, 47 anni di Vibo (assistito dagli avvocati Diego Brancia e Riccardo Caramello), e Onofrio Barbieri, 41 anni di Sant’Onofrio (difeso dall’avvocato Sergio Rotundo). Tutti e tre hanno optato per il rito ordinario e nei loro confronti il processo si aprirà dinnanzi alla Corte d’assise di Catanzaro il prossimo 17 marzo.
Ammessi all’abbreviato
Hanno invece scelto il rito abbreviato gli altri quattro imputati. Si tratta di Pasquale Bonavota, 47 anni, di Sant’Onofrio (attualmente latitante); Nicola Bonavota, 45 anni, di Sant’Onofrio (fratello di Pasquale); Francesco Salvatore Fortuna, 41 anni, di Sant’Onofrio; e del collaboratore di giustizia Andrea Mantella, 49 anni, di Vibo Valentia. Secondo l’accusa, proprio quest’ultimo avrebbe dato mandato al cugino Salvatore Mantella di uccidere Domenico Belsito e a sparare materialmente sarebbe stato Francesco Scrugli (ucciso nel marzo del 2012 in un agguato al Pennello di Vibo Marina nell’ambito della faida tra i Piscopisani e i Patania di Stefanaconi). Nei confronti dei quattro imputati che hanno scelto il rito abbreviato la requisitoria del pm antimafia Andrea Mancuso proseguirà il prossimo 16 marzo.
L’agguato al bar e l’auto bruciata
Domenico Belsito è stato gravemente ferito la sera del 18 marzo 2004 mentre si trovava in un noto bar di Pizzo. Era appena sceso dalla sua auto quando è stato raggiunto da numerosi colpi d’arma da fuoco da un commando che ha fatto subito perdere le proprie tracce. Poche ore dopo l’agguato l’auto sulla quale viaggiavano i killer è stata trovata in fiamme dai carabinieri vicino un masseria a pochi chilometri di distanza. La vittima invece è deceduta l’uno aprile all’ospedale di Vibo Valentia dopo due settimane di agonia e nonostante i disperati tentativi dei medici di salvargli la vita.
La scambio di killer e il tentato omicidio Franzè
Gli inquirenti sono riusciti a ricostruire i dettagli dell’omicidio e a individuare il presunto movente: una relazione extraconiugale con la sorella di un altro affiliato che nei codici arcaici della ‘ndrangheta è assolutamente vietata. Il laborioso lavoro investigativo, ricostruito dalla Direzione distrettuale antimafia, nonostante il lungo arco di tempo trascorso dall’efferato evento che scosse all’epoca la tranquilla cittadina napitina, ha individuato nei vertici della Locale Sant’Onofrio i presunti mandanti e negli elementi dell’emergente gruppo criminale di Andrea Mantella (oggi collaboratore di giustizia) i presunti esecutori materiali del brutale omicidio, maturato nell’ambito di logiche di scambio, finalizzate a sancire l’alleanza tra i due sodalizi ‘ndranghetistici. La spedizione di morte, infatti, ha fatto seguito, a pochi giorni di distanza, al raid punitivo eseguito da killer della Locale di Sant’Onofrio presso l’abitazione di Antonio Franzè, 66 anni, rimasto ferito alla spalla destra da colpi di arma da fuoco. Un tentato omicidio per il quale dovranno rispondere Salvatore Mantella, Francesco Salvatore Fortuna e Domenico Bonavota. Franzè doveva morire perché – secondo quanto emerso dall’inchiesta – avrebbe mancato di rispetto a Mantella sminuendone in città la sua reputazione.
Il collegio difensivo
I sette imputati sono difesi dagli avvocati Salvatore Staiano (oggi sostituito in aula dal legale Vincenzo Maiolo Staiano), Diego Brancia, Vincenzo Gennaro, Nicola Cantafora, Sergio Rotundo, Tiziana Barillaro, Riccardo Caramello e Manfredi Fiormonti.
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