× Sponsor
14 Febbraio 2026
8.5 C
Calabria
spot_img

Rinascita Scott, politica al servizio dei clan. I pentiti parlano di Giamborino

spot_imgspot_img
spot_imgspot_img

di Maria Teresa Improta – Appalti pilotati e l’ipotesi di una sentenza del Tar “comprata” per garantire lavori pubblici alle ditte vicine ai clan. Alla sbarra nel troncone cosentino del maxiprocesso Rinascita Scott che intende far luce sui legami tra le cosche vibonesi e la zona grigia di politica, imprenditoria e istituzioni calabresi appaiono tre imputati. Si tratta dei due ex consiglieri regionali del Pd Nicola Adamo di Cosenza e Pietro Giamborino di Piscopio accusati in concorso con l’ingegnere Filippo Valia di traffico di influenze illecite con l’aggravante di aver agito per favorire la ‘ndrangheta. I tre si sarebbero impegnati, con ogni mezzo, per far annullare dal Tar di Catanzaro l’aggiudicazione di un appalto da sei milioni di euro bandito dalla Provincia di Vibo Valentia e finalizzato a mitigare il rischio idrogeologico dell’ex tracciato della Ferrovia Calabro Lucana, sui versanti Affaccio – Cancello Rosso – Piscopio – Triparni e nella frazione di Longobardi. Oggi innanzi al collegio giudicante del Tribunale di Cosenza, presieduto da Carmen Ciarcia con a latere i giudici Iole Vigna e Formoso, i collaboratori di giustizia Raffaele Moscato, Bartolomeo Arena e Andrea Mantella hanno risposto alle domande del pm della Dda di Catanzaro Andrea Mancuso.

Il collaboratore di giustizia Moscato: “Tutta Piscopio votava Giamborino”

“Collaboro con la giustizia dal 2015 – ha spiegato il pentito 36enne Raffaele Moscato – ovvero da quando ho deciso di cambiare vita e allontanarmi dal clan dei Piscopisani ai quali ero affiliato. Ho commesso tutti i tipi di reati dalle estorsioni alle gambizzazioni, tutti tranne lo sfruttamento della prostituzione. Sono stato condannato per essere stato l’esecutore materiale dell’omicidio Patania, che fu tra i delitti più significativi della faida tra i Piscopisani e i Patania – Mancuso. A decidere le azioni omicidiarie erano Rosario Battaglia e Rosario Fiorillo, sono cresciuto nelle loro famiglie, li conosco da sempre. I voti a Giamborino li avevano raccolti i Piscopisani. Lo abbiamo fatto eleggere noi e lui si metteva a disposizione per gli appalti. Tant’è che andò a casa di Rosario Battaglia nel 2010 per festeggiare le elezioni con una bottiglia di champagne alle tre di notte. Grazie a Giamborino due parenti strette di Battaglia furono ‘sistemate’: una in uno studio legale e l’altra un centro commercial. Tutta Piscopio aveva votato Giamborino. Quando lessi un’intervista di Giamborino contro la ‘ndrangheta ero in compagnia di Rosario Battaglia e ridemmo a crepapelle perché sapevamo che lui era battezzato al locale di Piscopio da una vita. Rosario Battaglia lo sapeva perché era al vertice dei nuovi Piscopisani, mentre a capo dei ‘vecchi’ Piscopisani c’era lo zio di Giamborino. Giovanni Battaglia, fratello di Rosario, oltre a trafficare stupefacenti e gestire bische clandestine si era adoperato per raccogliere i voti di Giamborino. Anche io lo facevo indicando a mia madre, alle mie sorelle ai miei cugini di votare per lui, ma io non ho mai votato, sono un convinto astensionista. Negli appalti Giamborino favorì sempre la cosca dei Piscopisani. Se c’era bisogno di fare lavori pubblici lui orientava la scelta verso ditte vicine al nostro clan perché eravamo stati noi a farlo votare. Preciso che avevamo imposto di dare a lui il voto, non era libera la scelta, lui di conseguenza era a disposizione, ma non era una vittima era un ‘malandrino’”.

Il collaboratore di giustizia Arena: “Tutte le cosche vibonesi votavano Giamborino”

Bartolomeo Arena si è spinto oltre, dipingendo la figura di Giamborino come catalizzatore di voti delle cosche vibonesi. “Da ottobre 2019 – ha chiarito Arena – collaboro con la giustizia per dare un futuro migliore a mio figlio. Ho iniziato a militare fra le fila dei clan sin da ragazzino e ho concluso la mia carriera criminale con i Pardea – Ranisi capeggiati da mio zio Domenico Camillò. Mio padre si chiamava Antonio Arena, scomparso per lupara bianca nel 1985. Vengo da una famiglia di ‘ndrangheta vibonese che all’epoca era perdente nella faida degli anni Ottanta. Nel dicembre 2012 sono stato affiliato, ma ero già un giovane d onore, mi venne dato come dote la camorra. Prima di quel momento io comunque ho sempre vissuto di malavita tra spaccio, usura, danneggiamenti. Pardea – Ranisi e Lo Bianco – Barba si unirono formando il locale di Vibo, ma io con altre persone ci distaccammo formando un gruppo a parte. Rosario Battaglia lo conosco da quando ero bambino, era a capo dell’articolazione di Piscopio che avevano avuto il consenso di creare un locale a Vibo dal ‘crimine’ di Polsi. Tra questi ambienti è noto che Pietro Giamborino è un politico che ha iniziato la propria carriera in Comune, per poi passare alla Provincia e infine alla Regione con i voti delle cosche. Ricordo di avergli fatto visita insieme a mio zio Domenico Camillò perché gli serviva trovare un lavoro per il figlio Michele e lui si mise a disposizione. I Giamborino li conosco come malandrini, affiliati. Anche mio nonno li conosceva e a Pietro Giamborino chiese (e ottenne) un posto di lavoro per un mio cugino. Giamborino ricambiò così il favore che gli aveva fatto evitandogli con le sue amicizie di fare il militare, fu in quella occasione che mi venne esplicitamente spiegato che il noto politico era un uomo d’onore. I voti glieli aveva portati la ‘ndrangheta vibonese. Tutti lo appoggiarono dagli anni Novanta agli anni Duemila. Anche io lo votavo. Per circa 15 anni fu molto influente la sua presenza sul territorio”.

Il collaboratore di giustizia Mantella: “Figura costruita dai clan per la politica”

“Dal 2016 – afferma il collaboratore di giustizia 50enne Andrea Mantella – collaboro con la giustizia perché non mi considero più uno ‘ndranghetista e riconosco di aver fatto del male a diverse persone. Ho confessato anche delitti che erano già stati archiviati. Già a 17 anni avevo commesso quattro omicidi per la consorteria Lo Bianco – Barbaro. Nasco criminale, l’iniziazione fu solo una formalità. Ho creato un gruppo autonomo con i Piscopisani e i Bonavota, per avviare una guerra con il colosso dei Mancuso. Questo mio progetto espansionista inizia nel 2003 e godevo del sostegno militare dei Giampà di Lamezia. Giuseppe Salvatore Giamborino era il boss del ‘vecchio’ clan di Piscopio. Pietro Giamborino già da giovane era il pupillo del boss Carmelo Lo Bianco per il quale io ho commesso una miriade di omicidi, lo incontravo a casa sua durante le feste. Lo sanno tutti: Giamborino è un politico costruito dalla ‘ndrangheta per essere un ‘invisibile’ e interfacciarsi con le istituzioni. Si voleva farlo arrivare in Parlamento per rappresentare Vibo. E’ riduttivo definirlo sodale o affiliato, Giamborino è più di uno ‘ndranghetista. Era una delle persone più vicine a Luigi Mancuso e Saverio Razionale, un massomafioso in giacca e cravatta che influenzava l’esito delle gare d’appalto nel Vibonese. Nel 2004 per quello che definiva non solo amico delle cosche, ma anche fratello in senso massonico, Saverio Razionale si spese per raccogliere voti in suo favore così come fece anche Domenico Camillò, i Lo Bianco e gli stessi Mancuso”.

© Riproduzione riservata.
spot_imgspot_img

ARTICOLI CORRELATI

ULTIME NOTIZIE