Il vertice di Islamabad, atteso come il possibile punto di svolta per la stabilità in Medio Oriente, si è concluso con un nulla di fatto. Il vicepresidente degli Stati Uniti, J.D. Vance, ha lasciato il territorio pakistano nella notte, ufficializzando la rottura: “Gli Stati Uniti non hanno raggiunto un accordo con l’Iran”. Secondo il numero due della Casa Bianca, il nodo principale resta l’ambiguità di Teheran sulle ambizioni atomiche, sottolineando come non sia arrivata la “promessa da parte dell’Iran di abbandonare definitivamente l’arma nucleare”. Vance ha poi ribadito che Washington ha presentato quella che considerava “un’offerta finale e la migliore possibile”, lamentando che, nonostante una linea definita “piuttosto flessibile e accomodante”, non siano stati compiuti progressi concreti.
Teheran replica: richieste irragionevoli ma spiraglio aperto
La risposta della Repubblica Islamica non si è fatta attendere. Attraverso i media di Stato e l’agenzia Mehr, la delegazione iraniana ha confermato il rientro in patria, attribuendo il fallimento alle “richieste irragionevoli degli Usa”. Tuttavia, il portavoce della diplomazia Esmaeil Baqaei ha cercato di smorzare i toni della crisi totale, affermando che “nessuno si aspettava un accordo al primo round di negoziati”. Per Teheran, lo scacco di Islamabad era quasi fisiologico data la complessità della materia, che spazia dalle sanzioni economiche agli asset congelati, fino alle riparazioni di guerra. Il portavoce si è detto comunque “certo che i contatti con il Pakistan e con gli altri amici nella regione proseguiranno” nei prossimi giorni.
Tensioni militari e l’appello alla pace del Papa
Mentre la diplomazia segna il passo, la tensione si sposta nuovamente sul piano militare. Due navi da guerra americane presidiano lo Stretto di Hormuz, mossa che ha scatenato la reazione dei Pasdaran: “Agiremo severamente con le navi militari che transitano a Hormuz”. In questo clima di estrema incertezza, il governo pakistano, nel suo ruolo di mediatore, ha lanciato un appello affinché Washington e Teheran rispettino tassativamente il cessate il fuoco. Parallelamente, un grido di dolore è giunto da Piazza San Pietro, con il Papa che ha invocato: “Basta morte in nome di Dio”. Sul fronte europeo, si registra invece un segnale di distensione con l’avvio della tregua di Pasqua in Ucraina, in attesa della visita del presidente Zelensky prevista per mercoledì a Roma.







