“Io piuttosto che ridarti indietro l’azienda te la brucio con la benzina”. E’ la frase intercettata dagli investigatori della Guardia di finanza nel luglio del 2019 e riportata nelle carte dell’inchiesta coordinata dalla Dda di Bologna che ha portato all’arresto di Francesco Patamia, l’imprenditore-manager originario di Gioia Tauro, candidato alla recenti elezioni politiche con “Noi Moderati” nel collegio di Piacenza. A pronunciarla è proprio lui, nel luglio del 2019 parlando con una persona ritenuta vittima di un’estorsione compiuta insieme al padre Rocco (anche lui finito in carcere) e a un altro indagato. La Procura gli contesta anche l’aggravante mafiosa per aver agito mediante l’uso della forza intimidatrice, di assoggettamento e di omertà con riguardo alla ‘ndrangheta e, in particolare, per i rapporti con la cosca dei Piromalli. Rocco e Francesco Patamia, secondo le accuse, costrinsero la vittima ad accettare condizioni diverse e più gravose da quelle pattuite in occasione della stipula del contratto di cessione di un ramo d’azienda, con sede del Ravennate. “Se ti rivolgi a un avvocato sappi che ci saranno delle conseguenze” è un’altra delle frasi intimidatorie agli atti dell’inchiesta. Padre e figlio sono ritenuti dagli inquirenti promotori di un’associazione a delinquere ‘semplice’ per commettere una serie di reati come bancarotta, autoriciclaggio, intestazione fittizia e estorsione.
La segnalazione del sindaco di Cesenatico
L’indagine della Guardia di Finanza di Bologna, che ha portato a 23 misure cautelari, nei confronti di personaggi vicini alle ‘ndrine dei ‘Piromalli’ di Gioia Tauro e dei ‘Mancuso’ di Limbadi, è partita dalla segnalazione di vari investimenti anomali, nel campo della ristorazione, da parte del sindaco di Cesenatico, Matteo Gozzoli. Parlando con gli investigatori nel luglio del 2019, il primo cittadino spiega inoltre che Rocco Patamia, padre di Francesco Patamia, è stato autore di minacce verso un agente della polizia municipale, chiedendo “se avesse figli”. Il sindaco sottolinea che già a partire dall’estate del 2018 aveva segnalato al Prefetto di Forlì-Cesena che molte delle attività della della famiglia Patamia erano state cedute, tra le quali un ristorante e una piadineria. L’unica attività ancora attiva, per Gozzoli, sarebbe stato un hotel, acquistato dalla famiglia Patamia e poi affittato nel novembre 2018 con una “gestione sui generis”, perchè si tratta di “un albergo rimasto chiuso anche durante le festività pasquali e in occasione della Sette Colli, gara ciclistica che richiama turisti dedicati nel Comune. Al momento – sottolinea il sindaco – l’attività parrebbe ancora chiusa e per quanto attiene al territorio la gestione è anomala”.
La paura delle vittime
Il gip Domenico Truppa sottolinea: “Gli indagati, per ottenere il risultato programmato dell’associazione, non si sono fatti scrupoli nel corso del tempo di utilizzare quelle modalità, prima minatorie e, successivamente, coercitive, nei confronti dei pochi soggetti che hanno manifestato reazioni (seppur legittime) potenzialmente dannose verso l’intera associazione o verso il singolo”. Il giudice evidenzia poi una “assoluta professionalità criminale” da parte degli indagati “nell’agire mediante condotte estremamente efficaci, tant’é che i vari episodi violenti” sono “caratterizzati dall’assenza di formale denunce da parte delle vittime, che hanno preferito subire una condotta ingiusta ed economicamente penalizzante, piuttosto che rischiare di patire le ripercussioni paventate”. Per altro verso “a fronte di carature criminali di spiccato rilievo” è emersa nel corso dell’indagine “la necessità di mantenere un ‘basso profilo’ tale da non attirare l’attenzione”.
Le mani dei Piromalli e dei Mancuso sulla riviera romagnola
Secondo quanto dichiarato dal comandante della guardia di finanza dell’Emilia Romagna, generale Ivano Maccani, l’indagine ha confermato la presenza sul territorio della ‘ndrangheta che opererebbe sotto traccia e senza far chiasso. “Le indagini – ha spiegato – hanno anche consentito di fotografare un fenomeno particolare, in sostanza questi soggetti ‘ndranghetisti operavano suddivisi in piccoli gruppi, quelle che possiamo definire piccole ‘cellule’, guidate da dei boss che assumevano la funzione di manager. Manager assetati di investimenti”. Ventitré i destinatari delle misure cautelari – 4 arresti in carcere, 3 ai domiciliari e 16 obblighi di dimora – emesse dal Gip Domenico Truppa per i reati di associazione a delinquere, trasferimento fraudolento di valori, autoriciclaggio, bancarotta fraudolenta, usura, lesioni personali e minacce. Gli indagati sono in totale 34 (LEGGI QUI). Tutto ruota attorno ad una serie di investimenti illeciti, molti dei quali avvenuti in piena pandemia, soprattutto nelle province di Ravenna e Forlì Cesena, che hanno riguardato nel tempo negozi, bar e società nel campo dell’edilizia, della ristorazione e dell’industria dolciaria.
Coinvolti anche un commercialista e un avvocato
I finanzieri, intercettando oltre 60 utenze telefoniche e analizzando circa 100 conto correnti, hanno ricostruito un “vorticoso giro” di aperture e chiusure di società che, formalmente interessate a prestanome, venivano utilizzate come mezzo per riciclare il denaro che arrivava dalla ‘casa madre’ in Calabria. Questo era possibile grazie all’utilizzo di fatture false, spesso preordinate al trasferimento di ingenti somme di denaro e al compimento di distrazioni patrimoniali. Le cellule che agivano in Emilia-Romagna erano autonome, ma considerate vicine alle ‘ndrine dei ‘Piromalli’ di Gioia Tauro e dei ‘Mancuso’ di Limbadi. Alcuni degli indagati sono responsabili di diversi episodi di intimidazione e minacce, e in alcuni casi di violenze ai danni degli imprenditori che si sono rifiutati, o hanno tentato di farlo, di ‘obbedire’ alle richieste delle cellule. Nell’inchiesta sono finiti anche un commercialista e un’avvocato, entrambi d’origini calabresi, che operano su Modena, entrambi interdetti per un’anno dall’esercizio della professione, che per gli investigatori agivano come ‘consiglieri’ dei gruppi.
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