Il prossimo rinnovo del consiglio provinciale è da giorni al centro del dibattito politico, con i partiti in fibrillazione ed impegnati in una specie di gara dei comunicati mirante a rivendicare la primogenitura delle scelte e ad impartire lezioni di galateo politico. Come spesso avviene in questi casi, attraverso una caotica ed artefatta narrazione si cercano di nascondere limiti e deficienze politiche. In questo contesto, la palma del “racconto” più fantasioso e meno efficace, ai fini di cui sopra, va assegnata ex aequo a tre partiti del centrodestra – Forza Italia, Fratelli d’Italia e Noi Moderati – i cui rispettivi responsabili provinciali, Michele Comito, Pasquale La Gamba e Nicola Brosio, attraverso tre distinti comunicati hanno fatto a gara per intestarsi la “geniale idea” di non presentare le liste, scelta che a loro dire avrebbe delegittimato politicamente il presidente della provincia Corrado L’Andolina.
A prescindere dal fatto che è veramente bizzarra l’idea di poter contrastare un “nemico” politico ritirandosi, nel caso specifico si va oltre il ridicolo, sconfinando nel campo dell’ignoranza normativa, per come puntualizzato dal segretario provinciale dell’UDC, Stefano Luciano, il cui partito è stato l’unico, nell’ambito del centrodestra, a presentare la propria lista. L’attuale quadro giuridico infatti rende autonomo il presidente rispetto al consiglio provinciale, il che consente al primo di continuare ad operare a prescindere dalla posizione dei consiglieri, d’altro canto, alla luce della normativa, era già fallito il precedente tentativo di defenestrare L’Andolina attraverso le dimissioni di massa. Se si ripetono gli stessi errori due sono le cose: o si è tonti oppure, per come vedremo, la mancata presentazione delle liste soggiace a motivazioni diverse rispetto a quelle prospettate.
La falsa versione sul vicepresidente
Prima di entrare nel merito delle singole posizioni, bisogna soffermarsi su un altro aspetto “dell’artefatta narrazione”, quello inerente alla circostanza secondo la quale lo strappo tra L’Andolina e la sua maggioranza si sarebbe concretizzato nel momento in cui la carica di vicepresidente dell’ente è stata assegnata ad un esponente del Pd. Chiunque segua le vicende politiche sa perfettamente che la “guerra” a L’Andolina ebbe invece inizio nel momento in cui egli si rifiutò di sottostare ai diktat di Vito Pitaro, il quale pretendeva per un suo uomo la poltrona di vicepresidente.
Le vere ragioni del ritiro: il caso Fratelli d’Italia
Puntualizzati i fatti per quelli che sono, occorre ora aprire una lunga parentesi da dedicare a quelle che riteniamo siano le vere ragioni che hanno portato alla mancata presentazione delle liste. Preferiamo iniziare questo articolato discorso da Fratelli d’Italia, poiché i motivi del disimpegno del partito sono i più banali ed evidenti, nonché analoghi a quelli che non avevano posto FDI nelle condizioni di poter chiudere la lista alle ultime consultazioni comunali senza il supporto di candidati provenienti da Forza Italia. Le arzigogolate pseudo argomentazioni adoperate dal responsabile provinciale Pasquale La Gamba per motivare la mancata presentazione della lista appaiono estremamente fragili e sono inidonee a celare la “triste realtà”: Fratelli d’Italia, di gran lunga il primo partito in Italia, ben messo in Calabria, nel vibonese ha invece intrapreso dall’insediamento dell’attuale responsabile provinciale una china discendente che lo ha posto nelle condizioni di non avere i numeri per chiudere una qualsiasi lista, tutto il resto sono solo inutili chiacchiere.
Forza Italia tra coerenza proclamata e incoerenza reale
Quanto a Forza Italia, si rimane basiti di fronte alle macroscopiche inconcludenze di alcuni passaggi contenuti nel documento del coordinamento provinciale predisposto per spiegare le ragioni della mancata partecipazione alle consultazioni del 12 dicembre. Ci riferiamo in particolare all’assunto secondo il quale la mancata presentazione della lista rappresenti un atto di coraggio e di coerenza dettato dal sentimento di profonda responsabilità nei confronti della cittadinanza che merita rispetto e chiarezza, concludendo poi in maniera perentoria con “la coerenza non si baratta con una poltrona”.
Di fronte a parole così toccanti ed a sentimenti così profondi, ci sarebbe da farsi scappare qualche lacrima se non fosse che poi tutto si trasforma in una grande baggianata al cospetto di fatti inconfutabili, antitetici alla coerenza professata. Premesso che, alla luce dell’attuale normativa, l’unico modo per defenestrare L’Andolina è quello di far cadere l’amministrazione del comune di Zambrone dove egli è sindaco, è veramente paradossale che il partito che pontifica sulla propria coerenza concorra con un proprio esponente, Nicola Grillo – che tra l’altro ricopre la carica di vicesindaco – a mantenere in vita quell’amministrazione.
Chiuso questo argomento, bisogna dire con chiarezza e senza tanti giri di parole che Michele Comito non ha presentato la lista per il concreto timore di subire, nell’ambito dei dissidi interni al partito, la terza legnata consecutiva ad opera del duo Mangialavori–Pitaro, dopo quelle patite in occasione delle ultime consultazioni comunali e regionali.
Noi Moderati e l’epica inutile delle metafore storiche
Infine Noi Moderati, il cui responsabile provinciale, Nicola Brosio, sceglie le metafore storiche – scomodando il mitico imperatore Nerone – per dirci che L’Andolina è un’autorità isolata, impermeabile ai richiami della sua stessa maggioranza ed estranea al principio della responsabilità politica. Ovviamente tutti vulnus dei quali, prima del “grande rifiuto” di cui abbiamo detto sopra, nessuno si era accorto. Lasciando da parte le citazioni storiche e i dotti rilievi mossi alla legge Delrio, non resta che l’intento di Pitaro di evitare dissidi nel partito, dove gli aspiranti candidati soverchiavano i posti disponibili, a far propendere per la mancata partecipazione alla competizione elettorale.
Il patto di potere Mangialavori–Pitaro e le due visioni contrapposte
La conclusione va dedicata ad un’altra tematica molto dibattuta, connessa per alcuni versi a quanto sopra detto ed all’origine dell’implosione del centrodestra vibonese: il patto di potere tra Mangialavori e Pitaro. In relazione a questo tema si sono create due correnti di pensiero: la prima, maggioritaria, sostenuta da tutti coloro che sono abituati a guardare il dito e non la luna, ritiene che il voto regionale abbia assegnato ai due politici un ruolo assolutamente dominante sull’intera provincia; la seconda, al contrario, ritiene che sia fuori luogo parlare di potere assoluto, atteso che paradossalmente, nonostante Pitaro sia l’unico consigliere regionale vibonese presente a palazzo Campanella, il duo nel suo insieme – a causa del forte indebolimento di Mangialavori – sia stato ridimensionato rispetto al passato.
Riteniamo che quest’ultima corrente di pensiero sia la più condivisibile, poiché effettivamente l’ascesa dell’uno non riesce a controbilanciare adeguatamente la parabola discendente dell’altro. Basti rammentare ciò che è stato con ciò che è oggi il parlamentare. Nel periodo di massimo “splendore” egli era il coordinatore regionale di Forza Italia ed il leader assoluto dell’intero centrodestra vibonese ed in questa sua veste dettava legge su tutte le scelte.
Mangialavori: dal dominio totale al vuoto politico intorno
In seguito – a causa della sua nota carenza di visione politica e di un carattere remissivo che non gli ha mai consentito di dimostrarsi un cuor di leone nel difendere gli uomini che aveva imposto (i sindaci Costa e Limardo ed i presidenti della provincia Solano e L’Andolina), preferendo invece cestinarli anziché impugnare la spada – ha creato il vuoto intorno alla propria persona, dando inizio ad un declino arrivato al culmine alle recenti regionali.
Basti pensare che prima del voto erano comunque a lui riferibili un assessore (Varì) ed il consigliere capogruppo di Forza Italia (Comito), mentre, a spoglio ultimato, nel piatto non c’era più nulla. È vero che egli ancora ricopre la carica di presidente della Commissione Bilancio della Camera, ma è pur vero che, in occasione delle candidature per il prossimo rinnovo del parlamento, non ci sarà nessun consigliere o assessore regionale che si spenderà per fargli ottenere una candidatura blindata, senza la quale il suo ritorno a Roma avrà la stesse probabilità di successo di chi intenda scalare l’Everest in costume da bagno, Pitaro incluso, poiché appartiene ad un altro partito.
Pitaro: tra ascesa, migrazioni politiche e il rischio della beffa giudiziaria
Per quanto concerne Pitaro, è vero che egli rappresenta la punta di diamante del vibonese in consiglio regionale, ma è pur vero che egli rischia seriamente di subire l’ennesima tragica beffa. Dopo tante migrazioni politiche che, partendo da Rifondazione Comunista e passando per il PD, lo hanno fatto approdare nel centrodestra (lista Santelli) e da qui a palazzo Campanella, dopo un solo anno, a causa della prematura scomparsa della governatrice, si ritrovò politicamente disoccupato, ed a questa prima delusione si aggiunse subito dopo la seconda beffa della mancata ricandidatura per il veto impostogli da Occhiuto.
Oggi invece, dopo quattro anni di “intenso lavoro” che gli hanno consentito il ritorno in consiglio regionale, rischia di perdere l’agognato scranno per mano dei giudici amministrativi, che dovranno pronunciarsi sulla correttezza del criterio utilizzato per determinare il quorum del 4%, necessario per poter partecipare alla ripartizione dei seggi. Con tutte le rischiose variabili che incombono sul capo di Mangialavori e Pitaro, a noi sembra un po’ azzardata l’opinione di chi ritiene che le risultanze del voto delle regionali abbiano conferito loro un potere politico assoluto sul vibonese.




