Quando l’ultima piena del fiume Crati ha rotto gli argini a Lattughelle, frazione di Cassano allo Ionio, non si è trattato solo dell’ennesima esondazione: è stata l’istantanea più cruda di una fragilità territoriale che nessuna cifra gigantesca è riuscita a cancellare. Le acque che hanno invaso abitazioni, campi agricoli e strade — sommerse fino a quasi un metro in alcune zone della Piana di Sibari — sono passate proprio dove a giusto qualche settimana fa erano stati aperti i cantieri per un’opera da quasi 8 milioni di euro pensata per evitare che il Crati tornasse a far danni.
Un progetto inserito addirittura in masterplan del 2017 e che figurava come intervento per la “messa in sicurezza degli argini del fiume Crati – Cassano allo Ionio”. Operativo da poco tempo pur essendo i soldi disponibili dal 2019 e il progetto realizzato nel 2020. Il paradosso è evidente: sei anni per consegnare i lavori, aprire i cantieri e vedere magari qualche pietra messa lì dove l’acqua si abbatte. Così quel tratto che doveva essere il simbolo della prevenzione è diventato il simbolo dell’impreparazione.
La scena che si è ripetuta in più punti tra Corigliano-Rossano, Cassano e Tarsia — con le acque che hanno sommerso coltivazioni, completi ettari agricoli e allevamenti evacuati — non è solo cronaca. È il grido di una regione che paga oggi ciò che non è stato fatto ieri. Perché quella fascia di terreno non è stata sorpresa dal maltempo: è stata colpita dai limiti di una prevenzione promessa e mai davvero completata.
Una montagna di soldi, una valle di cantieri lenti
La storia recente della Calabria, in termini di prevenzione del dissesto, si può leggere nei dati di bilancio e negli atti che la Regione stessa ha approvato anni fa. Negli anni della programmazione 2014-2020, dentro il cosiddetto Patto per il Sud, vennero messi a disposizione della Calabria oltre 300 milioni di euro — un’ossatura finanziaria senza precedenti destinata alla difesa del suolo, alla mitigazione del rischio idrogeologico e all’erosione costiera.
Quei soldi sono formalmente esistiti e in gran parte intrappolati tra progettazioni che si trascinano per anni, nulla osta e permessi congelati, conferenze di servizi interminabili e una burocrazia che sembra fatta apposta per frenare invece di abilitare. L’esempio plastico è proprio quello degli argini del Crati: il progetto definitivo era pronto già nel 2020, i soldi erano disponibili dal 2019, eppure i lavori hanno visto la luce soltanto sei anni dopo. E quando finalmente si è alzata la prima ruspa, l’acqua aveva già annunciato il proprio ritorno in piena furia, pronta a dimostrare che non basta aprire un cantiere se quello stesso cantiere non è in grado di proteggere davvero il territorio nel momento del bisogno.

La delibera 2017: fondi, piani, progetti… e poi?
Nel 2017, la Regione alla guida da Mario Oliverio definisce un programma complessivo per la difesa del suolo nell’ambito del Patto per il Sud. I numeri parlano da soli: 233 milioni destinati a rischio frane e alluvioni e 78 milioni per l’erosione costiera per un totale di 306 milioni gestiti dal Commissario per il dissesto idrogeologico e dal Dipartimento dei Lavoro Pubblici. La delibera è rigorosa: programmi, criteri, graduatorie e livelli di progettazione sono delineati nei dettagli.
Secondo la Relazione della Corte dei Conti del 2021, la Calabria era “prima in Italia” per performance di spesa dei fondi per il dissesto idrogeologico con 147% di impegni e 73% di pagamenti ufficiali rispetto alla dotazione. Questo è il dato che nel 2021 veniva presentato come un esempio nazionale di efficienza. La magistratura contabile lo certifica con numeri alla mano. Come dire la macchina ha funzionato sicuramente fino al 2021, poi si è inceppata. Oggi il tema principale non è solo la capacità di “spendere” finanziamenti, ma di trasformarli in opere utili, attive e tempestive. Nel caso del Crati, pur avendo i fondi disponibili dal 2019 e il progetto pronto già nel 2020, il completamento fisico dell’opera è arrivato soltanto nel 2026 — troppo tardi per diventare deterrente all’esondazione.
Covid, burocrazia, nulla osta: gli scogli dietro ogni mattone
Le spiegazioni ufficiali delle varie amministrazioni — e oggi anche quelle del presidente Occhiuto — parlano di un motore burocratico che si inceppa tra nulla osta, permessi, pareri, vincoli ambientali e contenziosi autorizzativi. Nonostante il Commissario abbia poteri rafforzati per accelerare le procedure, quella stessa agilità non si è tradotta in tempi operativi rapidi nella consegna dei lavori. E così, tra progettazione, conferenze di servizi e iter autorizzativi estenuanti, si consuma la parte più preziosa del tempo: più del 65% del ciclo di un’opera va via tra progettazione e permessi. Il resto — la costruzione concreta — spesso corre contro il tempo delle piogge, non contro le cause strutturali.
Il paradosso non è un singolo malfunzionamento. Il caso del Crati è diventato emblematico perché è esattamente dove si attivavano lavori pubblici che quel fiume ha rotto gli argini. Non è un errore di previsioni o di meteo. È la prova plastica di come l’inerzia decisionale, la burocrazia lenta e la difficoltà di “mettere a terra” un progetto pubblico si traducano in conseguenze reali: case allagate, campi distrutti, famiglie evacuate e danni per milioni di euro.
La Calabria paga ora una fragilità costruita negli anni
Oggi, mentre si chiede lo stato di calamità nazionale per gli impatti del maltempo, la Calabria non piange solo per la violenza della pioggia o la furia di un fiume in piena. Piange per anni in cui i progetti c’erano, i soldi pure, ma i cantieri sono arrivati troppo tardi o non sono mai partiti. Piange perché la messa in sicurezza non è stata realmente preventiva, ma spesso reattiva o parziale. Il Crati, spezzando gli argini proprio nei punti dove i lavori ammontanti a 7.880.000 euro erano in fase di consegna, è il simbolo di una prevenzione che arriva dopo il danno.









