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10 Giugno 2026
10 Giugno 2026
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Tangentopoli, l’amore per il Garofano e Occhiuto. Parla Zavettieri, il socialista doc nel Sahara della politica

Intervista al vecchio leone della sinistra calabrese, tra l'inchiesta che coinvolge Occhiuto, le sconfitte del centrosinistra e le vittorie del Garofano: “La classe dirigente non esiste più. È il sistema ad averla distrutta”

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Si può essere d’accordo o meno sul suo pensiero, ma una cosa è certa: è autonomo, crudo e non concede spazio a formule verbali ambigue. E poi, è socialista, fottutamente socialista. A lungo leader della Cgil, quando essere segretario regionale significava menare duro per affermare i diritti dei deboli, che esistono ancora…

Più volte deputato, assessore regionale vero, non anonima figurina Panini dell’album presidenziale, Saverio Zavettieri, che pur avrebbe diritto a riposare, non può andare in pensione. I tempi l’han condannato a restare un’oasi ristoratrice nel deserto della comunicazione politica, ormai appaltata a slogan e a guru dell’immagine, che fanno apparire personalità istituzionali come dei pagliacceschi TikToker.

In questo dramma, in questo Sahara del pensiero, Zavettieri ha gioco facile. Ecco perché vanta ancora un gran seguito, perché predica e razzola autonomismo tra i poteri, e lo fa da quando qualcuno teorizzava in piena Tangentopoli la supplenza giudiziaria ai danni di una politica cialtrona e senza spina dorsale. Lo fa perché, in fin dei conti, la lezione di Montesquieu deve pur valer qualcosa.

– Onorevole Zavettieri, divampa da giorni il caso-Occhiuto. Cosa ne pensa?

“Nessuna sorpresa per l’indagine giudiziaria nei confronti del Presidente della Regione Calabria. Da quando c’è l’elezione diretta dei governatori, se non ricordo male con la legge 1/1999, che ha attribuito a questa nuova figura poteri enormi, in Calabria, dal presidente Chiaravalloti in poi – che pure era un alto magistrato – nessuno è stato risparmiato, eccetto la compianta presidente, vuoi perché inattaccabile, vuoi perché purtroppo venuta meno tragicamente nel breve periodo, vuoi perché, essendo anche stata sottosegretaria alla Giustizia particolarmente sensibile alle istanze dei magistrati, aveva fatto allestire in tempi record un’aula bunker per il maxiprocesso alla mafia calabrese (Rinascita Scott, ndr) che doveva eguagliare quello contro Cosa Nostra celebrato a Palermo da Giovanni Falcone…
L’amara conclusione è che in Calabria la cultura di Mani Pulite, che ha azzerato più di trent’anni orsono la classe dirigente di governo italiana, ha continuato a fare vittime impedendo a questa Regione di formarsi una vera classe dirigente, per tenerla acefala e senza guida.”

– Come valuta il lavoro della giunta Occhiuto, dopo quasi quattro anni di attività?

“La narrazione e la percezione che si ha della Calabria fuori Regione sembra cambiata e migliorata, anche per l’autorevolezza del Presidente Roberto Occhiuto.
Le riforme avviate nell’idrico, nella depurazione, nella struttura sanitaria, nei trasporti hanno bisogno di tempo per produrre effetti tangibili e restano casi di malasanità assurdi e incomprensibili, come alcuni ritardi nella programmazione dello sviluppo, ma resta un anno e mezzo alla fine della legislatura che può essere bene impiegato se il clima non viene turbato da azioni strumentali e fuori contesto ed ognuno continua a svolgere la propria funzione nel rispetto di quella dell’altro.
A me non è andato giù il commissariamento ingiustificato della Fondazione culturale Corrado Alvaro nel silenzio assoluto della politica e nell’indifferenza generale, facendo passare il messaggio secondo cui una Regione dove si scioglie persino una Fondazione culturale anche per condizionamento mafioso non può che essere tutta quanta infiltrata e condizionata dalla mafia. Un fatto insopportabile per una Regione che tenta di diventare normale, ma che normale non è.”

– Le vittorie conseguite all’ultimo turno amministrativo da Sandro Principe a Rende, Roberto Perrotta a Paola, Peppino Aieta a Cetraro, che si saldano idealmente con quella a suo tempo ottenuta da Franz Caruso a Cosenza, ci dicono di una componente socialista assai vivace in Calabria. Lei pensa che la ricomposizione del Garofano in chiave regionale sia un obiettivo possibile?

“Intanto, io non vedo la componente. Vedo tanti bravi amministratori socialisti, imbevuti di cultura riformista che si stanno facendo valere.
Attenzione, però, perché ogni comune è una storia a sé, ogni esperienza è una storia a sé.
Da qui a pensare a una ricomposizione dei socialisti, per di più in presenza dell’attuale sistema politico-elettorale, allo stato mi sembra un sogno.
Veda, una forza politica può imporsi all’attenzione solo se è autonoma, il che significa che deve poter contare su una propria classe dirigente e i propri rappresentanti istituzionali.
Quando essa dipende da altri, questo non è possibile.
E poi, i socialisti dovrebbero stare a sinistra, ma a sinistra i socialisti non alzeranno mai la testa.”

– Sul centrosinistra, che pure governa i capoluoghi di provincia, invece che sensazioni ha: può diventare competitivo in prospettiva regionali 2026 o la futura partita è già segnata?

“È troppo presto per fare previsioni. Nelle elezioni comunali conta il territorio, le donne e gli uomini ad esso legati, conta il saper rispondere alle esigenze di comunità. Ciò detto, ripeto, non è che dalle realtà locali si possano trarre auspici per elezioni regionali e politiche. Tanto più che non esiste un dato tendenziale che autorizzi a credere in una vera inversione di rotta.
È vero che in provincia di Cosenza l’ultimo turno amministrativo ha fatto registrare una prevalenza di vittorie riconducibili all’area di centrosinistra, ma lo è anche il dato che nell’area catanzarese il centrodestra abbia vinto a Lamezia Terme, la quarta città della Calabria, il che ridimensiona il dato cosentino. Le partite locali vanno prese per quello che sono.”

– Nel suo ultimo fortunato libro intervista, scritto insieme al bravissimo collega Francesco Kostner, lei esprime giudizi impietosi sulle attuali classi dirigenti…

“La correggo. Io non esprimo giudizi sulla classe dirigente, bensì affermo che essa è il prodotto di un sistema politico che non va. E questo perché, quando il sistema era collegato ai partiti, c’era una selezione. Al contrario, oggi la fabbrica che produceva quadri è chiusa, in quanto tutto si regge sui leader o sui capi; nessuno risponde a nessuno, si segue il vento.
Fino a quando esso è in poppa, tutto ok. Quando scende, si cambia…”

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