Quando Silvio Berlusconi scese in campo nelle elezioni politiche del marzo 1994 che clamorosamente vinse, sembrava si fosse definitivamente conclusa la stagione della cosiddetta Prima Repubblica e si fosse aperto un nuovo percorso nella vita politica italiana: quello del maggioritario, quello del bipolarismo. Quelle elezioni, nate all’insegna della gioiosa macchina da guerra di occhettiana memoria, videro comunque affermarsi un polo, l’altro polo rispetto a quello messo su da Achille Occhetto, ultimo segretario del Partito Comunista Italiano e primo segretario del Partito Democratico della Sinistra: quello della Libertà.
Sembrava tramontato il tempo e la logica dei singoli partiti, spesso piccoli e numerosi, del proporzionale, del pentapartito al governo in Italia.
Dalla spinta referendaria alla trappola del bipartitismo
Fu così forte e chiaro quanto sembrò emergere dalle elezioni del 1994 che non solo si disse che il consenso in Italia si era bipolarizzato, ma si sostenne che si erano create tutte le condizioni perché anche in Italia, sul modello americano e non solo americano, emergessero e si affermassero due soli partiti. Quindi il rapido passaggio dal bipolarismo al bipartitismo, il partito cosiddetto conservatore e il partito cosiddetto progressista.
Dove per conservatore si intendeva il doppio blocco berlusconiano, quello rappresentato da Forza Italia e quindi liberale, moderato, europeista, con quello rappresentato da partner meno moderati e liberali e più identitari quali la Lega Nord e l’allora Movimento Sociale Italiano, prossimo a trasformarsi in Alleanza Nazionale. E per progressista la galassia del mondo di sinistra, molto poco ancora comunista, che guardava al centro ex democristiano ed ex pentapartito.
Addio al centro: l’esempio del collegio Vibo–Soverato
Quelle elezioni rivelarono che non c’era più spazio per un cosiddetto centro autonomo. I candidati del polo centrista furono infatti quasi annullati, si volatizzarono: anche figure che sembravano irremovibili sul territorio caddero paurosamente. Solo per fare uno delle decine di esempi possibili: nel Collegio senatoriale Vibo–Soverato furono eletti ben due senatori appartenenti ai due poli; per quello berlusconiano il prof. Franco Bevilacqua, da sempre militante della destra vibonese, e per quello avversario il prof. Saverio Di Bella, del Pds, originario di Drapia ma da decenni affermato docente universitario a Messina.
Il senatore Murmura, per decenni unico senatore democristiano vibonese, fu sconfitto e non rieletto, dopo 27 anni di exploit.
1993: la vigilia della svolta
A quel risultato si giunse certamente per la discesa in campo di Berlusconi. Ma la discesa fu favorita, se non determinata, da eventi recentemente precedenti: le elezioni comunali romane del novembre 1993, le prime con elezione diretta del sindaco, in cui il “fascista” Fini stava per diventare sindaco di Roma anche con la spinta di Berlusconi e, ancora pochi mesi prima, nell’aprile 1993, dalla spinta al cambiamento che venne da quella intensa stagione referendaria.
In cui al protagonista storico dei referendum, Marco Pannella e il Partito Radicale, si affiancò, con una spinta travolgente, Mario Segni e i comitati cui diede vita.
Il referendum come motore di riforma
Fu una stagione referendaria esaltante in cui si recò alle urne oltre il 77% degli aventi diritto e un referendum come quello che abrogava il finanziamento pubblico dei partiti registrò la partecipazione del 76,98% degli aventi diritto e i sì all’abrogazione raggiunsero il 90,25%.
È la stagione della riforma della legge elettorale, della elezione diretta dei sindaci, base per la riforma della politica in senso più complessivo: una riforma in senso anglosassone, uninominale e a turno unico. Era forte al tempo la sensazione e la tendenza che la riforma elettorale fosse la base per la riforma dell’intero sistema politico e che il sistema proporzionale che era stato lo strumento tecnico su cui si era retto il sistema del pentapartito fosse agli sgoccioli.
Non si dimentichi che era in prossimità il tempo di Tangentopoli, del Pool Mani Pulite, di Antonio Di Pietro.
Le tre ragioni del ritorno alla memoria
Sono andato indietro nel tempo per tre ragioni che svilupperò a breve, nelle prossime domeniche: la forza autenticamente innovatrice dello strumento referendum, il fallimento del bipartitismo, il progressivo ridimensionamento dello stesso bipolarismo.
Già a partire dai comuni dove si stanno sempre più frequentemente creando terzi poli agguerriti e competitivi, mentre sullo sfondo, auspicato dal violento litigio Trump–Musk, non si può escludere che anche il bipartitismo storico americano – il Partito Democratico e il Partito Repubblicano – possa presto essere scompaginato e sovvertito, comunque affiancato da un terzo partito: il partito degli Americani, come ha lasciato trapelare in queste ore il ribelle Musk. Che a me ricorda il tempo dell’italico Partito della Nazione.








