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13 Aprile 2026
13 Aprile 2026
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Sanità in Calabria al bivio, stop al commissariamento ma non all’emergenza: debiti enormi e pazienti in fuga

La Regione torna padrona della sanità: niente più alibi. Il Piano di rientro resta e i bilanci 2024 svelano debiti e criticità strutturali. La vera sfida di Occhiuto inizia adesso: trasformare i numeri in cure vere

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Il 9 aprile 2026 il Consiglio dei Ministri ha formalmente revocato il commissariamento della sanità calabrese. Era il 2009 quando Roma aveva commissariato il sistema sanitario regionale, avviando un Piano di Rientro che avrebbe dovuto risanare le casse e migliorare i servizi. Diciassette anni dopo, con oltre 300 milioni di debito abbattuto tra il 2022 e il 2025, con il punteggio LEA cresciuto di 41 punti nell’ultima rilevazione ufficiale del 2025 — il più alto incremento tra tutte le regioni italiane — il Governo Meloni ha deciso che i presupposti per la restituzione dell’autonomia gestionale c’erano. Roberto Occhiuto, che dal 4 novembre 2021 rivestiva contemporaneamente il ruolo di Presidente della Regione e di Commissario ad acta per il Piano di Rientro, torna ora ad agire esclusivamente come presidente, assumendosi in prima persona la responsabilità politica piena della sanità calabrese, con delega di assessore che trattiene a sé stesso. È un cambio di prospettiva non solo formale: senza il cappello commissariale, non esistono più alibi. Ogni scelta — su ospedali, assunzioni, Liste d’attesa, prestazioni — ricade interamente su Catanzaro.

Eppure, chi si aspettasse che la fine del commissariamento significhi anche la fine dei vincoli si sbaglia. La Calabria resta dentro il Piano di Rientro: i Ministeri della Salute e dell’Economia continuano a monitorare i bilanci, i LEA devono mantenersi sopra la soglia di sufficienza, e per uscire definitivamente dal piano occorrerà raggiungere il pareggio di bilancio per due anni consecutivi. Il disavanzo d’esercizio 2024 si attesta attorno ai 97 milioni di euro. Il cammino è ancora lungo.

La Gestione Sanitaria Accentrata: il grande cassiere della sanità calabrese

Per capire i bilanci della sanità calabrese bisogna prima capire come funziona il rubinetto del denaro. Ogni anno lo Stato ripartisce il Fondo Sanitario Nazionale tra le regioni. La quota che spetta alla Calabria — già decurtata, come si vedrà, della mobilità passiva — non arriva direttamente alle singole Asp o agli ospedali. Passa prima per un ente intermedio: la Gestione Sanitaria Accentrata, Gsa, che è sostanzialmente il grande cassiere del sistema sanitario regionale. È la Gsa che riceve i fondi dallo Stato, li contabilizza, li gestisce temporaneamente e poi li distribuisce alle aziende secondo i criteri stabiliti dalla Regione.

Questo spiega perché il bilancio 2024 della Gsa (Dca n. 264 del 30 giugno 2025) mostri numeri apparentemente enormi rispetto alla sua struttura: disponibilità liquide per 577,7 milioni di euro, crediti verso lo Stato per 1,59 miliardi, debiti verso le aziende sanitarie pubbliche per 1,48 miliardi. Quei debiti non sono un segnale di crisi: sono semplicemente le risorse del Fsr che la Gsa deve ancora trasferire alle singole Asp e aziende ospedaliere — quota Fsr ordinaria (1,07 miliardi), finanziamento corrente Lea (27,3 milioni), altre prestazioni (388,5 milioni).

L’utile d’esercizio 2024 di 173,5 milioni che la GSA registra va letto nella stessa ottica: non è un profitto nel senso aziendale del termine. È la differenza temporanea tra fondi ricevuti dallo Stato e fondi ancora da distribuire alle aziende, più alcuni proventi straordinari legati alla gestione finanziaria del tesoriere. Il patrimonio netto della Gsa vale 1,15 miliardi, costruito negli anni attraverso i contributi per investimenti e le quote di ripiano perdite accumulati. Una cifra imponente, ma che riflette decenni di flussi finanziari gestiti centralmente, non una ricchezza reale disponibile per nuovi investimenti.

Il punto chiave è questo: la Gsa non produce salute, redistribuisce risorse. La sua efficienza si misura nella velocità e nella correttezza con cui i fondi nazionali vengono trasferiti alle aziende che devono erogare le prestazioni. Se la GSA accumula liquidità — come mostra il dato dei 577 milioni in cassa — può significare che i trasferimenti alle aziende sono in ritardo, il che a sua volta spiega perché le ASP abbiano contemporaneamente liquidità propria e debiti verso i fornitori: ricevono i fondi, ma li ricevono tardi, e nel frattempo i fornitori aspettano.

Azienda Zero: l’ente-regia che chiude in utile ma costa

Azienda Zero, l’ente istituito con la legge regionale n. 32/2021 per centralizzare il governo della sanità calabrese — dagli acquisti alla gestione dei contratti — ha approvato il suo bilancio 2024 con DCA n. 235 del 28 maggio 2025. Il direttore generale Gandolfo Miserendino, nominato a dicembre 2024, ha adottato il bilancio con una delibera che ha avuto una genesi travagliata: prima adottato il 23 aprile 2025, poi revocato e riadottato il 24 aprile, segno di correzioni contabili significative.

Il risultato finale è un utile d’esercizio di 148.076 euro su un valore della produzione di 4,4 milioni di euro e costi di produzione di 4,2 milioni. I numeri assoluti sono contenuti perché Azienda Zero è ancora in fase di avvio delle sue funzioni operative — molte delle competenze previste dalla legge non sono ancora state trasferite dalle singole Asp. Il patrimonio netto vale 25,1 milioni, i crediti verso la Regione ammontano a 24,2 milioni, i debiti sono irrisori (180mila euro). Il collegio sindacale ha espresso parere favorevole.

Asp di Catanzaro: quasi 19 milioni di perdita, 217 milioni di debiti

L’Azienda Sanitaria Provinciale di Catanzaro (Dca n. 234 del 27 maggio 2025) è tra le più problematiche del sistema. Il bilancio 2024 si chiude con una perdita d’esercizio di 18,99 milioni di euro, su ricavi totali di 758,5 milioni e costi di produzione di 776,2 milioni. La differenza tra valore e costi della produzione è negativa per 17,7 milioni, peggiorata ulteriormente da oneri finanziari per 49mila euro. Solo i proventi straordinari (10,6 milioni) hanno parzialmente limitato i danni.

Il patrimonio netto è positivo per 75,8 milioni, ma incorpora perdite pregresse portate a nuovo per oltre 358 milioni. I debiti verso i fornitori ammontano a 78,99 milioni, quelli verso la Regione a 71,8 milioni. I fondi per rischi e oneri sfiorano i 120,3 milioni — una cifra enorme, che riflette il peso del contenzioso legale e delle passività potenziali. Il commissario regionale ha invitato l’azienda a monitorare con attenzione il libro cespiti, i debiti verso fornitori attraverso la piattaforma PCC (Piattaforma dei Crediti Commerciali) e a riconciliare il debito verso i fornitori al 31 dicembre 2020. Il collegio sindacale ha espresso parere favorevole con osservazioni.

Azienda Ospedaliera di Reggio Calabria (Gom): il miracolo dei conti

In questo panorama di rossi e criticità, il Grande Ospedale Metropolitano di Reggio Calabria emerge come la sorpresa positiva più significativa. Il bilancio 2024 (DCA n. 239 del 3 giugno 2025) si chiude con un utile d’esercizio di 349.999 euro — modesto in termini assoluti, ma straordinario nel contesto regionale, considerando che l’azienda reggina era storicamente tra le più indebitate d’Italia.

I ricavi della produzione raggiungono 256,3 milioni, i costi si fermano a 247,2 milioni con una differenza positiva di 9,1 milioni. Le immobilizzazioni materiali valgono 73,8 milioni, le rimanenze sanitarie 3,4 milioni. Il patrimonio netto è pari a 101,1 milioni, che incorpora perdite pregresse di 26,4 milioni ma anche riserve da donazioni e lasciti per oltre 10 milioni e 29,5 milioni di altre riserve. I debiti verso i fornitori ammontano a 48,6 milioni, quelli verso la Regione a soli 371mila euro — un rapporto debitorio verso la Regione praticamente azzerato, frutto di anni di gestione attenta. La direzione di Tiziana Frittelli ha prodotto risultati che il bilancio certifica nero su bianco.

Azienda Ospedaliera di Cosenza: il buco più profondo del sistema

Il contrario esatto è l’Azienda Ospedaliera di Cosenza (DCA n. 248 del 13 giugno 2025). Il bilancio 2024 si chiude con una perdita d’esercizio di 29,36 milioni di euro — la più alta tra tutte le aziende ospedaliere calabresi. I ricavi ammontano a 224,1 milioni, ma i costi di produzione sfondano i 236,3 milioni. Gli oneri straordinari netti pesano per ulteriori 8,5 milioni.

Il patrimonio netto è negativo per 6,5 milioni di euro: significa che l’azienda ha consumato ogni riserva e produce debiti che erodono il capitale. Le perdite accumulate negli anni precedenti e portate a nuovo valgono 96,4 milioni. I debiti verso la Regione ammontano a 54 milioni, quelli verso i fornitori a 43,5 milioni, mentre i debiti tributari raggiungono 12,1 milioni e quelli verso istituti previdenziali 5,8 milioni. I fondi rischi e oneri superano i 57,8 milioni. Il commissario regionale ha invitato l’azienda a completare la riconciliazione dei debiti verso i fornitori al 31 dicembre 2020 e a monitorare i fondi per quote inutilizzate dei contributi.

Asp di Cosenza: mezzo miliardo di debiti, utile fantasma

Il caso più complesso è quello dell’Azienda Sanitaria Provinciale di Cosenza (DCA n. 255 del 25 giugno 2025), la più grande del sistema regionale per dimensioni e per il territorio servito. Il bilancio 2024 presenta un utile d’esercizio di appena 69.154 euro su ricavi totali di 1,507 miliardi di euro — il valore della produzione più alto di tutta la regione — e costi di 1,503 miliardi. Una differenza di appena 3,9 milioni di euro rispetto ai costi, quasi interamente erosa dagli oneri finanziari (-5,8 milioni). Solo i proventi straordinari netti (22,7 milioni) consentono di chiudere formalmente in positivo.

Ma la vera fotografia dell’Asp cosentina emerge dal lato passivo dello stato patrimoniale: i debiti complessivi ammontano a 478,7 milioni di euro. Di questi, 214,6 milioni sono verso i fornitori, 57,8 milioni verso l’Istituto Tesoriere, 69,7 milioni verso la Regione, 38,2 milioni di debiti tributari, 38,8 milioni verso gli istituti previdenziali. Un’esposizione debitoria che pesa come un macigno sull’intera filiera dei fornitori privati. Le immobilizzazioni raggiungono 162 milioni, i crediti verso la Regione valgono 380 milioni.

Il commissario regionale ha rilevato due anomalie contabili: l’Asp ha iscritto maggiori crediti per 1,31 milioni relativi all’assistenza domiciliare e per 1,34 milioni relativi alla gestione della Rems (Residenza per l’Esecuzione delle Misure di Sicurezza), entrambi valori non ancora formalmente assegnati dalla Regione. Le correzioni sono state rinviate al bilancio 2025. Il collegio sindacale ha espresso parere favorevole.

Asp di Reggio Calabria: in utile ma con 269 milioni di fondi rischi

L’Asp di Reggio Calabria (DCA n. 254 del 24 giugno 2025) chiude il 2024 con un utile di 1,63 milioni di euro su ricavi di 1,09 miliardi — il secondo valore di produzione più alto della regione. I costi di produzione ammontano a 1,055 miliardi, con una differenza positiva di 35,7 milioni. Il dato positivo viene tuttavia eroso pesantemente dagli oneri finanziari (-20 milioni) che includono gli interessi di mora sui ritardi di pagamento, croce storica della sanità calabrese.

Il dato che più colpisce nell’Asp reggina è quello dei fondi rischi e oneri: 269,1 milioni di euro, di cui 185,8 milioni di fondi per rischi legali. Una cifra che fotografa l’enorme esposizione al contenzioso di un’azienda che per anni ha accumulato ritardi di pagamento, generando cause, ingiunzioni e pignoramenti. Il patrimonio netto è positivo per 47,9 milioni ma incorpora perdite pregresse di 312,6 milioni. Il collegio sindacale aveva inizialmente espresso riserve sulla congruità dei fondi rischi, poi ritirate dopo un supplemento di istruttoria documentale completato a giugno 2025.

Asp di Crotone: patrimonio netto in rosso di 137 milioni

L’ASP di Crotone (DCA n. 249 del 13 giugno 2025) è l’azienda con il quadro patrimoniale più compromesso. Il bilancio 2024 chiude con una perdita di 502.757 euro su ricavi di 449 milioni e costi di 435,5 milioni, ma è il patrimonio netto negativo per 137,4 milioni che racconta meglio di tutto la storia di un’azienda che ha accumulato perdite per decenni. Le perdite portate a nuovo valgono 194,7 milioni — una delle voci più pesanti del sistema.

La liquidità è critica: disponibilità liquide per soli 2,2 milioni di euro, a fronte di debiti complessivi di 246,3 milioni. I debiti verso i fornitori superano i 115 milioni, quelli verso la Regione i 74 milioni, il debito verso l’istituto tesoriere (cioè il conto corrente bancario che i fornitori attivano per il recupero coatto dei crediti) vale 22,4 milioni. I fondi rischi ammontano a 50 milioni. Il commissario ha richiesto un piano di intervento strutturato, che l’azienda ha fornito con nota del 13 giugno 2025.

Asp di Vibo Valentia: 11 milioni di perdita, ma i debiti verso i fornitori parlano chiaro

L’Asp Vibo Valentia (DCA n. 257 del 25 giugno 2025) chiude il 2024 con una perdita di 11,45 milioni di euro su ricavi di 335,6 milioni e costi di 342,2 milioni. Gli oneri finanziari negativi per 1,46 milioni (interessi di mora) peggiorano ulteriormente il quadro. Il patrimonio netto è positivo per 50,7 milioni, ma incorpora perdite pregresse per 25,8 milioni e un fondo di dotazione negativo per 3,2 milioni — segno di anni di sottocapitalizzazione.

I debiti verso i fornitori valgono 62,4 milioni, quelli verso la Regione 24,9 milioni, verso i Comuni 1,05 milioni. I fondi rischi e oneri superano i 98,7 milioni — sproporzionati rispetto alla dimensione aziendale, a testimonianza di un contenzioso legale che si trascina nel tempo. Il commissario ha rilevato un’anomalia contabile rilevante: l’Asp ha iscritto 1,08 milioni aggiuntivi per il recupero delle liste d’attesa in eccesso rispetto alle assegnazioni ufficiali, con un accantonamento compensativo che non ha prodotto impatto sul risultato finale ma che andrà corretto nel 2025.

Asp di Cosenza e la questione IRAP: 20 milioni di tasse su un utile di 69mila euro

Un dato paradossale emergente dai bilanci merita una riflessione a parte. L’Asp di Cosenza ha realizzato un utile ante imposte di 20,84 milioni di euro, ma ha pagato 20,77 milioni di euro in imposte e tasse (principalmente IRAP), chiudendo con un utile netto di appena 69mila euro. Analogamente, l’AO di Cosenza ha pagato 8,2 milioni di tasse su un risultato ante imposte già negativo per 21,1 milioni, aggravando ulteriormente la perdita finale. L’ASP di Reggio Calabria ha pagato quasi 14 milioni di imposte su 15,6 milioni di risultato ante imposte.

Questo fenomeno — che riguarda tutte le aziende calabresi — è strutturale nel sistema sanitario pubblico italiano: l’IRAP sul costo del lavoro incide pesantemente sulle aziende ad alta intensità di personale, creando una tassazione che prescinde dall’equilibrio economico reale. Per la sanità calabrese, già cronicamente in difficoltà, il carico fiscale trasforma risultati ante imposte positivi in utili risibili o in perdite ulteriori.

La mobilità passiva: il costo invisibile della fuga dei pazienti

I bilanci 2024 non mostrano direttamente il costo della mobilità passiva — i soldi che il sistema sanitario calabrese perde per i pazienti che si curano fuori regione. Ma questo dato, quantificato in circa 337 milioni di euro per il 2024, è la voragine più silenziosa dell’intero sistema. Il meccanismo è meno visibile di quanto si pensi, e per questo spesso frainteso: non è la Calabria a versare direttamente quella cifra alle altre regioni. È il Ministero dell’Economia e delle Finanze che, con un DPCM annuale di riparto del Fondo Sanitario Nazionale, detrae preventivamente la quota di mobilità passiva dalla dotazione assegnata alla Calabria. Il Fondo Sanitario Regionale che arriva a Catanzaro è già decurtato di quell’importo: i 337 milioni non escono dalla cassa regionale, più semplicemente non ci entrano mai. La Calabria contabilizza nei propri bilanci i debiti verso le regioni creditrici come partite passive, mentre le risorse per finanziarle vengono sottratte a monte, prima ancora della distribuzione. L’effetto pratico è identico a una perdita secca: ogni anno il sistema sanitario calabrese opera con oltre 300 milioni in meno rispetto a quello che riceverebbe se tutti i suoi residenti si curassero in loco. La mobilità passiva è al tempo stesso causa ed effetto del sottosviluppo sanitario: i pazienti fuggono perché non trovano cure adeguate, la fuga impoverisce le aziende, la povertà delle aziende impedisce di migliorare le cure. Rompere questo circolo vizioso è la vera sfida del dopo-commissariamento.

Cosa cambia davvero: il nodo del personale e delle infrastrutture

Con il ritorno alla gestione ordinaria, la Calabria può finalmente programmare con maggiore autonomia le assunzioni di personale sanitario — una delle criticità più acute del sistema, con carenze di medici specialisti che in alcune province raggiungono livelli di emergenza. I piani assunzionali erano stati limitati durante il commissariamento dalle rigide norme del Piano di Rientro.

Restano aperte le partite sui nuovi ospedali previsti nella Sibaritide, Vibo Valentia e Palmi, il cui iter progettuale si è intrecciato per anni con i vincoli commissariali. Le risorse del PNRR per le Case di Comunità e gli Ospedali di Comunità — destinati a rafforzare la medicina territoriale, il vero punto cieco della sanità calabrese — dovranno essere spese entro le scadenze europee, che si avvicinano.

Sul fronte fiscale, la fine del commissariamento apre teoricamente la strada a una riduzione delle aliquote regionali IRPEF e IRAP che i calabresi pagano al massimo da oltre un decennio per ripianare il disavanzo sanitario. Ma con il Piano di Rientro ancora attivo e un disavanzo residuo di 97 milioni, qualsiasi riduzione fiscale appare prematura e rischiosa.

Il nodo del miliardo: debito reale, debito potenziale, debito dimenticato

La questione del debito sanitario calabrese è più complessa di quanto i comunicati ufficiali lascino intendere. I bilanci 2024 certificano che i debiti verso i fornitori dell’intero sistema superano abbondantemente i 600 milioni di euro: solo le cinque Asp ne hanno oltre 572 milioni, a cui si aggiungono le due aziende ospedaliere.

Il processo di circolarizzazione del debito avviato da Occhiuto con la Guardia di Finanza ha permesso di distinguere il debito “certo” — quello riconosciuto e verificato — dal debito “contestato”. La cifra verificata si è attestata intorno agli 862 milioni, di cui circa la metà è già in fase di liquidazione o liquidata. Ma i bilanci 2024 mostrano che nuovi debiti continuano a formarsi ogni anno, alimentati dai ritardi nei pagamenti che generano interessi di mora e contenzioso legale.

I fondi rischi e oneri aggregati di tutto il sistema — Asp e aziende ospedaliere — superano i 700 milioni di euro: una somma che non appare nei debiti certi ma che rappresenta la stima delle passività potenziali derivanti da cause legali in corso, scontorni assicurativi, oneri futuri stimati. È il debito che dorme, e che potrebbe risvegliarsi nei prossimi anni.

Il paradosso calabrese: più fondi, ma la spesa non arriva ai pazienti

I dati aggregati del 2024 mostrano un sistema che riceve finanziamenti crescenti — il Fondo Sanitario Regionale ha raggiunto livelli storicamente elevati — ma che non riesce ancora a trasformare le risorse in servizi percepiti dai cittadini. Le disponibilità liquide del sistema sono aumentate significativamente: la sola Asp di Reggio Calabria ha 145 milioni in cassa, quella di Cosenza 104 milioni, il Gom 55 milioni. Ma questa liquidità viene in parte assorbita dai debiti pregressi e non si traduce in immediato miglioramento dei servizi. Il motivo è strutturale: un sistema con fondi rischi da 700 milioni e debiti verso fornitori da 600 milioni non può liberamente allocare la liquidità a nuovi investimenti. Prima deve fare i conti con il passato.

Fuori dal commissariamento, dentro la prova del nove

Il 9 aprile 2026 è una data storica per la Calabria. Ma la storia vera non si scrive con i decreti, si scrive nelle sale di attesa degli ospedali di Crotone e Vibo Valentia, nei corridoi dei pronto soccorso di Cosenza e Reggio, nei tempi di attesa per una risonanza magnetica o per una visita oncologica. I bilanci 2024 del SSR calabrese raccontano un sistema che ha fatto passi reali verso la sostenibilità finanziaria — e questo va riconosciuto — ma che porta ancora addosso il peso di decenni di cattiva gestione, di sprechi, di assunzioni clientelari, di appalti distorti.

La fine del commissariamento è la fine della tutela, non la fine dei problemi. La Calabria non è più una regione commissariata: è una regione che deve dimostrare, da sola e per la prima volta da diciassette anni, di saper governare la propria sanità. I numeri dei bilanci 2024 sono il punto di partenza. Il verdetto lo daranno i calabresi — quelli che non prenderanno più il treno per Milano per fare una colonscopia.

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