E’ una ferita che gronda ancora sangue e dolore collettivo, quella di Maria Chindamo. Nonostante siano trascorsi quasi dieci anni dalla sua scomparsa, il sorriso della ragazza di Limbadi che seppe riprendersi la libertà a colpi di forza e determinazione ben assestati a certa grettezza imperante, è un inno iconico alla emancipazione e, allo stesso tempo, un monito di quelli tonanti.
Quello splendore che trasuda da ogni foto di Maria, è una esortazione a mantenere sempre alta la guardia perché, malgrado le pur lodevoli innovazioni legislative a tutela delle donne, il mostro è sempre dietro l’angolo, e non è detto che abbia solo le sembianze di uno dei tantissimi reflui di genere maschile in circolazione; il mostro è anche l’ostinazione della subcultura patriarcale a voler vivere in vari borghi meridionali. Su alcuni di essi spesso ci azzuffiamo col televoto per promuoverli in questo o in quel programma televisivo, senza prima curarci di indagarne a fondo la scarsa considerazione per il diritto alla realizzazione delle donne che ancora oggi li abita; in misura minore certo, ma li abita.
Qualcosa comunque è cambiato, molto cambierà ancora con la forza del sacrificio di Maria Chindamo, che il fratello Vincenzo non smette di spiegare e radicare tra le nuove generazioni, aiutato da quel suo straordinario carisma della dolcezza che muove montagne di pregiudizio.
Vincenzo, 10 anni senza Maria, con un iter giudiziario in corso. È dura, come di cosa si alimenta la speranza di giustizia?
“È una domanda che non andrebbe posta solamente in modo individuale, ma in modo collettivo a tutte quelle realtà singoli cittadini associazioni che nel territorio locale e nazionale hanno fatto quadrato intorno alla storia di Maria generando speranza”.
Giustizia e verità arriveranno insieme?
“C’è già una grandissima verità che è emersa in questi 10 anni. Ed è che alla stragrande maggioranza delle donne e degli uomini calabresi la subcultura patriarcale violenta mafiosa fa schifo. Continuerò a cercare la verità e la giustizia, non solo giudiziaria ma anche quella sociale”.
Il sacrificio di Maria è servito a qualcosa in questa nostra terra ancora a trazione medievalmaschilista, per certi versi?
“Il sacrificio di Maria è servito a dimostrare che quel tipo di tradizione è fallimentare. Nonostante la vita persa di Maria, la sua voce ancora risuona tra i giovani studenti associazioni e ancora le sue Terre non sono e non saranno nelle mani della ‘ndrangheta“.

Immagina un podio. Dimmi le prime tre tipologie di sguardi che ricevi o subisci, quando cammini nella realtà dove tu e tua sorella avete vissuto
“Anche se non proprio come te la racconto io. Quando sono a Limbadi ricevo sorrisi e cortesie. Questo vuol dire che quelle stesse persone hanno schifo di quel fenomeno mafioso e violento che cercherebbe di impadronirsi di un territorio”.
In tutti questi anni ho assistito alla tua inevitabile metamorfosi: sei diventato il fratellone morale di tante donne sofferenti, una responsabilità in più …
“La cura della memoria di Maria passa attraverso l’incontro con tante donne e tanti uomini impegnati, ma anche con tanta gente comune. Ogni volta è un abbraccio, ogni volta uno scambio di energia, ogni volta è una scintilla che genera speranza di cambiamento e di riscatto”.
Come stanno i figli di Maria? Sei stato e sei una roccia per loro, come lo fu tua madre, una donna straordinaria
“I figli di Maria, nonostante ancora oggi, dopo 10 anni, non abbiamo né verità né giustizia, hanno scelto di servire lo stato. Due sono militari in aeronautica e un’altra studia giurisprudenza perché sogna di diventare un magistrato“.






