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24 Aprile 2026
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Geopolitica della complessità: a Lamezia Alessandro Aresu analizza lo scontro tra Occidente e Cina

Il consigliere scientifico di "Limes" ha tracciato i contorni del nuovo disordine mondiale. Al centro della riflessione, lo spostamento dell'asse produttivo verso l'Asia e l'emergere del "capitalismo politico" come motore del conflitto tra superpotenze.

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L’analisi di Alessandro Aresu parte da una constatazione demografica e produttiva inoppugnabile: il cuore pulsante del mondo non coincide più con i confini tracciati nel secolo scorso. Le masse asiatiche, con i tre miliardi di persone che popolano India e Cina, hanno assunto un ruolo egemone nell’industria globale. I dati logistici confermano questo sorpasso, con sei dei dieci porti più importanti del globo situati in territorio cinese. In questo scenario, l’Europa vede il proprio contributo marginalizzarsi, specialmente nelle filiere tecnologiche e digitali.

“Le grandi masse dell’Asia hanno un ruolo centrale nell’industria e nella produzione globale, cosa che non accadeva negli anni ’50 o negli anni ’60”, ha osservato Aresu, sottolineando come la ricchezza prodotta sia ormai indissolubilmente legata a un capitale umano altamente istruito e a una digitalizzazione pervasiva che ha trasformato i processi economici in dinamiche sociali.

L’era del capitalismo politico e il complesso tecnologico-militare

Uno dei concetti chiave espressi durante la conferenza, che si è svolta presso la biblioteca del liceo classico di Lamezia Terme nel quadro della Scuola di formazione politica giunta alla sua sesta edizione, è quello di “capitalismo politico”, una forma di economia in cui gli intrecci con il potere decisionale degli Stati diventano strutturali. Secondo Aresu, il commercio internazionale sta perdendo la sua veste regolamentata per trasformarsi in un campo di battaglia fatto di dazi, sussidi aggressivi e vincoli giustificati dalla sicurezza nazionale.

In questa nuova architettura, l’industria della difesa e le grandi aziende tecnologiche convergono in un unico apparato. L’intelligenza artificiale, lungi dall’essere solo uno strumento civile, diventa parte integrante di un complesso tecnologico-militare dove la competizione tra Washington e Pechino non ammette neutralità.

La dottrina Wang Huning: studiare l’avversario per superarlo

Per rispondere al quesito se la Cina abbia effettivamente vinto, Aresu propone una riflessione sulla figura di Wang Huning, l’ideologo dietro le ultime tre presidenze cinesi. Autore del volume America contro America alla fine degli anni ’80, Wang ha analizzato con precisione chirurgica le fragilità del sistema statunitense: la scarsa coesione sociale, le disuguaglianze e la violenza interna.

“Questo concetto non è solo il titolo di un libro, ma diventa quasi una dottrina attraverso cui il Partito Comunista Cinese guarda agli Stati Uniti”, ha spiegato Aresu. “Esiste un’asimmetria profonda tra le élite: mentre quella cinese ha studiato a fondo il pensiero politico occidentale per carpirne segreti e debolezze, raramente nelle cancellerie occidentali si trova una conoscenza altrettanto strutturata dei classici confuciani o delle dinamiche millenarie della civiltà imperiale cinese”.

La sfida della scienza: capitali, talenti e il nodo Taiwan

Il riscatto cinese dopo le umiliazioni coloniali dell’Ottocento passa oggi per un primato tecnologico che sfida apertamente quello americano. Se gli Stati Uniti mantengono una potenza finanziaria straordinaria, con investimenti nei data center previsti fino a 630 miliardi di euro per il 2026, la Cina risponde con una scala di formazione del capitale umano senza precedenti.

In questo equilibrio precario, Taiwan rimane l’anello di congiunzione critico: un’isola di 23 milioni di persone dotata di specializzazioni nell’ingegneria elettronica e meccanica indispensabili per la macchina industriale globale. La sfida del futuro, secondo Aresu, “non si giocherà solo sui mercati, ma nelle aule universitarie e nei laboratori di ricerca, dove il vantaggio competitivo della Cina comincia ad accumularsi grazie a una visione di lungo periodo che l’Occidente fatica a eguagliare”.

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