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21 Maggio 2026
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Lupi nel Cosentino: perché la convivenza è possibile (e necessaria) senza allarmismi

L'etologa e divulgatrice Chiara Grasso analizza il ritorno del predatore tra miti da sfatare e soluzioni concrete. "Il lupo non è un invasore, ma un elemento di equilibrio: proteggere gli allevamenti con la scienza riduce i danni fino al 90%".

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“Non parlo da scienziata: anch’io vivo nel bosco e ho pecore, capre e galline. Per questo so bene che è comprensibile provare rabbia quando si trovano animali sbranati nei pascoli”. Esordisce così Chiara Grasso, etologa e giornalista, per affrontare il delicato tema della presenza dei lupi nel Cosentino. La perdita di un capo di bestiame, sottolinea la divulgatrice, non è solo un danno economico, ma un mix di frustrazione e impotenza che va rispettato. Tuttavia, proprio per la serietà del problema, è fondamentale abbandonare i racconti basati sulla paura e adottare un equilibrio informativo.

Negli ultimi giorni si è diffuso il termine “emergenza lupi”, dipingendo lo scenario di un’invasione fuori controllo. La realtà scientifica e storica, però, smentisce questa narrazione: il lupo è una specie autoctona della Calabria e dell’Appennino che, dopo essere stata perseguitata e quasi eliminata per decenni, sta tornando a occupare i suoi spazi naturali. La sua presenza è, paradossalmente, un buon segno: indica che l’ecosistema è ancora vivo e in equilibrio.

I dati sulle predazioni: il contesto europeo

Senza negare l’esistenza degli attacchi, Grasso invita a rimetterli nel giusto contesto. In Europa, i dati parlano chiaro: meno dell’1% delle perdite di bestiame è imputabile ai lupi. “Parlare di stragi generalizzate o di collasso totale dell’allevamento senza dati precisi alimenta solo paura e rabbia, non soluzioni”, spiega.

La maggior parte degli attacchi si verifica laddove mancano adeguate misure di prevenzione. Animali lasciati incustoditi di notte o protetti da recinzioni obsolete sono il sintomo di anni di abbandono delle aree rurali, più che di una colpa dei singoli allevatori.

La scienza della prevenzione: come abbattere i rischi

“Il punto di svolta risiede nell’applicazione di protocolli che si sono già dimostrati efficaci. Secondo Grasso, l’adozione integrata di specifiche misure può ridurre le predazioni dell’80–90%: Cani da guardiania: selezionati e gestiti in modo corretto. Recinzioni: modelli elettrificati o rinforzati installati adeguatamente. Gestione del pascolo: rientro notturno del bestiame e sorveglianza attiva” prosegue.

“Non è magia: è scienza”, ribadisce l’esperta. È inoltre essenziale ricordare che il sistema di indennizzi e rimborsi statali è strettamente vincolato all’adozione di queste protezioni. Lo Stato non intende punire gli allevatori, ma spingerli verso una prevenzione che interrompa il ciclo del danno.

Sfatare il mito del pericolo per l’uomo

Un altro tema cardine è la sicurezza delle persone. Chiara Grasso è categorica: “Il lupo non è un pericolo per l’uomo. Evita il contatto umano e non considera le persone una preda”. Alimentare fobie irrazionali è considerato un atto irresponsabile che ostacola la comprensione della realtà.

La convivenza con il lupo deve essere gestita come quella con qualsiasi altro fenomeno naturale, dalla siccità alla grandine. I contadini si proteggono e chiedono sostegno, non cercano di eliminare l’evento atmosferico. “Mettere allevatori e lupi uno contro l’altro non risolve nulla. Servono meno titoli urlati e più soluzioni concrete. Perché tutelare chi lavora la terra e proteggere la natura non sono due battaglie opposte, ma la stessa responsabilità verso il territorio”.

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