Era il pomeriggio del 22 aprile 2022 quando due poliziotti si imbatterono in una Fiat Panda parcheggiata in Piazza Vincenzo Idà a Gerocarne, nel Vibonese. Al volante c’era Idà Michele Idà classe ’91. L’atteggiamento dell’uomo — tremolante e insofferente alla verifica — insospettì immediatamente i poliziotti, che lo sottoposero a perquisizione personale. Il risultato fu immediato: tre involucri in cellophane contenenti polvere bianca di cocaina, una somma di 1.460 euro in contanti e un mazzo di chiavi di cui Idà giustificava solo parzialmente il possesso. In tasca, tre telefoni cellulari: due iPhone 8 e uno Xiaomi Redmi. Abbastanza per proseguire. Ma era il mazzo di chiavi a concentrare l’attenzione degli investigatori. E fu lì che la storia cambiò completamente dimensione. E’ quanto emerge dalla lettura degli atti della maxi inchiesta della Dda di Catanzaro, nome in codice Jerakarni che la scorsa settimana ha portato all’arresto di 46 persone decapitando i vertici della locale di Ariola e, in particolare, dell’articolazione riconducibile agli Emanuele-Idà.
Sette mandate per aprire la porta del deposito
Quello che gli inquirenti sapevano già — grazie alle intercettazioni telematiche — era che quell’uomo, ogni volta che doveva rifornirsi di droga da cedere ai clienti, compiva sempre lo stesso tragitto a piedi: via M. Bianchi, poi Piazza Vincenzo Idà, poi un vicoletto monitorato dalle telecamere, fino a un cancelletto che dava accesso a un vicolo posto alle spalle dell’abitazione di Franco Idà, alias “Nuccio e/o Linuccio” — ritenuto figura di vertice della cosca Emanuele.
Le telecamere installate dagli investigatori avevano documentato quel rituale con precisione chirurgica. E le intercettazioni telematiche avevano catturato un dettaglio sonoro che sarebbe diventato decisivo: ogni volta che Michele Idà apriva la porta del deposito, si sentivano distintamente sette scatti di chiave nella toppa. Sette mandate. Un’apertura lunga, meccanica, quasi cerimoniosa. Quando i poliziotti, utilizzando una delle chiavi trovate in possesso dell’arrestato — quella rettangolare marca Cisa — aprirono il portone di Vico II San Giovanni, i sette scatti si ripeterono identici. La corrispondenza era perfetta. Erano nella stanza giusta.
L’arsenale dentro l’appartamento abbandonato
L’abitazione si presentava in palese stato di abbandono, il nottolino dell’ingresso sostituito con quello vecchio lasciato a terra come prova di un’occupazione arbitraria. Ma dentro non c’era il vuoto: c’era un deposito organizzato con cura maniacale. Il personale del Gabinetto Provinciale di Polizia Scientifica catalogò il contenuto stanza per stanza. Nei cassettoni del comò della prima stanza: marijuana in sette involucri separati, hashish in tre involucri, cocaina in dosi già confezionate. Nell’armadio della stanza anteriore: altri undici involucri di stupefacente, altri tre, altri sette, una busta di plastica bianca con altra sostanza, una confezione di mannitolo — il classico agente da taglio — e un sacchetto con 845 grammi di droga dentro un secchiello di plastica bianco poggiato su un tavolo al piano superiore. Tre bilancini, un coltello da cucina, un cucchiaino e una paletta. L’attrezzatura completa per il confezionamento al dettaglio.
Poi, al piano superiore, sotto un mobile in legno, dentro una busta gialla: tre pistole e un quantitativo di munizioni che lasciò senza parole chi le contò. Una Smith & Wesson cal. 38, due tamburi privi di marca e matricola. E le cartucce, tante cartucce di svariato calibro, più tre caricatori da 8 colpi e uno da 15. Tre kit completi per la pulizia delle armi.
La pistola con la matricola abrasa
La Smith & Wesson era priva di matricola. Gli investigatori la sottoposero a procedimento elettrolitico presso il Gabinetto Regionale della Polizia Scientifica di Reggio Calabria: il numero identificativo riemerse e gli accertamenti risalirono all’ultimo proprietario legale residente a Vibo Marina. Quest’ultimo escusso a sommarie informazioni ricostruì la storia dell’arma: l’aveva ceduta circa dieci anni prima a un pregiudicato di Vibo in cambio di un prestito di 2.000 euro contratto per coprire debiti di gioco. Non aveva mai denunciato né furto né smarrimento.
Il barile nel bosco: il secondo deposito
Il covo di Vico II San Giovanni non era l’unico. Parallelamente, le intercettazioni ambientali installate a bordo della Fiat Panda verde in uso a Marco Idà stavano rivelando un secondo nascondiglio, ben più inquietante per la tipologia del materiale custodito. Il 12 maggio 2022, la Fiat Panda si muoveva per le strade di Gerocarne con a bordo Marco Idà, Michele Idà classe 97 e Filippo Mazzotta. I tre stavano discutendo della quantità di droga da “scendere” — da portare, cioè, nel deposito. L’autovettura percorse via Carmine, poi via 4 Novembre, fino a fermarsi in aperta campagna in agro del Comune di Gerocarne in un bosco di difficile accesso, raggiungibile solo attraversando l’aia di proprietà della famiglia di Marco Idà. Un luogo – secondo gli inquirenti – scelto con cura per la sua conformazione geografica: facile da controllare, difficile da raggiungere per estranei.
Il giorno successivo, 13 maggio 2022, i tre tornavano nello stesso punto. E questa volta la conversazione registrata nella vettura aggiungeva un dettaglio che avrebbe messo in allarme chiunque: la presenza di cinghiali nei paraggi. “A ci sono i “gnierri” — i maialetti piccoli — commentava uno dei sodali. L’ipotesi che gli animali potessero fiutare e scavare il nascondiglio preoccupava il gruppo. “Ma lo sentono l’odore sai?” osservavano. Abbastanza per far capire agli investigatori che lì sotto c’era qualcosa di interrato.
Le telecamere nel bosco e il sequestro nella notte
Ottenuta l’autorizzazione dell’autorità giudiziaria, la Polizia Giudiziaria installò due telecamere nascoste all’interno del bosco. Il 8 giugno 2022 arrivò la prima immagine utile: Marco Idà scendeva dalla Fiat Panda con in mano un involucro di plastica celeste e lo occultava sotto uno pneumatico usato come punto di riferimento nella boscaglia. Il 13 giugno 2022, le telecamere ripresero il momento decisivo: Marco Idà e Michele Idà raggiungevano il nascondiglio, spostavano il copertone ed estraevano da un fusto interrato un involucro in cellophane contenente polvere bianca, dividendola in dosi pronte per lo spaccio. Nella notte tra il 13 e il 14 giugno 2022 la Polizia Giudiziaria raggiunse il punto e aprì il barile. Dentro c’era un arsenale che andava ben oltre ogni previsione.
Tre pistole: una pistola mitragliatrice con matricola parzialmente obliterata e due serbatoi vuoti, una SIG Sauer P226/S e un caricatore da 15 cartucce inserito, una Beretta cal. 6,35 priva di matricola con evidenti segni di ossidazione. E poi le munizioni, centinaia di svariato calibro. Ma soprattutto — e questo era il dettaglio che non lasciava dubbi sulla potenzialità offensiva del gruppo — 60 proiettili cal. 7,62×39: le munizioni standard del fucile mitragliatore AK47, il kalashnikov. In totale, 654 cartucce.
Accanto alle armi: 300 grammi abbondanti di cocaina suddivisa in cinque involucri da circa 50 grammi ciascuno, avvolti in cellophane e nastro adesivo da imballaggio. Un bilancino di precisione, rotoli di plastica e carta domopak per il confezionamento, una penna bic. E due oggetti che agli investigatori apparvero particolarmente significativi: un passamontagna in tessuto nero e le targhe anteriore e posteriore di un’autovettura associata a una Fiat Uno risultata non rubata. La presenza di quei due oggetti accanto all’arsenale induceva la Polizia Giudiziaria a ritenere che il gruppo stesse pianificando la commissione di un imminente agguato.
La scoperta del sequestro e la telefonata a “Nuccio”
Il pomeriggio del 14 giugno 2022,Marco e Michele Idà tornavano al nascondiglio. Trovarono il fusto vuoto. La reazione documentata dalle telecamere nascoste fu inequivocabile: Michele Idà si inginocchiava portando le mani alla testa, in preda alla disperazione. Marco Idà chiamava direttamente Franco Idà — alias “Nuccio e/o Linuccio” — per fissare un punto d’incontro immediato. “Io qui dietro alle scuole… al ponte e mezzo”, rispondeva Franco. Per gli investigatori quella telefonata era rivelatrice: il fatto che i due si rivolgessero come prima persona proprio a Franco confermava, secondo la ricostruzione degli inquirenti, il ruolo di vertice che lo stesso ricopriva all’interno del sodalizio. A pochi minuti dall’incontro con “Nuccio”, Michele e Marco tornavano già con altri sodali al bosco per quello che gli atti descrivono come un’operazione di bonifica del nascondiglio violato, riuscendo anche a individuare e asportare le telecamere nascoste dagli investigatori.
Il quadro che emerge dagli atti è quello di una logistica criminale strutturata su depositi multipli e dispersi sul territorio: uno nel centro storico del paese, aperto con sette mandate di chiave; uno interrato in una boscaglia di campagna, coperto da uno pneumatico usato come segnale. Luoghi scelti con cura, presidiati da sentinelle informali, riforniti con regolarità secondo turni e quantità discusse in auto. Con un arsenale che — dalle pistole alle munizioni per il kalashnikov, dal passamontagna alle targhe di ricambio — parlava, secondo gli inquirenti, di un gruppo pronto non solo a difendersi, ma a colpire.




