C’è un’aula di tribunale che non dimenticherà presto quella mattina. Colleghi, magistrati, avvocati, forze dell’ordine, familiari, cittadini: tutti lì, stretti attorno a Camillo Falvo, il procuratore della Repubblica di Vibo Valentia che lascia la città per assumere la guida della Procura Distrettuale di Potenza. Non un trasferimento qualsiasi, ma la fine di un capitolo lungo dodici anni — cinque come sostituto della Dda di Catanzaro con applicazione sul Vibonese, poi sei anni e mezzo da procuratore capo — che ha segnato in profondità il territorio. Falvo ha parlato a braccio, visibilmente commosso, nella cerimonia di commiato in un’aula strapiena. Ha ringraziato uno per uno. Ha ricordato. Ha lasciato un messaggio preciso alla città.
Una città trasformata: “Non è minimamente paragonabile al 2014”
Il punto di partenza è il 2014. Falvo arriva a Vibo dalla Dda di Messina, su indicazione di Giovanni Bombardieri. Il quadro che gli viene descritto è quello di una città in ginocchio. “Veniva definita una polveriera — ricorda — dove non sapevamo come mettere mano”. Faide in corso, processi intasati, un territorio in cui la criminalità organizzata aveva radicato un controllo capillare. “Dai racconti dei collaboratori di giustizia che abbiamo sentito in questi anni, abbiamo sentito di una Vibo veramente in mano alla criminalità”, dice davanti ai presenti.
Oggi quella realtà non esiste più, o almeno non nelle stesse forme. “La situazione è completamente diversa, non è minimamente paragonabile a quella del 2014”, afferma ai giornalisti con una certezza che non sembra retorica. “Quello testimonia non solo le operazioni, ma soprattutto i risultati. Il fatto che sono anni e anni che non c’è più l’omicidio in una terra in cui erano tantissimi i crimini. Questo dimostra che le cose sono cambiate“. E aggiunge, evocando il punto di osservazione privilegiato del suo ufficio: “Vi assicuro che le cose sono cambiate tanto“.
L’eredità della Dda: “Pensavamo di fare una cosa impossibile”
Falvo non separa il suo mandato da procuratore capo — iniziato il 18 dicembre 2019 — dagli anni precedenti alla Dda catanzarese. Sono lo stesso ciclo, lo stesso progetto. “Ho avuto la fortuna di vedere cambiare il territorio vibonese, perché sono stati anni di grande entusiasmo, di grande intensità“. Con i colleghi della Distrettuale antimafia ha costruito le fondamenta di quello che sarebbe poi diventato il suo lavoro da procuratore capo.
La svolta storica è Rinascita Scott, l’operazione del dicembre 2019 che ha disarticolato il clan Mancuso e la ‘ndrangheta vibonese. Falvo non cita l’operazione direttamente nel suo discorso, ma il riferimento è implicito in ogni passaggio. “Noi ad un certo punto ce l’avevamo messo in testa di poter fare una cosa che sembrava impossibile: liberare da una ‘ndrangheta che sembrava invincibile. E così non è stato“.
“Lo Stato rimane”: il messaggio ai cittadini
Il passaggio più politico — nel senso nobile del termine — è quello che Falvo rivolge ai cittadini, non alle istituzioni. È quasi un testamento morale. Ha sentito, nelle intercettazioni, le parole dei boss: “Noi restiamo, loro prima o poi vanno via”. È quella frase che lo ha spinto a essere esplicito. “Ecco, non è vero, non è vero perché noi ci alterniamo, non andiamo via. Lo Stato rimane, rimane sempre più forte, più forte di prima“.
Ma l’appello che rivolge alla comunità vibonese non è passivo. Non basta attendere che lo Stato lavori. “Bisogna pretendere la legalità, una legalità che qui ha un prezzo un po’ più alto, che è quello a volte della paura, ma non bisogna mai arretrare, neanche di un millimetro. Bisogna sempre restare fermi, denunciare, perché lo Stato ha dimostrato che è più forte delle organizzazioni criminali”. E ancora: “Oramai non avranno più gli spazi che hanno trovato qui”.
C’è poi un rimpianto di città, quasi una nostalgia. Falvo ricorda la Vibo di trent’anni fa, quella che frequentava con il padre, quando era ancora una città viva e orgogliosa. “Io vorrei che Vibo ritornasse quella che era prima, e sono convinto che sia sulla buona strada”. Un messaggio ai vibonesi che suona come incoraggiamento: la meta è possibile, il percorso è già tracciato.
Il ringraziamento alla sua squadra
Il discorso è anche un lungo, minuzioso ringraziamento. Falvo non dimentica nessuno: i sostituti procuratori — Concettina Iannazzo che farà da reggente fino alla nomina del nuovo procuratore, Eugenia Belmonte, i più recenti Adriano, Viviana, Alessandra —, il personale amministrativo, la polizia giudiziaria con le sezioni di Guardia di Finanza, Carabinieri e Polizia di Stato. Cita per nome gli uomini della scorta — “Giuseppe, Giuseppe, Enzo, Luca, Francesco, Francesco, Luigi, Rocco, Marco” — con una considerazione che non è protocollo ma affetto autentico.
Poi i colleghi giudicanti, ai quali dedica una riflessione: “Vibo è una realtà dove vengono solamente magistrati di prima nomina che sono impegnati in processi di una complessità che altrove non sanno neanche che possa esistere“. Un problema strutturale che denuncia con pacatezza, ma con fermezza. E si dice tranquillo per il futuro, perché la procura che lascia camminerà sulle sue gambe: “La procura continuerà a camminare sulle gambe di questi giovani magistrati che sono ormai robuste, possono camminare da sole“.
“Ho conosciuto la compagna della mia vita”
Nel mezzo dei ringraziamenti istituzionali, una confessione personale che strappa un sorriso all’aula. “A parte che ho conosciuto la compagna della mia vita — dice Falvo — Vibo mi ha dato tanta umanità“. Un dettaglio che dice molto dell’uomo oltre che del magistrato: dodici anni in una terra difficile non sono stati solo lavoro, ma vita. Chiude con una certezza, la stessa con cui probabilmente si apre ogni mattina: “È stato un privilegio, un onore per me essere procuratore“. Adesso il palcoscenico si sposta in Basilicata. Ma il cuore, dice lui stesso, resta a Vibo.




