Passa dal carcere agli arresti domiciliari Caterina Emanuele, 55 anni di Ariola di Gerocarne, indagata nell’ambito della vasta operazione antimafia “Jerakarni” messa a segno nelle settimane scorse dalla Squadra Mobile di Vibo sotto il coordinamento della Dda di Catanzaro. Il giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Catanzaro, Arianna Roccia, ha disposto la sostituzione della misura cautelare della custodia in carcere con quella degli arresti domiciliari con braccialetto elettronico. Il provvedimento si fonda sulle condizioni di salute dell’indagata, affetta da una grave malattia ritenuta incompatibile con il regime carcerario.
“Cure non garantite”: la relazione sanitaria decisiva
Determinante, nella valutazione del gip, è stata la documentazione medica acquisita agli atti, in particolare la relazione del direttore dell’Asl di Lecce. Nel documento si evidenzia l’impossibilità di assicurare cure adeguate all’interno dell’istituto penitenziario, nonché di fronteggiare eventuali complicanze, con un rischio definito “elevatissimo”. Un quadro che ha portato il giudice a ritenere necessario un intervento immediato per tutelare il diritto alla salute dell’indagata.
Nel provvedimento si sottolinea come le esigenze cautelari restino attuali, ma possano essere soddisfatte anche attraverso una misura meno afflittiva. Da qui la decisione di applicare gli arresti domiciliari con controllo elettronico, ritenuti idonei a prevenire il rischio di recidiva e, al contempo, a consentire alla donna di sottoporsi alle cure necessarie.
L’inchiesta “Jerakarni” e i clan nel mirino
La misura si inserisce nel più ampio contesto dell’operazione “Jerakarni”, coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro, che ha portato all’esecuzione di 54 misure cautelari colpendo in particolare la Locale di Ariola e le articolazioni della ‘ndrangheta attive nell’entroterra vibonese con in testa le famiglie Emanuele e Idà. Agli indagati vengono contestati, a vario titolo, associazione mafiosa, traffico di sostanze stupefacenti, tentato omicidio, estorsione, detenzione e porto illegale di armi, favoreggiamento e altri reati, aggravati dal metodo mafioso. Caterina Emanuele risulta inserita in un ambito familiare ritenuto di rilievo dagli inquirenti: è infatti sorella di Bruno Emanuele e moglie di Franco Idà, indicato dagli investigatori come presunto reggente del clan. L’indagata è assistita dagli avvocati Giuseppe Di Renzo e Sergio Rotundo. Il procedimento resta nella fase delle indagini preliminari e, come previsto, la fondatezza delle accuse sarà oggetto di verifica nelle successive fasi processuali. Il prossimo step è rappresentato dai ricorsi al Tribunale del Riesame di Catanzaro che verranno discussi il prossimo 29 aprile.






