La terza sezione penale della Corte d’appello di Catanzaro ha disposto la scarcerazione e l’immediata liberazione di Domenico Macrì, detto Mommo, accogliendo il ricorso presentato dagli avvocati Stefano Luciano e Salvatore Staiano. Secondo i giudici, la sentenza di condanna emessa nei suoi confronti non è definitivamente esecutiva, venendo meno il presupposto giuridico per il mantenimento della custodia in carcere.
Rinascita Scott e l’annullamento della Cassazione
Macrì era stato condannato a 20 anni in primo grado e a 15 anni e 2 mesi in appello nel filone abbreviato del maxi processo Rinascita Scott. La Corte di Cassazione ha annullato con rinvio la sentenza di secondo grado, disponendo un appello-bis per la rideterminazione della pena. A cadere sono stati il comma 6 dell’aggravante mafiosa sul reimpiego dei capitali di origine illecita e altri reati-fine, che dovranno essere scomputati nel calcolo finale. In assenza di una condanna definitiva, il titolo detentivo è stato ritenuto non più valido.
Addio al 41 bis nel carcere di Novara
La decisione ha avuto un effetto immediato e dirompente: Macrì ha lasciato la sua cella al 41 bis nel carcere di Novara, dove era detenuto in regime di carcere duro. Era stato arrestato il 19 dicembre 2019, nel giorno simbolo del maxi blitz Rinascita Scott, e da allora non aveva mai fatto ritorno in libertà, restando ristretto ininterrottamente sei anni, attraversando tutte le fasi del giudizio senza mai beneficiare di misure alternative.
Va però chiarito un punto centrale: la condanna per associazione mafiosa resta sostanzialmente intatta sul piano del giudizio di responsabilità. Ciò che è venuto meno non è l’impianto accusatorio nel suo nucleo essenziale, ma una parte rilevante del trattamento sanzionatorio. L’appello-bis disposto dalla Cassazione dovrà quindi limitarsi alla rideterminazione della pena, depurandola dalle aggravanti e dai reati-fine caduti. Fino a quando quel nuovo giudizio non sarà celebrato e definito, la sentenza non è esecutiva e non può sorreggere la detenzione. È su questo crinale tecnico, e non su una assoluzione di merito, che si innesta la scarcerazione: una libertà giuridicamente obbligata, figlia di un vuoto cautelare che il sistema processuale non consente di colmare.
Il profilo accusatorio e il carcere duro
Il provvedimento di sottoposizione al 41 bis nei confronti di Domenico Macrì è stato disposto dal ministro della Giustizia Marta Cartabia, sulla base di un quadro accusatorio che lo colloca ai vertici della ’ndrina Pardea-Ranisi, con un ruolo ritenuto apicale e strategico. Il regime di carcere duro venne applicato dal 2021, con l’obiettivo di interrompere ogni possibile collegamento con l’esterno. Nel suo precedente giudiziario pesa anche la condanna nel processo Good Fellas, per l’appartenenza alla cosca Lo Bianco-Barba di Vibo Marina, in particolare al gruppo diretto dall’attuale collaboratore di giustizia Andrea Mantella.
Quanto alle accuse specifiche, nell’ordinanza di custodia cautelare notificata il 19 dicembre 2019 Macrì viene descritto come uno dei capi dell’ala militare e mandante delle azioni di fuoco. Secondo i giudici, a lui spettava individuare i bersagli delle attività estorsive e delle azioni ritorsive finalizzate al controllo del territorio, gestire e pianificare agguati, indicare gli obiettivi da colpire e impartire ordini e direttive agli affiliati sul comportamento da tenere. Non solo. Il ruolo contestato non sarebbe stato esclusivamente operativo: Macrì avrebbe partecipato agli incontri con esponenti di altre articolazioni della ’ndrangheta vibonese, contribuendo all’elaborazione delle strategie criminali, alla ripartizione dei proventi illeciti e ponendosi come punto di riferimento riconosciuto dagli affiliati. Braccio armato e mente organizzativa, secondo l’impianto accusatorio.
Cade anche un’altra misura cautelare
A rafforzare ulteriormente la decisione della Corte d’appello c’è un secondo passaggio giudiziario tutt’altro che marginale. Nel frattempo è infatti caduta un’altra misura cautelare disposta nell’ambito di un’altra inchiesta penale condotta dalla Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro e sfociata in un altro procedimento distinto, che fino a quel momento aveva contribuito a sorreggere il quadro detentivo complessivo.
Il riferimento è al processo sulla presunta estorsione ai danni di una ditta che gestisce il servizio dei rifiuti a Vibo Valentia, un filone autonomo ma ritenuto dall’accusa significativo sul piano cautelare. In quel giudizio di primo grado, però, Domenico Macrì è stato assolto, dal Tribunale collegiale di Vibo Valentia, che ha escluso la sussistenza del fatto contestato. Un verdetto che ha fatto venir meno l’ultimo titolo cautelare ancora in piedi, lasciando la Corte d’appello davanti a un quadro giuridico ormai svuotato: nessuna condanna definitiva esecutiva e nessuna misura cautelare alternativa.




