Si chiude davanti alla Cassazione uno dei capitoli giudiziari più pesanti della storia criminale vibonese recente. Il processo “Romanzo Criminale”, nato dall’inchiesta contro i vertici e i gregari del clan Patania di Stefanaconi, arriva al suo epilogo definitivo: i giudici di legittimità hanno rigettato tutti i ricorsi, rendendo irrevocabili le condanne per associazione mafiosa e per altri reati contestati a vario titolo, tra cui armi, estorsione e rapina. È il sigillo finale su un procedimento che ha ricostruito non solo la struttura del gruppo criminale, ma anche il contesto di una guerra di ’ndrangheta che, tra il 2011 e il 2012, insanguinò il territorio vibonese e contrappose la cosca di Stefanaconi ai Piscopisani. Una stagione segnata da omicidi, vendette e alleanze criminali, interrotta dall’intervento dello Stato con gli arresti eseguiti nel novembre 2012.
Il verdetto definitivo della Suprema Corte
Con la decisione della Cassazione, passano in giudicato le condanne già pronunciate nel nuovo processo d’Appello celebrato a Catanzaro dopo il rinvio disposto dai giudici di legittimità nel febbraio 2019. Il verdetto d’Appello del 2 aprile 2025 è stato dunque confermato.
Le pene definitive riguardano Bruno Patania, condannato a 9 anni, Francesco Lopreiato a 10 anni, Cristian Loielo a 10 anni, Caterina Caglioti a 9 anni, Giuseppina Iacopetta, vedova del boss Fortunato Patania, a 14 anni, i figli Saverio e Salvatore Patania a 15 anni, Nazzareno Patania a 12 anni, Giuseppe Patania a 16 anni, Andrea Nicola Patania a 9 anni, Alessandro Bartalotta a 10 anni e un altro Bruno Patania, figlio della Iacopetta, a 9 anni. Già definitiva da tempo, invece, la condanna a 4 anni e sei mesi nei confronti del collaboratore di giustizia Nicola Figliuzzi.
In questi giorni alcuni imputati sono destinatari degli ordini di carcerazione per l’espiazione delle pene residue. I primi provvedimenti hanno riguardato Caterina Caglioti e il marito Bruno Patania; successivamente è stata la volta di Alessandro Bartalotta.
La faida con i Piscopisani e l’origine della guerra
Il cuore dell’inchiesta affonda nelle tensioni criminali esplose nel Vibonese a partire dal 16 settembre 2011, data dell’omicidio dell’agricoltore di Piscopio Michele Mario Fiorillo. Secondo la ricostruzione accusatoria, quel delitto sarebbe stato commesso dal gruppo di Stefanaconi.
La risposta dei Piscopisani arrivò appena ventiquattro ore dopo, con l’uccisione di Fortunato Patania, indicato come il capofamiglia della cosca. Da quel momento la contrapposizione degenerò in una vera e propria guerra di ’ndrangheta, con il gruppo Patania mobilitato per colpire i rivali e ristabilire il proprio peso criminale sul territorio.
L’inchiesta ha ricostruito una fase di particolare violenza, nella quale la cosca avrebbe potuto contare anche su appoggi familiari e criminali oltre i confini di Stefanaconi. Tra questi, secondo l’impianto accusatorio, i rapporti con i Caglioti e il sostegno del boss Pantaleone Mancuso, detto “Scarpuni”, indicato come riferimento sia sul piano economico sia su quello militare.
L’asse con i Mancuso e il controllo del territorio
Dalle indagini “Romanzo Criminale” e “Gringia-dietro le quinte” è emerso il quadro di una famiglia criminale inserita in un sistema più ampio. La cosca Patania, secondo la ricostruzione giudiziaria, era federata alla potente consorteria dei Mancuso di Limbadi, in virtù dei rapporti storici tra ’Nato Patania e i vertici del clan limbadese. L’obiettivo, secondo l’accusa, era eliminare o piegare le frange criminali considerate insofferenti al dominio del gruppo. In questo scenario vengono collocati i contrasti con il gruppo Mantella, con gli Emanuele e con gli stessi Piscopisani.
La faida, culminata in una lunga scia di sangue, si arrestò solo con l’intervento della magistratura antimafia. Nel novembre 2012 arrivarono gli arresti dell’operazione “Gringia”, concentrata sul filone degli omicidi della guerra criminale. Pochi mesi dopo scattò il blitz di “Romanzo Criminale”, con il coinvolgimento dei vertici e dei gregari del gruppo Patania chiamati a rispondere, a vario titolo, del reato associativo e dei reati fine.
Le parti civili e il fronte della difesa
Nel processo si sono costituite parti civili l’Amministrazione provinciale di Vibo Valentia, il Comune di Stefanaconi e Alilacco Sos Impresa, l’Associazione per la Liberazione di Imprenditori, Lavoratori Autonomi e Commercianti dal crimine organizzato. In Appello era stato disposto che le spese processuali liquidate in favore dell’Amministrazione provinciale e del Comune di Stefanaconi fossero poste provvisoriamente a carico del Fondo di rotazione per la solidarietà alle vittime dei reati mafiosi. Il collegio difensivo era composto dagli avvocati Salvatore Staiano, Antonio Larussa, Tiziana Barillaro, Vincenzo Galeota, Sergio Rotundo, Gregorio Viscomi, Antonio Lomonaco e Giovanni Oliverio.






