Ogni volta che si apre un cantiere o si conclude un intervento sulla viabilità, il Comune di Catanzaro informa puntualmente i cittadini: questa settimana è successo per l’apertura del cantiere per la nuova rotatoria su via Lucrezia della Valle. È una buona abitudine, e va riconosciuto. La trasparenza sui lavori pubblici è parte integrante del rapporto fiduciario tra un’amministrazione e la sua comunità, e non è affatto scontata come potrebbe sembrare.
Una lettura attenta del quadro complessivo, però, suggerisce che accanto a questi risultati — concreti e visibili — si apra un orizzonte di sfide più complesse, che richiedono risposte di natura diversa. Catanzaro è il capoluogo di una delle regioni più delicate d’Italia, e i suoi problemi strutturali non si misurano in metri di asfalto: si misurano in persone che partono, in opportunità che mancano, in potenziale inespresso. Non per colpa di questa o quella giunta, ma per ragioni profonde e stratificate che chiamano la politica locale a uno sforzo di visione lungo, paziente e coraggioso.
Una città che si svuota
I numeri non lasciano spazio a letture ottimistiche di comodo. Secondo i dati più recenti dell’Osservatorio Regionale Demografico, nel solo 2025 la provincia di Catanzaro ha perso 1.581 residenti — e questo in un anno considerato non eccezionalmente critico. Tra il 2001 e il 2023, il territorio ha visto svanire oltre 28.000 abitanti, passando da 369.134 a circa 340.659 residenti. Una perdita silenziosa, senza crolli improvvisi, che erode il tessuto sociale anno dopo anno.
Il dato più inquietante, però, non è il numero assoluto: è la composizione anagrafica di chi resta. Il 24,6% della popolazione provinciale ha più di 65 anni — una percentuale che l’INPS, nel suo Rendiconto Sociale 2024, definisce “indice di una crisi demografica profonda”.
Meno giovani significa meno innovazione, meno domanda interna, meno forza lavoro per sostenere il sistema pensionistico locale. Il capoluogo, con un ritmo stimato di 500-700 abitanti persi ogni anno, rischia di scendere sotto i 75.000 residenti entro vent’anni.
Il lavoro che non trattiene
Sul fronte occupazionale il quadro è ambivalente. La Banca d’Italia, nel suo rapporto sul primo semestre 2025, segnala per la Calabria un aumento degli occupati del 5% e una riduzione del tasso di disoccupazione all’11,4%. Dati incoraggianti, ma che nascondono una realtà più complessa a livello provinciale.
Il Rendiconto INPS 2024 sulla provincia di Catanzaro racconta una storia diversa: il tasso di disoccupazione locale è salito dal 14,9% al 15,7%, ma il dato più preoccupante riguarda chi al lavoro ha smesso persino di credere.
Il tasso di inattività — cioè chi non lavora e non cerca più un impiego — è passato in un solo anno dal 38,4% al 40,9%. È la fotografia di una sfiducia sistemica, di giovani e meno giovani che smettono di sperare prima ancora di partire.
La qualità del lavoro disponibile è un altro nodo critico. Il 44,2% dei lavoratori dipendenti della provincia opera con contratti a tempo determinato o part-time, contro una media nazionale del 27,5%. Le retribuzioni medie giornaliere si fermano a 77,9 euro per gli uomini e 58 euro per le donne — ben al di sotto delle medie nazionali di 107,5 e 79,8 euro.
La fuga dei giovani e il paradosso universitario
Catanzaro ha un’università — la Magna Græcia — che forma ogni anno medici, giuristi, ingegneri. È un’istituzione preziosa, non un semplice dato di fatto. Eppure, i dati regionali parlano di oltre 80.000 giovani tra i 18 e i 34 anni che hanno lasciato la Calabria tra il 2011 e il 2024. Non si tratta di semplice mobilità: è una sottrazione strutturale di capitale umano qualificato. Il problema non è solo l’assenza di imprese in grado di assorbirli. È l’assenza di un ecosistema: opportunità culturali, trasporti funzionali, burocrazia snella, qualità dei servizi.
Le università del Sud faticano a creare connessioni strutturate con il tessuto produttivo. Il risultato è che i frutti migliori dell’ateneo catanzarese si trasferiscono, a malincuore, al Nord o all’estero e il territorio resta con le strutture ma senza i protagonisti che avrebbe potuto formare.
Quello che Fiorita ha capito e quello che si aspettano i catanzaresi
Sarebbe ingeneroso non riconoscere il lavoro svolto dall’amministrazione guidata dal sindaco Nicola Fiorita. Chi governa Catanzaro ha ereditato una città con fragilità strutturali di lungo corso, non certo create nell’ultimo mandato. E ha avuto il merito, non banale, di imprimere un cambio di metodo: più dialogo con la società civile, più attenzione alla dimensione culturale, una cura visibile per il decoro urbano e per i luoghi simbolo, che stanno tornando a essere punti di riferimento per i catanzaresi.
La scommessa sulla cultura e sull’identità della città è giusta. Catanzaro non può competere sulla quantità delle infrastrutture con i grandi capoluoghi del Nord, ma può giocare la carta della qualità della vita, dell’autenticità, della bellezza di un luogo che ha mare, collina, storia e un clima che molte città europee si sognano. Su questo fronte l’amministrazione ha lavorato con coerenza.
Ma proprio perché il sindaco sembra avere capito la natura profonda delle sfide, ci si aspetta di più sul piano delle politiche strutturali. Un piano organico sulla residenzialità — incentivi veri per chi sceglie di venire ad abitare in città, politiche abitative per i giovani, strumenti per trattenere i neolaureati.
Una strategia che dialoghi con le Zone Economiche Speciali istituite in Calabria, per fare del capoluogo un hub di servizi per l’intera regione. E un trasporto pubblico degno di questo nome, perché Catanzaro è una città lunga e verticale che non si percorre a piedi, e chi non ha un’auto è di fatto oggi escluso dalla vita pubblica.
Catanzaro, nei prossimi dieci anni, dovrà scegliere cosa vuole essere. Una piccola capitale regionale viva, attrattiva, capace di trattenere i suoi talenti e di farne arrivare di nuovi. Oppure un centro che sopravvive grazie all’inerzia della pubblica amministrazione, sempre più anziano, sempre più svuotato.
La scelta non dipende solo dalla politica — dipende anche dai catanzaresi, dalla loro capacità di non rassegnarsi, di partecipare, di pretendere di più da sé stessi e dalle istituzioni. Ma la politica ha il compito di indicare la direzione, di ascoltare il territorio e di farlo con strumenti all’altezza della sfida. Quella direzione si dovrà tracciare con visione strategica, con coraggio amministrativo, con la capacità di leggere i dati e di trasformarli in decisioni. Non soltanto con l’inaugurazione della prossima rotatoria. (m.c.)






