Altro che ‘ndrangheta, altro che poteri forti. La vera minaccia, oggi, sembra essere il “pool dei pazzi”. No, non è una nuova serie su Netflix: è la narrazione surreale che vorrebbe dipingere Nicola Gratteri come un visionario esaltato e i magistrati della Dda di Catanzaro come un manipolo di scalmanati. La macchina del fango, quella vera, gira da tempo con olio lubrificante di prima scelta, fornito da chi ha tutto da perdere nel cambiamento in atto in Calabria.
Dal kalashnikov al titolone
Dove non sono arrivati i kalashnikov e i bazooka, sono arrivati i titoloni allusivi, le interviste commosse all’assolto del giorno, i piagnistei legali travestiti da opinioni “garantiste”. La strategia è vecchia: si prende un imputato assolto – magari solo in primo grado, magari solo per uno dei capi d’imputazione – e lo si trasforma in martire del “sistema Gratteri”. Poco importa se il gip, il Tribunale del Riesame o la Cassazione abbiano magari riconosciuto la fondatezza dell’accusa. Poco importa se le carte raccontano un’altra verità. Si preferisce ignorare perfino il principio fondamentale del codice di procedura penale: ci si difende nel processo, non dal processo.
Il processo non è una gara, è una ricerca
E soprattutto: non c’è né vittoria né sconfitta in un processo. C’è un percorso. Un tentativo – talvolta riuscito, talvolta no – di ricucire uno strappo, quello tra l’offesa e il diritto. Il processo è lo spazio in cui si cerca una verità processuale, l’unica che può generare giustizia in uno Stato di diritto. E se c’è un innocente assolto, è un bene per tutti. Ma guai a trasformare il dibattimento in un teatrino politico-mediatico contro chi le inchieste le fa. Perché se davvero si ritiene che un magistrato abbia agito con dolo, la strada c’è ed è precisa: si chiama denuncia. Perché, allora, chi tanto parla contro la Dda di Catanzaro non denuncia Gratteri e il suo pool?
Difendersi sì, ma con coerenza
Se si parla seriamente di giustizia, si agisce. Se si parla solo per delegittimare, si fa propaganda. E in questo gioco il bersaglio non è un magistrato, ma un sistema di protezione della società, fatto anche e soprattutto di Polizia Giudiziaria, di indagini complesse, di lavoro sacrificante e silenzioso. Un lavoro che sfocia in tribunale dove, attenzione, accusa e difesa sono rivali, ma non nemici. Stanno su due rive dello stesso fiume. Uno persegue la verità, l’altro la tutela dell’imputato. L’avvocato difende, il pm dovrebbe cercare la verità. Questa è la differenza sostanziale. E lo fa per conto della collettività.
Da assolto a santo subito: basta un comma
Ma oggi, basta un’assoluzione – magari figlia delle riforme Cartabia e Nordio che hanno fatto strage di reati – per trasformare l’imputato in un monumento alla virtù. Abuso d’ufficio? Sparito. Traffico di influenze illecite? Depotenziato. E guai a ricordarlo: si rischia di rovinare la narrazione.
Ogni scusa è buona per bastonare chi fa indagini scomode. E i bersagli preferiti sono sempre loro: quelli che non guardano in faccia nessuno, quelli che non frequentano i salotti buoni, quelli che lavorano in prima linea anche quando farlo vuol dire esporsi.
Isolare il magistrato, manuale d’uso
Gratteri e i pm antimafia non sono nuovi a questo trattamento. In Calabria la delegittimazione dei magistrati è sport praticato da decenni. Non servono più le bombe sotto casa. Come diceva una vecchia intercettazione: “basta la parola giusta, nel posto giusto, sul giornale giusto”. Colpisci la reputazione, isola il magistrato, rendilo inaffidabile. Il resto lo farà l’opportunismo mediatico.
I conti della Corte e l’ipocrisia politica
E mentre si tenta di trasformare Gratteri in una caricatura di se stesso, si sprecano le inchieste della Corte dei Conti che mettono a nudo gestioni disinvolte delle risorse pubbliche. Magari non è reato, ma l’uso distorto dei fondi pubblici c’è stato. Solo che lì non si grida allo scandalo. Perché? Forse perché quei fondi servono a tenere in piedi un sistema opaco basato su amicizie, fedeltà, appartenenze. La meritocrazia? Uno slogan da convegni. L’articolo 54 della Costituzione? Carta straccia. L’imparzialità della pubblica amministrazione? Uno sketch da cabaret.
La colpa è di chi fa il proprio dovere
Ma tanto, la colpa – si sa – è di quel “pool di pazzi”. Che fanno troppo. Che parlano troppo. Che arrestano troppo. Che osano pensare che la Calabria possa cambiare. E allora avanti con i processi alla giustizia, mentre si scivola ogni giorno un po’ di più nel cinismo generalizzato, dove tutto è uguale, dove nessuno è colpevole, e chi cerca di fare pulizia diventa un problema da risolvere.
Una verità che fa paura
Solo che la giustizia vera non è un fastidio: è una fatica collettiva. E chi oggi gioca a delegittimare, sta facendo il gioco sbagliato. Forse comodo per il piccolo cliente di turno, ma disastroso per la grande società. Ridiamoci su. Ma con rabbia.









