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14 Marzo 2026
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L’usuraio storico di Catanzaro intimidiva le vittime ascoltate dal pm. Ad incastrarlo un ex consigliere comunale

Nelle carte della richiesta di misura cautelare i legami del concessionario d'auto con la criminalità rom, l'imprenditore da schiaffeggiare e il testimone che fa scattare l'inchiesta

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“Dio Denaro”, l’inchiesta della Procura di Catanzaro che ha sgominato strozzini ed aguzzini con annesso esercizio abusivo dell’attività finanziaria portando in carcere il concessionario d’auto Carlo Procopi e ai domiciliari il fratello Giuseppe e il braccio destro di Carlo Daniele Masciari, svela un giro di usura durato oltre un ventennio. Indagini scattate dopo l’audizione di una testimone in un altro procedimento, che innanzi al pubblico ministero incidentalmente riferisce di essere a conoscenza dell’attività di erogazione di prestiti svolta da Procopi.

L’usuraio invisibile dal 1997

La Guardia di finanza delegata all’attività investigativa dal sostituto procuratore Saverio Sapia, inizia ad analizzare il patrimonio di Carlo Procopi e le operazioni finanziarie svolte nel corso degli anni ed escono fuori significative anomalie, come la sproporzione nel valore dell’acquisizione di numerosi beni immobili. Il gip autorizza l’intercettazione telefonica e telematica di diverse utenze degli indagati e di quelle che progressivamente diventano parti offese, intercettazioni che consentono agli investigatori di acquisire riscontri all’attività illecità del concessionario di auto e dei suoi sodali. A gennaio 2024, i finanzieri perquisiscono i tre indagati, le loro case e attività, vengono analizzati i loro dispositivi e si acquisiscono ulteriori elementi utili ad identificare le vittime e a delineare i contorni delle vicende giudiziarie usurarie che le hanno coinvolte. Le indagini consentono di identificare Carlo Procopi, l’usuraio storico della città di Catanzaro, anche se mai in passato era stato raggiunto da misure cautelari o condanne, che ha “concesso” finanziamenti con tassi di interesse alle stelle fin dal 1997.

Il coraggio di un ex consigliere comunale

A suggellare la storicità della sua figura un imprenditore, ex consigliere comunale del capoluogo, che avuto notizia dell’indagine in corso si reca spontaneamente in Procura per denunciare i fatti, che lo avevano coinvolto diversi anni prima, per puro senso civico. Dichiara al pubblico ministero di aver timore “di subire ritorsioni da parte di Carlo Procopi se dovesse venire a sapere delle mie dichiarazioni. Nonostante ciò ho deciso comunque di denunciare non tanto per me, ma per la città di Catanzaro. So che tante persone sono vittime di usura da parte sua ed essendo stato anche consigliere comunale, sento l’obbligo morale di denunciare ciò che è successo”. Un’altra caratteristica emersa nell’indagine “Dio Denaro” è l’ampiezza e l’eterogeneità della pletora di soggetti che si sono rivolti a lui nel corso del tempo per ottenere prestiti: dagli imprenditori in difficoltà agli esercenti piccole attività commerciali, sino ad arrivare ad un noto calciatore e ad un suo amico che per il solo fatto di aver provato a dargli una mano accollandosi il debito, finisce per ritrovarsi nel vortice senza uscita dell’usura. Tutte le vittime arrivano in tempi diversi da Carlo Procopi nel momento di bisogno economico, a dimostrazione del fatto che loro sapevano di potersi rivolgere a lui per ottenere prestiti e il concessionario di auto utilizza sempre lo stesso modus operandi: l’apprensione di titoli di credito, prevalentemente cambiali a garanzia dell’adempimento e in caso di ritardo nei pagamenti, Procopi si appropria delle auto delle vittime riciclandole attraverso la sua concessionaria.

I legami oscuri con la criminalità organizzata

Un evidente vantaggio usuraio, ma anche un modo per Procopi di affermare, secondo quanto riportato nella richiesta del magistrato, il suo potere nel territorio e dare sfoggio della sua forza intimidatoria nel caso in cui al prestito non fosse seguito l’adempimento . “Forza intimidatoria derivante non solo dalla sua personalità violenta e dalla sua capacità di appropriarsi dei beni degli usurati, ma anche della sua vicinanza ala criminalità organizzata”. Nelle carte della richiesta del sostituto procuratore Saverio Sapia viene riportato, come nel corso di mesi di captazioni nella sede operativa della concessionaria di Procopi, sono stati più volte visti dalla polizia giudiziaria operante diversi appartenenti alla criminalità rom, rispetto ai quali le vittime hanno affermato di temere proprio per la loro vicinanza a Carlo Procopi.

Il tentativo di avvicinare le vittime

Inoltre in un’occasione Procopi ha l’ardire di schiaffeggiare pubblicamente un imprenditore già condannato nel processo Basso Profilo per associazione a delinquere di tipo mafioso, dimostrando di essere al pari se non al di sopra di altri appartenenti alle consorterie mafiose del capoluogo. Un altro dato allarmante emerso dagli atti è costituito dai tentativi di Procopi di avvicinarsi alle vittime immediatamente dopo la loro escussione da parte del pubblico ministero, avvenuta in forma assolutamente riservata in una caserma della Guardia di finanza. 

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