La ‘ndrangheta proteggeva il patrimonio dalle aggressioni, si era sostituita alla Stato diventando un organo di giustizia privata e di polizia illegale, che su richiesta degli interessati o anche senza consenso, imponeva mediazioni, transazioni o soluzioni a controversie unilateralmente adottate da membri del sodalizio, imponendone le decisioni. Esercitava una forte attività di resistenza e di contrasto ai provvedimenti dell’autorità giudiziaria, continuando ad amministrare beni sfuggiti all’esecuzione delle misure di prevenzione in maniera occulta. La cosca confederata Iannazzo-Cannizzaro-Daponte, operante nel territorio compreso fra le località di Sambiase, Sant’Eufemia-Area ex Sir, Cafarone, Marinella di Lamezia, con influenza nei Comuni di Gizzeria, Falerna e Nocera Terinese, acquisiva la gestione e il controllo delle attività economiche della zona e investiva capitali in illeciti nel settore del noleggio, avvalendosi delle intestazioni fittizie e recuperando i crediti verso i clienti con la forza delle estorsioni.
Le connivenze con privati cittadini e imprenditori
Emergono ulteriori dettagli dalle carte dell’inchiesta del sostituto procuratore della Dda di Catanzaro Romano Gallo che oggi ha portato, su ordinanza del gip, all’esecuzione di otto misure cautelari tra boss e sodali della ‘ndrangheta lametina (LEGGI).  La cosca poteva contare su una rete di solidarietà e omertà da parte di imprenditori e privati conniventi che nei momenti di difficoltà economica anche dovute alle spese legali o alla carcerazione di alcuni membri del sodalizio la sostenevano con aiuti materiali e monetari, elargiti per convenienza o per timore reverenziale. Una cosca di ‘ndrangheta all’interno della quale ciascuno aveva ruoli ben precisi. Il capo pro tempore è Francesco Iannazzo, detto “U Cafarone”, i partecipi dell’associazione Antonio Iannazzo, detto Mastru ‘Ntoni, Pierdomenico Iannazzo, Vincenzo Iannazzo, Giovannina Rizzo, Francesco Amantea, inteso Franco e Luigi Notarianni.Â
Il ruolo del boss e della moglie all’interno della cosca
Per la Dda è Francesco Iannazzo, inteso U Cafarone, a dirigere l’associazione, colui che assicurava il raggiungimento degli obiettivi criminali della cosca, impartiva direttive, organizzava e coordinava le attività degli altri associati, gestendo i rapporti con le altre consorterie, rappresentando l’associazione all’esterno, supervisionando la gestione della cassa comune, la ripartizione delle risorse e dei proventi delle attività illecite, materialmente affidate alla moglie Giovannina Rizzo, esercitava il potere disciplinare sugli altri partecipi, interveniva per dirimere i contrasti. Erano di fatto nelle sue mani le imprese riconducibili alla cosca, anche se intestate a prestanomi e le disposizioni le mandava anche dal carcere.
Il vicario dell’azienda di famiglia
Sotto le sue direttive si muoveva il figlio Pierdomenico Iannazzo, che dopo l’arresto del padre avvenuto il 31 ottobre 2020 svolgeva un ruolo di vicariato, amministrando la società di noleggio auto fittiziamente intestata a Giuseppe Ruffo, assumendo decisioni e dando disposizioni all’amministratore formale e ai dipendenti e i beni occultamente posseduti dal sodalizio, deteneva e cedeva armi anche alla cosca Anello-Fruci di Filadelfia. Anche Giovannina Rizzo, gestiva gli affari della cosca seguendo le disposizioni del marito Francesco Iannazzo, trasmettendo i suoi ordini agli altri associati. Riceveva i finanziamenti dei fiancheggiatori e i proventi delle attività illecite degli altri associati, amministrava i beni e la cassa comune del sodalizio e ripartiva risorse economiche e proventi. Dopo la carcerazione di Francesco Iannazzo si occupava in prima persona della gestione dell’attività imprenditoriale di autonoleggio intestata fittiziamente a Ruffo, dal quale riceveva periodicamente i proventi, e degli altri beni occultamenti posseduti dal gruppo, rendicontando al capocosca e al figlio Pierdomenico Iannazzo . Inoltre manteneva rapporti con esponenti contigui alla cosca, riceveva notizie da veicolare al marito detenuto e raccoglieva fondi per il mantenimento in carcere del marito e del figlio Emanuele Iannazzo e per il finanziamento delle spese legali.
Il factotum della famiglia Iannazzo
A coadiuvare Francesco Iannazzo il filgio Antonio, con il compito, durante l’arresto del padre, di eseguire le estorsioni, le intimidazioni e le operazioni di mediazione nei conflitti fra privati demandati all’arbitrato dell’associazione mafiosa, dando disposizioni a Francesco Amantea. Quest’ultimo era l’autista e il factotum del boss, ne veicolava i messaggi, portando ambasciate a privati cittadini e imprenditori, provvedendo alle incombenze della famiglia Iannazzo, provvedendo alla necessità dei detenuti, alla raccolta di denaro per finanziare il sostentamento dei membri del clan. E per eseguire gli ordini impartiti si avvaleva di azionisti ai suoi ordini, fra cui Luigi Notarianni, eseguendo ogni attività da questi commissionata, veicolando per suo conto ambasciate ed eseguendo intimidazioni.Â









