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4 Aprile 2026
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Giornalismo e lotta alla ’ndrangheta: Pietro Comito racconta la Calabria che resiste

Il giornalista vibonese si confessa senza filtri: la ’ndrangheta, le omissioni istituzionali, il marcio nella politica, l’informazione sotto assedio. E un grido d’allarme sul futuro del mestiere

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In una terra dove il confine tra informazione e intimidazione è spesso labile, Pietro Comito è una voce che non arretra. Giornalista d’inchiesta tra i più autorevoli del panorama calabrese, ha raccontato per anni i retroscena più oscuri della ’ndrangheta, gli intrecci con la politica, le complicità istituzionali. Di recente ha pubblicato Inferi, la storia di Nino De Masi, imprenditore simbolo della resistenza alla criminalità organizzata: un libro potente, che sta riscuotendo grande successo di pubblico e critica, oggi al centro di un tour di promozione nazionale.

Pietro, da attento conoscitore delle dinamiche criminali calabresi, secondo te perché nonostante l’impegno di magistratura e forze dell’ordine, la percezione della presenza della ‘ndrangheta rimane ancora così radicata nel tessuto sociale ed economico?

“Usi bene la semantica. ‘Percezione’ intesa come presa di coscienza o consapevolezza dell’essere o della sostanza di qualcosa. La percezione è radicata perché la ’ndrangheta lo è davvero. Se prima sembrava un fenomeno ineluttabile, oggi cresce la consapevolezza della forza dello Stato e, soprattutto, dell’indignazione collettiva. Le reazioni popolari dopo le ultime intimidazioni nel Vibonese lo dimostrano: quando la gente si ribella, ‘i malacarne’ perdono potere.”

Hai raccontato con rigore numerose inchieste su intrecci tra criminalità organizzata, politica e massoneria: credi che vi sia oggi una reale volontà istituzionale di spezzare questi legami o prevale ancora una certa forma di tolleranza silenziosa?

“La volontà da parte di magistratura e forze dell’ordine c’è, rafforzata anche da un impegno civile non scontato. La tolleranza silenziosa però permane, dici bene: nella politica e nella pubblica amministrazione, aggravata da perbenismo ipocrita e distanza dai bisogni reali dei cittadini, molti dei quali disertano le urne.”

Alla luce delle tue inchieste, ritieni che il sistema dell’informazione locale sia sufficientemente libero e autonomo da poter svolgere un reale ruolo di controllo del potere, o è ancora soggetto a condizionamenti diretti o indiretti?

“La mia esperienza mi dice che i giornalisti si battono per essere liberi. Si battono davvero, ingaggiando dietro le quinte vere e proprie guerre, opponendosi e affrontando quotidianamente le logiche padronali soprattutto di certi editori che intendono usare le loro testate come uno strumento di pressione, talvolta per blandire il potere, talvolta come una vera propria arma di ricatto o ritorsione. I giornalisti che ho conosciuto io, soprattutto qui in Calabria, in tutte le province, sono fior di professionisti. Il ‘cane da guardia’ del potere è un ruolo che interessa a pochi. L’informazione è condizionata, salvo rare e preziose eccezioni. Gli editori coscienziosi sono una minoranza.”

In questo mese, nel Vibonese, si sono susseguiti e sono previsti eventi culturali significativi (il Maggio dei libri). Da giornalista di punta di questo territorio, la tua assenza in occasioni del genere ha fatto rumore. Ti sei dato una spiegazione?

“Non so se ha fatto rumore. Di sicuro io ne ho fatto, perché stavolta non sono rimasto zitto. ‘Inferi’, il libro scritto con Nino De Masi, è in vetrina nelle principali librerie italiane. Caspita, sono un vibonese, c’è la mia firma là, e l’amministrazione comunale della mia città ignora il rilievo e l’importanza culturale di un’opera come Inferi? Mi è stato detto che a Vibo lo avevamo presentato due mesi prima. È vero, davanti ad un pubblico e ad un evento promosso da altri enti e associazioni. Per inciso, una serata memorabile. Ma la rassegna del Comune ha previsto libri usciti anche anni prima e presentati a Vibo più volte, anche nei mesi precedenti. Mi sarei aspettato che il Comune capisse che Inferi non è solo un libro, ma un manifesto di lotta, di dolore, orgoglio e coraggio, e che idealmente lo adottasse e proponesse per il Maggio dei libri un grande evento con gli studenti. Sia chiaro, a me non interessa affatto la visibilità e la vetrina, anche perché ne ho in abbondanza. E lo dico con grande rispetto per tutti coloro che diversamente da me sono stati invitati, tra cui diversi fraterni amici, colleghi valorosi, maestri del giornalismo, e case editrici come Libritalia che sono un orgoglio per la nostra terra. Non credo sia stata una semplice svista. Forse non sono nelle grazie dell’amministrazione. Non cerco visibilità, ma rifiuto il sistema della ‘città matrigna’.”

Quanto è difficile oggi, in Calabria, fare informazione libera e indipendente senza rischiare isolamento, ritorsioni o strumentalizzazioni?

“Direi che è quasi impossibile. Se ti ribelli ti fanno passare le pene dell’inferno. E se ti ribelli troppo ti amputano le gambe. Lo dico senza vittimismo, perché parlo con l’orgoglio del sopravvissuto. Oggi il giornalismo è in crisi. Non ci sono redazioni che fungano da palestra per i ragazzi, l’informazione si fa via Whatsapp o attingendo dai social. In strada non va quasi più nessuno. In pochi studiano libri, carte giudiziarie, documenti. Non c’è più il rigore nella verifica, ma conta solo uscire prima degli altri. Non c’è la ricerca della notizia e neppure cura nella costruzione di un testo. Fa comodo a molti che sia così. Si pagano due soldi collaboratori messi lì a caricare pezzi d’agenzia e comunicati stampa, che trasformano molte testate nel marchettificio di quest’amico o di quell’altro, il quale poi canalizza sui social e trova risonanza. È sistema che dà tristezza e pure un po’ di nausea.”

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