C’è un silenzio che pesa sulla Calabria, un silenzio fatto di corridoi umidi, di stanze chiuse dove la polvere è più antica dei decreti e le voci sembrano venire dal sottosuolo. In questo silenzio, da decenni, siedono consiglieri muti, marionette dai volti di cera, incapaci di articolare un pensiero, figure convocate non per la parola ma per il numero che rappresentano: pacchi di voti, sacchi di anime, merci di scambio. Essi non parlano, non pensano, non respirano. Sono corpi eletti, eppure già sepolti, ombre trascinate a forza nell’aula di un Consiglio che somiglia a una cripta.
La scelta di Wanda Ferro
Eppure, da questa penombra che odora di muffa e di interessi oscuri, si è levato un gesto improvviso. La mano che guida ha scelto di calare Wanda Ferro, sottosegretario agli Interni, come figura emblematica in questa terra martoriata. Una scelta che non promette buche rattoppate né favori di bottega: ma che pretende di richiamare a un voto identitario, bandiera issata contro la tempesta di corruzione e scambio.
Un esorcismo politico
È un atto che somiglia a un esorcismo. Come se qualcuno avesse deciso di accendere una torcia dentro una catacomba, sapendo bene che la luce attirerà i vermi, i ragni, e risveglierà i topi che da sempre banchettano nell’ombra. La scelta della Ferro non è soltanto politica: è un taglio netto con i “portatori”, con i tassisti del consenso, con i necrofori che trasportano voti come bare lungo la processione del potere.
Catanzaro, la capitale decaduta
Già a Catanzaro, con la corsa solitaria al Comune, si era avvertita questa impronta: nessun patto con i mercanti di cadaveri elettorali, nessuna resa agli sciacalli che si travestono da candidati. Adesso, nel cuore della Regione, la scommessa si ripete. Un messaggio feroce: “scegliete, calabresi. Volete continuare a camminare nelle cripte, fra statue immobili e promesse marce, o volete provare a respirare aria viva, a dare un voto che non sia maledizione?”
Ma la notte è astuta. I partiti – tutti, di destra come di sinistra – hanno già dimostrato di nutrirsi di carcasse: candidando chi non sa parlare, chi non conosce la lingua che dovrebbe rappresentare, chi porta soltanto il peso morto della propria presenza. È un cimitero di simboli svuotati, un festino di corvi che gracchiano sui rami spezzati della democrazia.
La processione dei burattini
In questo scenario cupo, la mossa appare come un lampo: luce improvvisa, accecante, che rivela la decomposizione di tutto ciò che resta. Ma i lampi non durano, e la tempesta che li genera potrebbe inghiottire tutto. Perché la Calabria, ancora una volta, è chiamata a scegliere: restare prigioniera delle sue ombre o provare a spezzare il cerchio dell’eterno ritorno dei sepolcri.
E nel buio, dietro le quinte, le ombre ridono. Ridono di una terra che non è più madre, ma matrigna stanca, ridono del suo cuore sfibrato, della sua capitale ridotta a paesello senza fierezza. Catanzaro, che un tempo si illudeva città, ora è soltanto un borgo di provinciali in maschera, capaci di discorrere solo di giallo e rosso, come se i colori di una squadra potessero nascondere la rovina di strade dissestate, palazzi abbandonati, istituzioni svuotate.
Una regione in cimitero
Catanzaro è stata spodestata: Cosenza ha preso il suo posto con l’Università, Reggio brandisce la sua ombra di metropoli, Lamezia sussurra le sue ambizioni. E il capoluogo rimane, immobile e decaduto, come un vecchio nobile roso dai tarli, che conserva il titolo ma non più la sostanza.
La classe politica che lo governa – e con esso gran parte della regione – è una processione di figure ridicole e oscure, burattini che si agitano per un applauso che non arriverà mai. Ogni volto è un enigma vuoto, ogni parola una formula consumata. Non rappresentano nulla se non se stessi: piccoli necrofori del consenso, uomini e donne che hanno barattato la dignità per un pacchetto di voti, una promessa, una manciata di denaro sporco.
Il voto come catena
Così vive la Calabria: terra ultima fra le ultime, condannata a un mercimonio perpetuo. Qui il voto è raramente opinione, quasi mai visione, e troppo spesso merce: carne scambiata per un lavoro, per una promessa, per l’illusione di un favore. È un voto che non illumina, ma incatena; un voto che non costruisce, ma corrode. Ogni scheda depositata nell’urna sembra un biglietto lasciato su una bara, ogni elezione un funerale travestito da festa.
Eppure, sotto questa coltre di ombre, resta un brivido sottile. La possibilità che il voto diventi, per una volta, non mercimonio ma grido. Ma il grido deve nascere da chi ha imparato a sopravvivere tra le macerie, da chi conosce la notte e non ne ha più timore. Se non accadrà, le ombre continueranno a ridere. Sempre.
Il paradosso eterno
Ma non illudetevi. Le ombre ridono perché sanno già come andrà a finire. Ancora una volta i calabresi non sceglieranno un’idea, non sceglieranno un progetto, non sceglieranno un’identità. Sceglieranno le famiglie, i potentati, i volti eterni del potere che si perpetua come maledizione ereditaria. Scambieranno il voto per una promessa, un favore, un posto, un’illusione. E lo faranno con la stessa rassegnazione con cui si compie un rito antico, un sacrificio che non libera ma incatena.
Poi, come sempre, verrà il tempo del lamento. Li vedrete piangere i figli costretti a scappare via, fuggire altrove per respirare un’aria che qui non esiste. Li sentirete maledire il destino, la sfortuna, il fato avverso, quando in realtà hanno stretto essi stessi il patto con le tenebre. È il paradosso eterno di questa terra: consegnarsi ai carnefici e poi piangere le vittime.
La Calabria prigioniera
La Calabria è prigioniera di sé stessa. Il voto non è mai libertà, ma catena; non è mai speranza, ma merce. Qui ogni scheda pesa come una pietra tombale: seppellisce i sogni dei giovani, schiaccia le possibilità di un domani diverso, condanna le generazioni a venire a un esilio senza fine. E mentre i figli partono, la terra resta, sempre più vuota, sempre più oscura, sempre più simile a un cimitero che finge di essere regione.
Ecco perché le ombre ridono. Perché sanno che la storia si ripeterà, che nulla cambierà, che la promessa di un voto pulito resterà cenere. In Calabria, il cambiamento è sempre annunciato come aurora, ma è sempre consumato come tramonto.









