L’inchiesta della Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro, coordinata dal procuratore Salvatore Curcio, ha portato a 18 arresti in carcere e tre obblighi di dimora, disarticolando quella che viene ritenuta la riorganizzazione del Locale di ’ndrangheta di Cirò Marina, nel Crotonese. L’indagine, denominata “Saulo”, rappresenta la prosecuzione delle precedenti “Stige” e “Ultimo Atto”, e documenta – secondo l’accusa – la capacità del sodalizio di ricompattarsi dopo i duri colpi subiti negli ultimi anni, ridisegnando ruoli e organigramma tra veterani e nuove leve.
Tra le ipotesi più gravi ricostruite dalla Dda figura l’omicidio di Francesco Mingrone, imprenditore edile di 73 anni ucciso a Cirò Marina il 9 aprile 2003: un delitto rimasto irrisolto per vent’anni e oggi riletto alla luce delle dichiarazioni di due collaboratori di giustizia.
Il delitto di Francesco Mingrone: un’esecuzione in pieno giorno
Secondo la ricostruzione contenuta nell’ordinanza cautelare firmata dal gip di Catanzaro, Mingrone fu ucciso con un colpo di pistola alla tempia sinistra, esploso a bruciapelo mentre si trovava alla guida del proprio furgone Fiat Iveco in via Cesare Battisti.
I killer arrivarono a bordo di una moto, travisati da caschi integrali. L’esecutore materiale – sostiene la Dda – avrebbe aperto la portiera, afferrato la vittima per un braccio e sparato un solo colpo. Mingrone ebbe solo il tempo di dire: «Ma che cazzo vuole questo qua?». Poi il buio. La scena, descritta nei verbali e confermata da testimoni oculari, avvenne in pieno giorno, davanti a due operai che collaboravano con la vittima. Le prime indagini dell’epoca non portarono ad alcun risultato concreto.
Le rivelazioni dei collaboratori Acri e Aloe
A distanza di anni, due collaboratori di giustizia hanno riaperto il caso. Il primo, Nicola Acri, alias “Occhi di ghiaccio”, ex capo del locale di Rossano, dichiarò nel 2021 che la paternità dell’omicidio spettava a Giuseppe Spagnolo, detto “Peppe ’u banditu”, esponente di spicco della cosca Farao-Marincola. Acri raccontò di aver appreso che Spagnolo voleva “punire” Mingrone perché quest’ultimo avrebbe importunato sua sorella. Uscito dal carcere, Acri riferì di aver incontrato Spagnolo, che – sempre secondo la sua versione – si sarebbe attribuito la responsabilità del delitto.
Il secondo pentito, Gaetano Aloe, figlio del boss Nicola Aloe (ucciso nel 1987) e cognato sia di Spagnolo sia di Martino Cariati, ha fornito nel 2023 una versione ritenuta dagli inquirenti più dettagliata e riscontrata.
Aloe ha raccontato di essere tornato in Calabria dall’Umbria per partecipare al matrimonio della sorella di Spagnolo, avvenuto pochi giorni dopo l’omicidio, e di aver saputo da Cosentino – altro affiliato – che Spagnolo e Cariati erano gli autori materiali dell’agguato, mentre Franco Cosentino avrebbe avuto il compito di avvisarli del momento propizio per colpire.
Il movente “passionale” e la metodologia mafiosa
Secondo la ricostruzione contenuta nell’ordinanza, il movente sarebbe “passionale”, ma con una valenza tipicamente mafiosa: un delitto di “onore” per punire chi, secondo l’accusa, avrebbe leso la dignità familiare di un affiliato di rango.
Il gip sottolinea che l’omicidio fu programmato e coordinato, con ruoli distinti per ciascun partecipante, e che la sua esecuzione in pieno giorno e sulla pubblica via servì anche a riaffermare la forza intimidatrice del locale di Cirò Marina. Per il giudice, l’azione «ha agevolato le attività del sodalizio», dimostrando la capacità del gruppo di esercitare potere e vendetta all’interno della comunità locale. È per questo che viene contestata anche l’aggravante di cui all’articolo 416 bis.1 del codice penale, relativa all’uso del metodo mafioso.
I tre indagati per l’omicidio Mingrone
L’ordinanza di custodia cautelare emessa dal gip indica come gravemente indiziati del delitto: Giuseppe Spagnolo, detto Peppe ’u banditu, ritenuto ideatore e autore materiale; Martino Cariati, presunto complice nell’esecuzione; Franco Cosentino, accusato di aver svolto un ruolo di supporto, segnalando il momento per l’agguato. Tutti e tre risultano già detenuti per altri procedimenti di criminalità organizzata.
Il giudice ritiene che le dichiarazioni convergenti dei collaboratori di giustizia, insieme a una intercettazione ambientale tra due esponenti della cosca costituiscano gravi indizi di colpevolezza. In quella conversazione, uno degli interlocutori avrebbe confermato che Mingrone “fu ammazzato perché si ficcava con la sorella del bandito”.
Le conclusioni del gip
Secondo l’ordinanza, “sussistono gravi indizi di colpevolezza” a carico dei tre indagati. Il giudice definisce «coerenti, razionali e credibili» le dichiarazioni di Acri e Aloe, ritenendo che esse trovino riscontro individualizzante nelle indagini d’epoca, nei tabulati telefonici e nelle testimonianze raccolte. La vicenda – sottolinea il gip – rappresenta “un delitto d’onore mafioso” maturato all’interno di un contesto di potere e controllo territoriale, dove l’offesa a un membro del clan equivaleva a un affronto all’intera organizzazione.






