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30 Maggio 2026
30 Maggio 2026
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Spara al fratello dopo una lite a Rossano, la Cassazione conferma il “no” alla legittima difesa

La Suprema Corte ha annullato la sentenza solo sulla qualificazione del reato, chiedendo ai giudici di valutare se lo sparo debba essere inquadrato come tentato omicidio o in una diversa fattispecie

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La Corte di Cassazione ha annullato con rinvio, per la sola qualificazione del reato principale, la sentenza con cui la Corte d’Appello di Catanzaro aveva confermato la condanna di P. D. M., 25 anni, di Corigliano-Rossano, accusato di aver ferito con un colpo di fucile il fratello al termine di una lite familiare. La Suprema Corte ha ritenuto corretta la ricostruzione dei fatti operata nei precedenti gradi di giudizio, ma ha disposto un nuovo esame limitato alla natura giuridica del gesto, lasciando invece immutata la responsabilità dell’imputato per l’uso dell’arma e per le lesioni arrecate.

Una lite banale degenerata in uno sparo

Tutto nasce da un contrasto familiare come tanti: una discussione sull’uso di un compressore davanti alla casa di campagna dei due fratelli, a Rossano. Le parole si accendono, volano insulti, e la tensione si alza quando il fratello della vittima esplode due colpi in aria con un fucile più per intimidire che per colpire.

Secondo le ricostruzioni, a quel punto l’imputato non si sottrae, non si allontana: al contrario, afferra un fucile calibro 12, un’arma poi risultata clandestina, e raggiunge il fratello nel piazzale della sua abitazione. Da una distanza molto ravvicinata parte un colpo che ferisce gravemente la mano destra e la spalla sinistra della vittima, provocando lesioni giudicate di estrema gravità dai medici di Corigliano-Rossano e del Policlinico di Bari. Un gesto che i giudici d’appello hanno definito un’azione volontaria, non una reazione istintiva.

La Corte d’Appello: “Non fu legittima difesa”

La Corte d’Appello di Catanzaro, presieduta da Loredana De Franco, ha respinto l’idea che si sia trattato di legittima difesa. Per i magistrati, l’imputato avrebbe potuto evitare il confronto, scegliere di non avvicinarsi al fratello armato, e invece decide di affrontarlo. È un punto centrale della sentenza: chi sceglie lo scontro non può invocare di aver difeso se stesso. I giudici hanno inoltre ritenuto che uno sparo a bruciapelo con un’arma così potente non possa essere letto come un semplice tentativo di ferire. L’uso di un fucile a così breve distanza, anche se il proiettile ha colpito la mano, viene considerato un gesto potenzialmente letale. Da qui la conferma dell’impianto accusatorio per tentato omicidio, unita alle responsabilità per porto d’arma clandestina e ricettazione.

Il ricorso e il nodo sulla qualificazione del reato

Nel ricorso in Cassazione, la difesa — affidata all’avvocato Mary Aiello — ha insistito sulla dinamica: un solo colpo, direzione bassa, distanza stimata intorno ai due metri e mezzo. Secondo l’imputato, l’obiettivo sarebbe stato disarmare il fratello, non ucciderlo. È proprio su questo punto che la Cassazione ha aperto un margine di valutazione: non sulla responsabilità dell’uomo, che resta confermata, e neppure sulla dinamica dei fatti, già definitivamente accertata. Il rinvio riguarda solo la possibilità di valutare diversamente la qualificazione giuridica del gesto, cioè stabilire se debba essere considerato tentato omicidio o se possa rientrare in una diversa categoria di reato violento.

Si torna in Appello e cambia il perimetro giuridico

Ora sarà un’altra sezione della Corte d’Appello di Catanzaro a dover rivalutare il profilo centrale del reato. La ricostruzione dei fatti non cambierà, ma i giudici dovranno stabilire quale sia la forma esatta del reato più grave, alla luce delle indicazioni della Suprema Corte. Si tratta di un passaggio decisivo, perché dalla qualificazione dipende la misura della pena e l’inquadramento definitivo di una vicenda familiare sfociata in una violenza estrema. Una lite nata da poco e nulla, che ha cambiato la vita di due fratelli e ora prosegue nelle aule giudiziarie per arrivare all’ultima parola definitiva.

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