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3 Marzo 2026
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Sanità, ecco i numeri che smentiscono Occhiuto ed Esposito: Vibo non è tra le “più finanziate” ma la più penalizzata

Il Dca 302/2025 e i dati ufficiali ribaltano la narrazione politica. La provincia più fragile riceve meno risorse, meno servizi e meno diritti. La realtà non è quella raccontata, ma quella certificata dagli stessi atti regionali

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La manifestazione per la sanità vibonese ha dato voce a un malessere che da anni attraversa silenziosamente il territorio: reparti mancanti, personale insufficiente, servizi territoriali disorganici, intere aree completamente prive dei livelli essenziali di prestazione. Eppure, poche ore dopo la protesta, la reazione della struttura commissariale è stata sorprendente. Prima in una nota del subcommissario Ernesto Esposito e poi in un reel del presidente-commissario Roberto Occhiuto si è sostenuto che le contestazioni fossero infondate, addirittura “false”, perché – affermano – “Vibo Valentia sarebbe tra le Asp più finanziate della Calabria“.

Una narrazione comoda, rassicurante, politicamente utile. Ma sfortunatamente per chi l’ha costruita, i numeri contenuti nei documenti ufficiali – in particolare nel Dca 302/2025, pubblicato sul Burc del 26 novembre – raccontano un’altra storia. Una storia che non può essere derubricata a polemica, perché è incisa nero su bianco negli atti firmati da Occhiuto e ed Esposito.

La quota pro-capite: il cuore del problema

La Regione insiste nel dire che Vibo sarebbe “tra le più finanziate” perché avrebbe una quota pro-capite elevata. Ma la quota usata per i riparti – quella pesata, basata sulla reale domanda di salute e sui fattori di fragilità – colloca Vibo all’ultimo posto in Calabria. Le tabelle ufficiali elaborate sulla popolazione Istat 2023 mostrano che la media regionale pesata è di 1.776,63 €, mentre Vibo si ferma a 1.635,41 €. È un divario di 141,22 euro per abitante, che tradotto sulla popolazione pesata del territorio significa un ammanco di 25,6 milioni di euro. Una cifra che non è contestabile perché nasce da semplici operazioni aritmetiche e dall’applicazione dei criteri regionali. Eppure, nessuno tra i vertici istituzionali l’ha mai menzionata. Nessuno l’ha smentita. Si è preferito dire che “Vibo prende di più”, senza chiarire rispetto a chi, rispetto a cosa, e soprattutto rispetto a quale criterio.

Un sistema che premia chi ha di più e punisce chi ha di meno

La vera ragione per cui Vibo appare “finanziata meno” non è un incidente tecnico, ma la diretta conseguenza del criterio scelto dalla Regione per distribuire le risorse al privato accreditato: il finanziamento “per produzione”. In pratica, si trasferiscono più fondi ai territori dove esistono molte strutture private che producono molte prestazioni, e si penalizzano quelli – come Vibo – che da anni non hanno avuto né autorizzazioni né investimenti per sviluppare un’offerta territoriale adeguata.

È un meccanismo che consolida la disuguaglianza. Se un territorio non ha strutture, non produce; se non produce, non riceve fondi; se non riceve fondi, non potrà mai avere le strutture che gli mancano. È un circolo vizioso che nessuna narrazione politica può mascherare. E soprattutto è un criterio profondamente distante da quello previsto dal DLgs 68/2011, che impone il finanziamento basato sul fabbisogno standard, non sulla produzione. Ed è proprio applicando il fabbisogno standard che emerge il dato più drammatico: secondo il calcolo dei fabbisogni riportato nel Dca, Vibo avrebbe diritto a 18,2 milioni di euro, ma ne riceve appena 7,3. Il sottofinanziamento reale supera quindi il 60%, un abisso che nessun comunicato può trasformare in un “vantaggio”.

Il Dca 302/2025: la prova scritta della penalizzazione

Il decreto commissariale che definisce i tetti di spesa per il triennio 2025-2027 conferma, numeri alla mano, che Vibo è la provincia meno finanziata della Calabria. Le tabelle del decreto parlano chiaro: mentre Cosenza supera gli 85 milioni, Catanzaro e Reggio Calabria si muovono tra i 44 e i 46 milioni, e Crotone sfiora i 39 milioni, Vibo si ferma a 7.336.359 euro. È una cifra che rimane irrisoria anche dopo l’incremento “ad hoc” con cui la stessa Regione riconosce l’esistenza di una grave carenza di servizi territoriali da colmare. Lo stesso Dca, infatti, ammette che a Vibo mancano Rsa, moduli Sla, strutture per disabili, centri diurni, servizi di salute mentale e persino una rete riabilitativa adeguata. Questa non è propaganda. È una constatazione ufficiale scritta nella parte motivazionale del decreto, dove si afferma che il territorio vibonese presenta una “grave e diffusa carenza assistenziale” e che il riparto precedente era “sottodimensionato rispetto al peso della popolazione vibonese”. A dirlo non sono i manifestanti: è la Regione Calabria.

Quando la politica smentisce i propri documenti

È difficile comprendere come, di fronte a dati così chiari, la risposta istituzionale sia stata quella di bollare come “fake news” ciò che i cittadini denunciano e ciò che gli atti regionali certificano. La contraddizione è evidente e, in un certo senso, persino inquietante: mentre i documenti ufficiali riconoscono il sottofinanziamento e la fragilità del territorio, la comunicazione politica tenta di ribaltare la realtà, dipingendo Vibo come una privilegiata.

In questo scarto tra numeri e dichiarazioni si consuma la frattura di fiducia con i cittadini. È qui che si incrina quel patto costituzionale sancito dall’articolo 32, secondo cui la Repubblica tutela la salute come diritto fondamentale dell’individuo. Quando una comunità è costretta a migrare per curarsi, quando le ambulanze sostituiscono i reparti, quando i tetti di spesa vengono tagliati senza che vengano garantiti i Leps, non è solo la sanità a fallire: è lo Stato, nelle sue articolazioni regionali e commissariali, a venire meno al proprio dovere.

Vibo, la provincia che parte dal fondo e viene lasciata al fondo

Vibo non parte indietro rispetto agli altri territori. Parte dal fondo. E, con questi riparti, da quel fondo non si muove. Ha meno posti letto, meno strutture, meno servizi, meno personale, meno finanziamenti e meno riconoscimento del proprio fabbisogno reale. Ha il punteggio Lea più basso della Calabria e una mobilità passiva che è ormai più un esodo sanitario che un dato statistico. In un contesto così fragile, sostenere che Vibo “prende di più” non è solo un errore tecnico. È un messaggio distorto che rischia di disarmare una comunità che sta cercando, finalmente, di pretendere ciò che le spetta: equità di accesso, servizi adeguati, risorse proporzionate al bisogno. Il minimo sindacale.

*Fotomontaggio di Tonio Verilio

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