Sarebbe stata una vicenda sentimentale, una gelosia giovanile sfociata in violenza, il presunto movente del tentato omicidio avvenuto a Filandari nella notte del 5 ottobre 2025. Una dinamica che, come sottolineano gli inquirenti, è del tutto estranea a logiche di criminalità organizzata: la ’ndrangheta non c’entra in alcun modo, e ciò emerge chiaramente dagli atti dell’indagine. In questo contesto, i Carabinieri della Compagnia di Vibo Valentia, con il supporto dello Squadrone Eliportato Cacciatori di Calabria, hanno arrestato Michele Valenti, 20 anni, e Simone Franzè, 19 anni, entrambi residenti nel Comune capoluogo, accusati di tentato omicidio premeditato e detenzione illegale di arma da fuoco in relazione al ferimento del ventenne Francesco Pio Pesce, figlio di un assessore comunale di Filandari.
L’ordinanza di custodia cautelare in carcere, firmata dal gip Francesca Loffredo, arriva al termine di una complessa attività investigativa coordinata dalla Procura di Vibo Valentia, guidata dal procuratore Camillo Falvo. Le indagini erano partite dopo la segnalazione giunta dal Pronto Soccorso dell’ospedale di Vibo, dove la vittima si era recata con una ferita da arma da fuoco alla coscia.
Una notte di sangue e una versione che non convince
La notte dei fatti prende forma proprio dal Pronto Soccorso dello Jazzolino, dove la vittima si presenta all’alba con una ferita da arma da fuoco alla coscia. È agitato, sanguinante, accompagnato dal padre e dal fratello. Racconta ai sanitari e ai Carabinieri che un’auto in transito avrebbe esploso un colpo mentre lui stava aprendo la sua vettura per andare al lavoro. Dice di non aver visto nulla, non ricorda modelli, colori, volti.
Il quadro muta bruscamente quando gli investigatori raggiungono la frazione Pizzinni a Filandari. A terra trovano tracce ematiche disposte in più punti, come se la vittima avesse tentato di allontanarsi e poi fosse ricaduta. Sulla porta d’ingresso dell’abitazione e sulla tubazione laterale compaiono tre fori di proiettile ad altezza d’uomo, una disposizione che, secondo quanto annotato dagli investigatori, contraddice la versione iniziale. Tutto lascia ritenere, secondo gli accertamenti tecnici richiamati dal gip, un confronto diretto e a distanza ravvicinata.
La famiglia, nelle prime ore, non fornisce elementi chiarificatori. Alcune dichiarazioni non coincidono con quanto rilevato sul posto, e un passaggio casuale di una pattuglia alle 3.10 — molto vicino al momento del ferimento — mostra una scena diversa da quella descritta: i militari notano una Fiat Panda grigia con due giovani a bordo, oltre alla presenza del fratello della vittima in strada.
La Fiat Panda, gli orari, le celle telefoniche
La Panda torna in scena poche ore dopo, quando viene ritrovata davanti all’abitazione di Valenti. All’interno c’è una cartuccia calibro 22, compatibile con il proiettile estratto dalla vittima. I tabulati telefonici mostrano che le utenze dei due indagati agganciano la stessa cella a Ionadi, lungo la direttrice per Pizzinni. Da lì, secondo le immagini delle telecamere di videosorveglianza, una Panda grigia si dirige verso Filandari e, dopo gli spari, fugge lungo vie secondarie fino alla zona costiera. Il telefono di Valenti si spegne alle 2.47 e rimane muto per quasi nove ore, un comportamento che, secondo il gip, appare incompatibile con una normale serata tra amici. Franzè, invece, parla di carte e di un rientro a casa, ma si tratta di una versione che, secondo il giudice, non trova riscontro negli elementi tecnici raccolti.
Reticenze, silenzi e verità parziali
Man mano che i Carabinieri ricostruiscono la vicenda, emergono contraddizioni da ogni lato. La vittima, in un interrogatorio successivo, ammette che quella notte aveva incontrato Valenti e Franzè nel garage di casa sua, dettaglio omesso all’inizio. Dal fronte degli indagati arrivano altre discrepanze. Valenti sostiene di aver trascorso la serata con una ragazza di cui non ricorda nulla; Franzè ribadisce la versione delle carte e del rientro, ma le indagini successive mostrano che entrambe le ricostruzioni appaiono non compatibili con il quadro delineato dagli atti.
Il movente: una gelosia diventata ossessione
Il nodo centrale dell’inchiesta è il movente. Le intercettazioni ambientali, le chat e le dichiarazioni di persone vicine agli indagati delineano uno sfondo sentimentale che — secondo l’ordinanza — avrebbe acceso la miccia. La fidanzata di Franzè riferisce ciò che, secondo lei, Simone le avrebbe confidato: un incontro con Pesce, una discussione e gli spari che Valenti avrebbe esploso. Racconta anche del fastidio crescente di Valenti verso la vittima per i contatti, seppur amicali, avuti mesi prima con la sua fidanzata. Il gip descrive il movente come una spinta di gelosia, sproporzionata e priva di reale fondamento, giudicandola “futile” e totalmente estranea a dinamiche mafiose.
Quattro colpi ad altezza d’uomo: la valutazione sull’intento omicida
Secondo l’ordinanza cautelare, i proiettili sarebbero quattro, esplosi ad altezza d’uomo, e tre avrebbero colpito porta e parete dell’abitazione. Per il gip, distanza ravvicinata, numero degli spari e traiettoria indicano un’azione potenzialmente idonea a provocare la morte, evitata solo per circostanze indipendenti dalla volontà dell’aggressore. Il giudice parla di dolo omicidiario, anche nella forma del dolo alternativo, e richiama una possibile premeditazione: arma reperita in anticipo, contatti notturni, avvicinamento mirato al luogo del fatto.
La misura cautelare e il rischio di condizionare le indagini
Nella parte finale dell’ordinanza, il gip valuta le esigenze cautelari. La gravità degli indizi, la fuga immediata, lo spegnimento dei telefoni, la cancellazione delle chat e la difficoltà nel ricostruire una narrazione lineare vengono interpretate come segnali di un possibile pericolo di inquinamento probatorio. Il rischio di reiterazione di condotte violente, unito alla necessità di preservare la genuinità delle prove, conduce alla decisione di disporre la custodia cautelare in carcere per entrambi gli indagati, ora detenuti nella casa circondariale di Vibo Valentia. Nel frattempo, proseguono gli accertamenti scientifici del Ris di Messina, volti a consolidare il quadro tecnico–probatorio.









