Sta assumendo connotazioni grottesche il dibattito politico inerente alle risultanze del voto per il rinnovo del Consiglio provinciale: la coalizione progressista festeggia per aver vinto una partita senza avversario, quella di centrodestra appare soddisfatta per aver di fatto regalato al centrosinistra, dopo il Comune capoluogo, anche la Provincia. Stando così le cose, appare opportuno approfondire alcuni argomenti al fine di depurare il dibattito politico da quelle prese di posizione particolarmente distanti dalla realtà fattuale.
Atteso che qualsiasi competizione elettorale si conclude con un vincitore ed uno sconfitto, bisogna chiedersi se le argomentazioni utilizzate da tutti i protagonisti per supportare la propria soddisfazione per il risultato conseguito abbiano fondamenta solide o, al contrario, rappresentino mere alchimie linguistiche senza alcuna sostanza.
La presunta “conquista” progressista
In questo contesto, ed iniziando dalla coalizione progressista, occorre soffermarsi sulle dichiarazioni di Teresa Esposito, responsabile provinciale del PD, e di Michele Furci, coordinatore cittadino del M5S: entrambi, con toni trionfalistici, anche se con sfumature diverse, pongono in rilievo la validità del progetto progressista che avrebbe portato alla conquista del Consiglio provinciale ed in precedenza (Furci) anche del Comune capoluogo.
Riteniamo che, nella fattispecie concreta, parlare di “conquista” quale risultato di un progetto frutto di lungimiranza e sagacia faccia a cazzotti con la realtà dei fatti che tutti conoscono. Sia il Comune di Vibo che il Consiglio provinciale rappresentano gentili omaggi offerti dal centrodestra e nulla hanno a che vedere con la validità del progetto progressista intravista dall’Esposito e da Furci, la quale invece è smentita proprio dai fatti posti alla base della loro narrazione.
I numeri che non raccontano il merito
È sufficiente infatti ricordare come, in occasione delle consultazioni comunali a Vibo, al primo turno la coalizione progressista sia stata quella che ha raccolto il minor consenso elettorale, piazzandosi alle spalle del centrodestra e della coalizione di centro, accedendo poi al ballottaggio unicamente grazie al voto disgiunto utilizzato in danno di Cosentino e Muzzopappa ed a favore della persona di Romeo.
Anche la conquista di nove seggi su dieci al Consiglio provinciale non prova alcunché, poiché tali numeri hanno come genesi una partita giocata senza avversario. L’impressione è che qualcuno abbia confuso – o, meglio, abbia fatto finta di confondere – la buona sorte e la dabbenaggine altrui con l’acume politico.
Il centrodestra e la scelta dell’Aventino
Più articolato il discorso da fare in relazione alla scelta di alcune forze del centrodestra di ritirarsi sull’Aventino e non partecipare alla competizione elettorale provinciale. I fatti sono noti: in più occasioni i responsabili provinciali di Forza Italia, Noi Moderati, Lega e Fratelli d’Italia hanno chiarito che la decisione maturata mirava da un lato a delegittimare il presidente L’Andolina e dall’altro a focalizzare l’attenzione sulla necessità di superare la riforma Delrio.
Argomentazioni non condivise dal segretario provinciale dell’Udc, Stefano Luciano, il quale dichiarava che il suo partito sarebbe sceso in campo con una propria lista, reputando la strada indicata dai colleghi di coalizione inidonea a delegittimare L’Andolina e contraddittoria, sia perché quest’ultimo era stato voluto e sostenuto da Forza Italia, sia perché il centrodestra – che da quasi quattro anni governa l’Italia – di fatto ha riconfermato la riforma Delrio.
Una previsione che si è avverata
Luciano preconizzava, per come poi effettivamente avvenuto, che l’unico effetto certo sarebbe stato quello di regalare il Consiglio provinciale alle forze progressiste. Escluso che i rappresentanti territoriali di FI, Lega, Noi Moderati e FdI siano sprovveduti al punto tale da non comprendere l’inutilità e gli effetti deleteri della decisione assunta, bisogna capire quali siano state le vere ragioni che hanno presieduto la scelta effettuata. Preliminarmente va ristretto il numero di coloro i quali hanno realmente determinato la condotta adottata.
Chi ha davvero deciso
Riteniamo infatti che vadano esclusi da tale processo decisionale i rappresentanti di Lega e Fratelli d’Italia, sia perché nessun vantaggio è derivato ai loro partiti dalla mancata partecipazione alla competizione elettorale, sia perché il partito di Salvini, in fase di riorganizzazione dopo l’abbandono di pezzi importanti della vecchia dirigenza, e quello della Meloni, ridotto ai minimi termini, hanno in questo momento un peso insignificante.
La forza motrice non può che essere appartenuta a Noi Moderati e Forza Italia, i cui rispettivi leader locali Vito Pitaro e Michele Comito avevano motivi più che validi per salire sull’Aventino. Il primo era interessato ad evitare tensioni interne, il secondo a scongiurare l’ennesimo flop dopo quelli delle comunali e delle regionali.
Il paradosso delle minacce all’Udc
Riportato il tutto nei fisiologici limiti di distanza che separano la realtà fattuale dalla narrazione politica, appaiono in tutta la loro abnormità le “minacce” di esclusione dalla coalizione di centrodestra rivolte all’Udc per aver partecipato alla consultazione elettorale. Un vero paradosso, se si considera che tra i partiti censori primeggiano Noi Moderati e Lega, i quali, in occasione del rinnovo del Consiglio comunale di Vibo, erano apertamente schierati contro il candidato a sindaco sostenuto da Forza Italia, Fratelli d’Italia (ed Udc al ballottaggio). Oggi, invece, gli stessi responsabili si indignano perché l’attuale segretario provinciale dell’Udc ha tentato, in tutti i modi, di evitare l’ennesima figuraccia del centrodestra.









