Il silenzio assordante della pista di Milano Linate ha accolto, nella giornata di oggi, il rientro in patria dei giovani italiani rimasti uccisi nella tragedia di Crans-Montana. Il C130 dell’Aeronautica Militare, decollato dalla Svizzera, ha riportato a casa i resti di cinque ragazzi le cui vite sono state spezzate durante i festeggiamenti di Capodanno. Ad attendere i feretri in legno chiaro, oltre ai familiari straziati, erano presenti le massime autorità locali e i gonfaloni di Regione Lombardia, Comune e Città Metropolitana, in un clima di commossa e solenne partecipazione.
Il rito del rientro: da Linate a Ciampino
L’aereo di Stato ha effettuato la sua prima tappa allo scalo militare di Milano Linate, dove sono state sbarcate le salme di Achille Barosi e Chiara Costanzo (milanesi), del bolognese Giovanni Tamburi e del genovese Emanuele Galeppini. Sulla pista, un sacerdote ha impartito la benedizione mentre i parenti, in un ultimo straziante saluto, sfioravano le bare prima che venissero trasferite sui carri funebri diretti verso le città d’origine.
Il volo è poi ripartito alla volta dell’aeroporto di Ciampino (31° Stormo) per riportare a Roma il feretro di Riccardo Minghetti. Non è stata invece imbarcata la sesta vittima, l’italo-svizzera Sofia Prosperi: vivendo a Lugano, le sue esequie verranno celebrate direttamente in territorio elvetico. A bordo del velivolo, oltre ai familiari assistiti da un team di psicologi, hanno viaggiato funzionari del Ministero degli Esteri e della Protezione Civile, sotto lo sguardo dell’ambasciatore d’Italia in Svizzera, Gian Lorenzo Cornado.
L’accusa dell’Ambasciatore: “In Italia i gestori sarebbero arrestati“
Se il dolore domina il rientro delle salme, a Sion esplode la rabbia per la gestione giudiziaria della vicenda. L’ambasciatore Gian Lorenzo Cornado ha rilasciato dichiarazioni durissime nei confronti dei titolari del Constellation, il locale teatro del rogo: “In Italia sarebbero arrestati” ha affermato il diplomatico riferendosi a Jacques e Jessica Moretti.
La Procura del Canton Vallese ha infatti stabilito che per i gestori non sussistono i presupposti per misure cautelari, escludendo in particolare il pericolo di fuga. Cornado ha tuttavia sollevato gravi dubbi sulla sicurezza della struttura: “L’ho saputo dalle autorità locali che lo hanno ammesso, che sono a conoscenza che quel materiale era infiammabile, non era ignifugo. D’altra parte la dimostrazione è il fatto che abbia preso fuoco”. Il riferimento è al materiale fonoassorbente del soffitto che avrebbe propagato le fiamme in pochi istanti. “Quello che so è che se c’era un’uscita di sicurezza era mal segnalata, e in mezzo a quel disastro non l’hanno neanche vista i ragazzi” ha aggiunto l’ambasciatore dopo l’incontro con le autorità locali, tra cui il presidente del Vallese Mathias Reynard.
Il lutto nazionale e il grido delle famiglie
Mentre l’inchiesta prosegue, l’Italia si ferma per ricordare le vittime. Il Ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara, ha annunciato che mercoledì 7 gennaio verrà osservato un minuto di silenzio in tutte le scuole: “In questo momento di profondo dolore, il pensiero della comunità scolastica è rivolto ai giovani che hanno perso la vita in circostanze che avrebbero dovuto essere di spensieratezza e condivisione. Con il minuto di silenzio nelle scuole vogliamo ricordare le giovani vittime ed esprimere vicinanza alle loro famiglie, alle quali va il mio pensiero commosso e il più sentito cordoglio”.
Resta ora il nodo della giustizia internazionale. Secondo quanto riferito dall’ambasciatore Cornado, “le famiglie delle vittime chiedono giustizia”. Nonostante le frizioni sulle misure cautelari, il diplomatico ha rassicurato sulla volontà di cooperazione: “Le autorità elvetiche mi hanno assicurato la massima collaborazione”.








