Dalle faide tra le cosche di ‘ndrangheta dei Catarisano e dei Bruno all’agguato mortale premeditato nei confronti di Giuseppe Bruno e della moglie Caterina Raimondi, le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, secondo il gip firmatario dell’ordinanza che ha portato all’arresto di Salvatore Abbruzzo e di Nicolino Grande Aracri su richiesta della Dda di Catanzaro (LEGGI), hanno consentito di ricostruire il delitto avvenuto a Squillace il 18 febbraio 2013. Le propalazioni rese da Santino Mirarchi e Salvatore Danieli confermano le guerre tra i due gruppi criminali che hanno portato all’esecuzione del capo di Vallefiorita, ucciso per mano di “quelli di Roccelletta”.
L’inganno di “quelli di Roccelletta”
I primi due riferiscono come le contrapposte fazioni criminali provassero a espandersi e a prevaricare l’una sull’altra. Danieli, in particolare, spiega che l’omicidio Bruno era connesso alle ambizioni imperialistiche della cosca Catarisano, desiderosa di affermare il proprio predominio sul clan avversario, con cui sino a quel momento aveva dovuto spartire i proventi estorsivi, descrivendo il “raggiro” messo in atto dal gruppo criminale: eliminare il capo cosca Bruno facendo ricadere la responsabilità sui fratelli Merlino, in maniera tale che la colpa dell’uccisione di questi si sarebbe riversata sui Bruno, perché letta come vendetta per il torto subito.
“Erano dei killer”
Rilevanti le dichiarazioni di Gennaro Pulice e Raffaele Moscato, che inquadrano Salvatore Abbruzzo e Francesco Gualtieri ai vertici del sodalizio, “erano dei killer”, descritte come persone estremamente pericolose e avvezze a compiere azioni omicidiarie, colpendo chi era ritenuto scomodo agli interessi di famiglia. Il pentito Massimo Colosimo rivela di aver appreso direttamente da Francesco Gualtieri che lui insieme ad Abbruzzo avevano eseguito materialmente l’omicidio di Giuseppe Bruno e di sua moglie, operando col benestare di Nicolino Grande Aracri. Descrive alcuni dettagli dell’agguato, come il fatto che gli esecutori materiali avevano utilizzato un fucile d’assalto Kalashnikov, abbandonato poi sul luogo del delitto come segno di disprezzo, forza e potere, indica il movente sotteso all’omicidio, ricollegato tanto al comportamento dissoluto di Bruno, che agiva in autonomia, violando i patti con le cosche alleate e trattenendo per sé i proventi illeciti, quanto alle mire espansionistiche delle consorterie avversarie e in particolare del gruppo di Roccelletta, alleato con la cosca di Cutro (LEGGI).
Le rivelazioni del reo confesso Ielapi
Il collaboratore di giustizia Sandro Ielapi, azionista e killer di rilievo della cosca Catarisano, ascrive la responsabilità degli omicidi commessi in quel periodo, quello di “Vallefiorita”, di Giuseppe Bruno “e quello di Luciano Merlino” al clan di Roccelletta nella persona di Salvatore Abbruzzo, evidenziandone le motivazioni, correlate alla imposizione della egemonia criminale della consorteria sul territorio. Ielapi confessa di avere preso parte al duplice omicidio, facendo nomi e cognomi degli esecutori, dei complici e rivelando le modalità dell’azione omicidiaria. Riferisce che determinati a procedere all’eliminazione dell’antagonista erano Abbruzzo e Gualtieri, i quali avevano organizzato diversi sopralluoghi prima dell’omicidio, dichiarando che la sera dell’agguato si era recato sul luogo del delitto a bordo di una Mitsubishi Pajero di colore blu scuro su cui viaggiavano anche Abbruzzo e Gualtieri, scesi dal veicolo armati di pistola e di kalashnikov, si erano appostati in attesa dell’arrivo della vittima, nei pressi della sua abitazione.
La donna uccisa per errore
Una volta sopraggiunto Bruno a bordo della propria auto, facendo ingresso nel garage in retromarcia, Gualtieri ordina a Ielapi di non muoversi e di aspettarlo li dove si trovava. Poco dopo il collaboratore di giustizia sente i colpi d’arma da fuoco esplosi dal complice, il quale, terminata l’azione, gli intima di correre in direzione dell’auto, dove c’era Abbruzzo. Dall’atteggiamento silenzioso di Gualtieri, Ielapi intuisce che qualcosa era andato storto: la presenza della moglie di Bruno non era stata calcolata e per errore uccisa anche lei. Durante la fuga, infine, i killer si sbarazzano degli abiti indossati gettati in un fiume.
La dinamica ricostruita dal pentito Ielapi, secondo il gip, coincide con la ricostruzione degli inquirenti, che sulla scorta dei filmati registrati dalle telecamere di videosorveglianza hanno appurato che l’omicidio era stato compiuto intorno alle 20.50 del 18 febbraio 2013 all’ingresso carraio della villa dei coniugi Bruno – Raimondi, sita in località Grande del Comune di Squillace sulla S.P. 162/2, in prossimità dell’incrocio con la provinciale 171/1 che conduce al Comune diPalermiti, usando un kalashnikov, poi abbandonato nei pressi del luogo del delitto.
“Grande Aracri aveva provato a sistemare le cose”
E ancora, Ielapi, conformemente a quanto dichiarato da Colosimo, ha indicato Grande Aracri quale partecipe morale dell’omicidio, specificando che lo stesso dopo aver provato invano “a sistemare le cose” nei rapporti tra le due cosche, aveva dato il suo benestare all’omicidio. Circostanza, appresa in prima battuta dai giornali e confermata dallo stesso Gualtieri, con il quale aveva condiviso un periodo di detenzione nel carcere di Terni. Per il gip il dichiarato dei collaboratori risulta convergente nel ricostruire la cornice criminale in cui si è inserita la decisione di uccidere Giuseppe Bruno.









