× Sponsor
4 Marzo 2026
6.9 C
Calabria
spot_img

Ferramonti, il kibbutz dimenticato del fascismo: in Calabria il più grande campo di internamento italiano

Una storia rimossa, le responsabilità del regime fascista, il sistema dei campi d’internamento e il ruolo svolto dalla Calabria in una pagina ancora poco conosciuta della persecuzione antiebraica in Italia

spot_imgspot_img
spot_imgspot_img

Lo storico inglese di origini ebree Jonathan Steinberg definì il campo di internamento di Ferramonti «Il più grande kibbutz del continente europeo». Nel Giorno della Memoria – il 27 gennaio 2026 – bisogna rinfrescare la memoria ricordando come si giunse a quell’obbrobrio. La Calabria visse l’esperienza del Campo di Ferramonti col racconto iniziale del professor Spartaco Capogreco, che fu il primo storico di quell’evento.

Le leggi razziali e l’origine della persecuzione

Partiamo da lontano. Il 10 novembre 1938 il Consiglio dei ministri approvò le leggi razziali fasciste, annunciate per la prima volta da Benito Mussolini il 18 settembre 1938 a Trieste. Si trattava di una serie di provvedimenti legislativi e amministrativi, in vigore in Italia tra il 1938 e il 1945, volti a penalizzare le persone ebree.

A monte, la “dichiarazione sulla razza” fu approvata dal Gran consiglio del fascismo il 6 ottobre 1938 e pubblicata sul “Foglio d’ordine” del Partito nazionale fascista lo stesso anno. Le leggi razziali fasciste furono un insieme di provvedimenti capestro, applicati in Italia fra il 1938 e il primo quinquennio degli anni Quaranta, inizialmente dal regime fascista e poi dalla Repubblica Sociale Italiana, rivolti prevalentemente contro gli ebrei.

Dalla discriminazione allo sterminio

A farne le spese furono i poco più di 33mila ebrei italiani che nel settembre 1943 si trovavano nelle regioni del Centro-Nord controllate dalla Rsi, lo Stato fantoccio di Mussolini, oppure nei territori amministrati direttamente dal comando militare tedesco: la Zona di operazione delle Prealpi e la Zona di operazione del Litorale adriatico.

In prima battuta, dal settembre 1943, la persecuzione antiebraica fu affidata ai reparti delle SS e della Gestapo in Italia, coordinati da Theodor Dannecker, uno dei principali collaboratori di Himmler ed Eichmann nella cosiddetta “soluzione finale della questione ebraica”. Si moltiplicarono rastrellamenti ed eccidi e il 16 ottobre si arrivò alla deportazione ad Auschwitz di 1.023 ebrei arrestati a Roma. Alla prima selezione che seguiva l’arrivo nel lager, la percentuale di quanti furono avviati subito alle camere a gas fu altissima: l’89% dei deportati, di cui oltre 200 bambini.

I campi provinciali e Ferramonti

Dal 1° dicembre 1943 i questori cominciarono a pianificare le operazioni di arresto degli ebrei da parte di polizia e carabinieri. I prefetti, a capo delle province nella Repubblica Sociale, avviarono l’allestimento di campi d’internamento provinciali in attesa del trasferimento verso i campi di concentramento, lavoro forzato e sterminio nel Reich. I campi provinciali furono 29, allestiti in caserme, carceri, ville requisite, case di riposo e perfino sinagoghe.

Dei tremila ebrei stranieri arrestati, molti furono portati nel campo di concentramento di Ferramonti, nel comune di Tarsia, a nord di Cosenza. Accanto al predominante gruppo di ebrei stranieri, a Ferramonti arrivarono anche non ebrei, ma di nazionalità nemica all’Italia: greci, slavi e cinesi. Nacquero così i campi di Pisticci (MT), riservato soprattutto a oppositori politici italiani, e Ferramonti di Tarsia (CS), destinato a ebrei e stranieri nemici. Il Campo di Ferramonti di Tarsia fu l’unico vero campo di concentramento costruito dal governo fascista a seguito delle leggi razziali ed è storicamente il più grande campo di internamento italiano.

La vita nel campo

Il Campo si estendeva su 16 ettari ed era composto da 92 baracche, molte a forma di “U”, con cucine, latrine e lavabi comuni. Dal 20 giugno 1940 entrò in funzione con l’arrivo dei primi 460 ebrei stranieri, arrestati nel Nord e costretti ai lavori forzati per costruire il campo stesso. Nel settembre 1940 arrivò un gruppo di ebrei profughi da Bengasi (Libia), circa 300 persone, tra cui donne e bambini: la loro presenza segnò un cambiamento sociale con l’arrivo delle famiglie. Nel Campo si sviluppò una rilevante attività culturale e sportiva, che aiutò a mitigare le difficoltà dovute alla malaria e alla scarsità di cibo.

Il 1943 e la salvezza

Il 1943 fu l’anno più difficile ma anche quello della liberazione. Tra settembre e ottobre passò a pochi metri dal campo l’intera armata tedesca Hermann Göring in ritirata. Per evitare pericoli, la direzione dispose l’evacuazione: molti ebrei furono nascosti dai contadini di Tarsia. Per proteggere gli anziani e i malati rimasti, venne issata una bandiera gialla e fu determinante la presenza del cappuccino Callisto Lopinot, inviato dal nunzio apostolico Francesco Borgoncini-Duca, che spiegò ai tedeschi la presenza di una presunta epidemia di tifo. Grazie a questi stratagemmi, Ferramonti rimase indenne dalle truppe tedesche. Le uniche morti violente derivarono da un mitragliamento alleato nell’agosto 1943. Il 14 settembre 1943 entrarono nel Campo i primi camion inglesi. Il Campo restò attivo fino alla chiusura ufficiale dell’11 dicembre 1945.

Padre Lopinot e l’ecumenismo vissuto

Dentro quella vicenda si colloca la storia di padre Callisto Lopinot, cappellano del campo dal 1941 al 1944. Il suo diario racconta dell’harmonium donato da Papa Pio XII, strumento che suonò per cattolici ed ebrei, simbolo di ecumenismo.

Nel diario scrisse: «Ho ordinato e pagato, il 16 luglio, a Tarsia, l’“Osservatore Romano”. Oggi, 22 agosto, è arrivato il primo numero». E ancora, la Vigilia di Natale: «Molti cattolici ed ebrei hanno ascoltato il discorso radiofonico del Santo Padre».

Una memoria che non deve sbiadire

Lo sterminio di oltre sei milioni di ebrei da parte del regime nazi-fascista resta un trauma imperdonabile. Solo il ricordo permette di espiare, almeno in parte, questa colpa. Al momento della liberazione, Ferramonti contava 1.604 ebrei e 412 non ebrei.
Un luogo di detenzione, non un lager di sterminio, ma pur sempre figlio delle leggi razziali. Grazie all’editore Demetrio Guzzardi e al libro di Salvatore Belsito, “L’ecumenismo vissuto” (2018), questa storia viene ricordata ogni anno. Ritornarci è necessario. Perché la storia non ha ancora sfondato. E ciò che non si ricorda, rischia sempre di tornare.

spot_imgspot_img

ARTICOLI CORRELATI

ULTIME NOTIZIE