Una vasta operazione condotta dalla Questura e dalla Guardia di Finanza di Reggio Calabria ha smantellato oggi una rete criminale dedita all’usura e alle estorsioni. Il bilancio dell’attività, coordinata dalla Procura della Repubblica reggina, vede l’applicazione di misure cautelari per sei soggetti: due persone sono state condotte in carcere, due sono state poste agli arresti domiciliari e per altre due è scattato il divieto di avvicinamento alle parti offese. Il provvedimento ha colpito anche l’ambito pubblico con due misure interdittive che prevedono la sospensione dall’ufficio per la durata di un anno.
La morsa del debito tra Reggio e Catania
L’inchiesta, sviluppata dalla Squadra Mobile della Questura e dalla Compagnia della Guardia di Finanza di Villa San Giovanni, ha fatto luce su sistematiche intimidazioni ai danni di due nuclei familiari residenti tra le province di Reggio Calabria e Catania. Le vittime, schiacciate da una pesante esposizione debitoria e da gravi necessità economiche, erano finite nella rete di prestatori senza scrupoli. Questi ultimi imponevano interessi usurari e richieste di restituzione del tutto sproporzionate rispetto alle somme inizialmente erogate, innescando una spirale di prestiti successivi finalizzata a mantenere i debitori in un circolo vizioso di insolvenza.

Mediazioni illecite e minacce brutali
Secondo quanto ricostruito dagli investigatori, i principali indagati agivano approfittando dello stato di bisogno delle vittime, proponendosi come mediatori per l’ottenimento di mutui e finanziamenti legali. Per questa attività, tuttavia, pretendevano compensi illeciti che oscillavano tra un terzo e la metà del capitale concesso, oltre a ulteriori somme esorbitanti.
Per garantire la riscossione, il gruppo ricorreva a metodi brutali e reiterati. Le intimidazioni passavano dai messaggi minatori inviati tramite WhatsApp ad azioni violente come l’incendio di automobili e l’uccisione di animali, fino a esplicite minacce verbali di aggressioni fisiche dirette contro le famiglie.
Il ruolo dei collaboratori infedeli e delle consorti
Un dettaglio inquietante emerso dalle indagini riguarda la complicità di soggetti interni alle Forze dell’ordine e alle Forze Armate. Questi collaboratori avrebbero sfruttato il proprio ruolo e sofisticati strumenti tecnologici per fornire informazioni riservate utili a rintracciare le vittime. All’attività delittuosa partecipavano attivamente anche le mogli degli indagati principali, fornendo supporto logistico e contribuendo a esercitare forti pressioni psicologiche sui debitori per agevolare la realizzazione delle minacce.
Perquisizioni e sequestro di beni
L’esecuzione dell’ordinanza ha comportato lo svolgimento di nove perquisizioni locali. Contestualmente, i militari hanno dato esecuzione a un decreto di sequestro preventivo finalizzato alla confisca di oltre 150 mila euro. Tale somma è considerata dagli inquirenti il profitto diretto dei reati di usura ed estorsione contestati agli indagati, accumulato attraverso la sistematica spoliazione dei patrimoni delle vittime.









