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6 Marzo 2026
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In coma dopo il parto, in appello seconda assoluzione per il ginecologo dell’ospedale di Catanzaro

Il marito di Catia Viscomi: "Attenderò le motivazioni di questa sentenza che mi ha lasciato sgomento. Mi batterò perché la Procura generale faccia nuovamente ricorso in Cassazione"

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Assolto perché il fatto non costituisce reato. Nel processo di appello bis, i giudici della Corte, presidente Antonio Giglio, a latere Carlo Fontanazza e Paola Ciriaco, chiamati a pronunciarsi dopo l’annullamento con rinvio del Supremo collegio, hanno scagionato per la seconda volta il ginecologo Francesco Quintieri dall’accusa di falso in atto pubblico nella redazione della cartella clinica di Catia Viscomi, l’oncologa rimasta in coma per 11 anni dopo aver dato alla luce il suo unico figlio all’ospedale Pugliese-Ciaccio di Catanzaro il 17 maggio 2014 con un parto cesareo e il cui cuore ha smesso di battere ad agosto del 2025. 

La condanna ribaltata in assoluzione

Il ginecologo era stato assolto in secondo grado sia dall’accusa di lesioni che da quella di falso in atto pubblico con un verdetto ribaltato rispetto al primo grado in cui il medico, giudicato con rito abbreviato, era stato condannato a 1 anno e 8 mesi, vedendosi riconosciute le attenuanti generiche e la sospensione della pena. In quel processo era imputato assieme a lui anche il direttore dell’Unità di Anestesia e rianimazione, Mario Verre, assolto per non aver commesso il fatto; entrambi i medici sono stati difesi dall’avvocato Vincenzo Ioppoli. Secondo l’accusa il ginecologo Francesco Quintieri avrebbe “consentito o comunque non impedito” all’anestesista, anche lei inizialmente indagata e poi deceduta nel corso degli accertamenti della magistratura, la disattivazione degli allarmi dell’apparecchiatura di rilevazione dei parametri vitali della paziente. La stessa anestesista, “con la consapevolezza di Quintieri”, non avrebbe neppure attivato il ventilatore automatico “allontanandosi dal capezzale” della puerpera, causando così un’ipossia prolungata che avrebbe trascinato Catia Viscomi in uno stato vegetativo “irreversibile”.

“La sentenza mi ha lasciato sgomento e incredulo”

In un primo momento la Procura aveva chiesto di archiviare il caso. Una richiesta che aveva trovato la ferma opposizione del marito della dottoressa Viscomi, Paolo Lagonia, costituitosi parte civile nel processo e assistito dall’avvocato Antonietta Denicolò. Il gip Giuseppe Perri alla fine respinse la richiesta della Procura di archiviare il caso per l’intervenuto decesso dell’unica indagata, disponendo a carico della Procura un supplemento di indagini per chiarire l’intera tragica vicenda. Un concetto deve essere chiaro, nessuna pseudo verità giudiziaria potrà mai sostituirsi alla verità storica che rimarrà scolpita nella roccia e alla quale nessuno dei responsabili di questo scempio potrà mai sottrarsi”. Sono le dichiarazioni scritte nere su bianco su Facebook da Paolo Lagonia, il marito di Catia che ha aggiunto: “Attenderò le motivazioni di questa sentenza che mi ha lasciato sgomento e incredulo. Dopodichè mi batterò perché la Procura generale faccia nuovamente ricorso in Cassazione. Lo faccio per una questione di principio, perché nessuna condanna potrà più restituirci Catia”.

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