“Quando abbiamo ricoverato mio figlio ho sentito che qualcosa non andava”.
Antonio Caliendo, 39 anni, muratore, padre del piccolo Domenico, rompe il silenzio con parole che pesano come macigni in un’intervista rilasciata al Corriere della Sera. Finora non aveva parlato. “Sono troppo arrabbiato”, ammette.
La vicenda inizia nella notte tra il 22 e il 23 dicembre 2023. Poche ore prima Antonio aveva perso suo padre. Poi la diagnosi: cardiomiopatia dilatativa, una malattia grave che richiede un trapianto di cuore. “In 24 ore mi è crollato il mondo addosso”.
Domenico viene ricoverato all’ospedale Monaldi di Napoli. Il padre precisa: “Non sono tutti cattivi lì dentro. Le infermiere non lo hanno mai lasciato solo, nemmeno un minuto”. Ma qualcosa, dice, non lo convinceva.
Il cuore trasportato in un frigo da pic-nic
Il giorno decisivo arriva quando viene trovato un cuore compatibile. L’équipe parte da Napoli per ritirarlo a Bolzano. Poi le immagini. “Ho visto le foto — racconta il padre — il cuore in un frigo da pic-nic. Ma erano fuori di testa?”. Un dettaglio che diventa simbolo di un’intera tragedia. “Io lo sentivo che finiva male”. La sera prima dell’intervento, vicino a un distributore automatico in ospedale, Antonio confida a un amico: “Andiamocene, me lo riporto a casa”. Un istinto che oggi suona come un presagio.
Dopo il trapianto il silenzio dei medici
Il 23 dicembre avviene il trapianto. Poi qualcosa cambia. “Dopo Capodanno i medici sono spariti. Nessuno ci spiegava niente. Nessuno ci guardava negli occhi”. È in quel vuoto che il padre comprende che le cose non stanno andando come sperato. “Ho capito che era finita, ma noi ancora non lo sapevamo ufficialmente”. Parole pesanti che chiamano in causa l’organizzazione e la gestione del caso. Sarà la magistratura a fare chiarezza.
Il bambino che salutava dal balcone
Domenico era un bambino vivace, intelligente, pieno di energia. Ogni mattina si svegliava presto per salutare il padre prima che andasse al lavoro: “Diceva “Pa-Pà” e sorrideva”. La sera lo riconosceva dal rumore del motorino. Correva al balcone, lo chiamava dall’alto, poi aspettava dietro la porta. Scene quotidiane che oggi diventano ricordi struggenti.
La morte e la richiesta di giustizia
Tre giorni prima del decesso c’è tensione in ospedale. Un litigio con le guardie giurate, poi gli abbracci sinceri quando tutto finisce. “Ora vogliamo giustizia per Domenico“, dice il padre. Accanto alla battaglia legale, insieme all’avvocato Francesco Petruzzi, nascerà una fondazione dedicata a Domenico per aiutare i bambini malati. “I bambini sono innocenti. Non è giusto che muoiano così”.
Un dolore che diventa forza
La madre lo ha vestito con cravatta e coppola, come quando usciva col nonno. “Era il nostro ometto coraggioso”. Oggi per i genitori è diventato un angioletto custode. “Sentiamo che ci manda la forza per andare avanti, per i suoi fratellini. Altrimenti non riusciremmo neppure a uscire di casa”.









