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3 Marzo 2026
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Separazione delle carriere, il pm di Catanzaro Saverio Sapia: “Il rischio è una giustizia forte con i deboli e debole con i forti”

Il magistrato punta il dito contro la carenza strutturale di togati e personale:“Non è modificando le carriere che si riducono i tempi dei processi”

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L’hanno definita erroneamente riforma della giustizia, ma quella sul referendum del 22 e del 23 marzo prossimo in realtà tocca sola la riorganizzazione della magistratura inquirente e requirente, mettendo mano alla Carta Costituzionale e ad un modello che ha funzionato per anni. Silenzio assoluto sull’(in)efficienza amministrativa, sulla carenza di organico, sul personale ridotto all’osso, concausa di processi infiniti nel settore della pubblica amministrazione, spesso risolti dopo decenni con sentenza di estinzione per intervenuta prescrizione. E a Catanzaro ogni anno all’inaugurazione dell’anno giudiziario si sente sempre la stessa musica: personale insufficiente, giudici sottodimensionati rispetto al lavoro da svolgere.

 Una riforma che si definisce democratica e garantista eppure con “l’introduzione dell’Alta corte disciplinare, unico caso nel nostro ordinamento in cui viene creato un giudice speciale per giudicare (e punire) i magistrati, non ci sono possibilità di appello ad un altro organo in caso di condanna”. Il sostituto procuratore della Repubblica di Catanzaro Saverio Sapia, che lavora in uno dei territori più esposti d’Italia, dove le inchieste toccano mafie, colletti bianchi e poteri consolidati non usa mezzi termini: “Il modello attuale, previsto dalla Costituzione, ha garantito l’indipendenza dell’azione penale. Modificarlo non significa solo riorganizzare carriere, ma incidere sull’equilibrio tra i poteri dello Stato. Con un rischio preciso: una magistratura più fragile davanti alla politica”.

Dottore Sapia, il presidente del Consiglio Giorgia Meloni, in linea con il Guardasigilli Nordio, ha dichiarato in più occasioni che la separazione delle carriere tra magistrati giudicanti e requirenti è un modello già in vigore in altri paesi e coerente con le democrazie  europee. Cosa ne pensa? E cosa significa riorganizzare le carriere?

“Parto da un dato molto semplice e molto concreto: il modello disegnato dalla nostra Costituzione è in vigore da oltre settantacinque anni. Non è un esperimento teorico. È un sistema che ha retto prove durissime e che ha consentito alla magistratura italiana di incidere davvero nella tutela dei diritti di ogni cittadino. Grazie a questo assetto, giudici e pubblici ministeri appartenenti allo stesso ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere dello Stato, sono stati affermati diritti fondamentali in ambiti molto diversi. Nel campo del diritto civile, pensiamo alle decisioni che hanno rafforzato la tutela del lavoro, dei salari, del diritto allo sciopero, della dignità del lavoratore nei luoghi di lavoro. Sul piano penale, pensiamo alle grandi stagioni di contrasto al terrorismo, alla criminalità organizzata, alla corruzione sistemica; soprattutto nei territori più difficili, dove indagare su mafie e poteri consolidati significava esporsi a pressioni enormi. Tutto questo è stato possibile perché chi accusa e chi giudica gode delle stesse garanzie di indipendenza dalla politica e da ogni altro centro di potere. Non è un dettaglio tecnico. È la condizione che ha permesso, per decenni, di affermare diritti dei più deboli contro i più forti, che si trattasse di un lavoratore contro una grande azienda, di un cittadino contro un abuso amministrativo o di un pubblico ufficiale contro un sistema corruttivo. È un modello che, proprio per questa forte autonomia costituzionale del pubblico ministero, viene spesso preso ad esempio virtuoso anche in ambito europeo ed internazionale. In molti ordinamenti il pm è più direttamente collegato al potere esecutivo; da noi, invece, l’azione penale è sottratta a logiche di opportunità politica. Cambiare questo equilibrio non significa solo riorganizzare carriere. Significa intervenire su un meccanismo che, nella storia repubblicana, ha contribuito in modo decisivo alla difesa dello Stato di diritto, alla tutela dei cittadini e a dare concreta attuazione alla Costituzione. Ed è su questo che credo si debba riflettere con grande prudenza”.

Uno dei punti più delicati della riforma è il sistema di selezione dell’organo di autogoverno della magistratura, il Csm, una selezione casuale. Cosa ne pensa del sorteggio? E l’Alta Corte disciplinare si traduce davvero in uno strumento democratico e garantista, come lo definisce il ministro Nordio?

I sostenitori della riforma sostengono che “se un magistrato è in grado di giudicare della vita delle persone sicuramente sarà in grado di giudicare sull’organizzazione degli uffici, sulle nomine e sulle carriere dei suoi colleghi”. Ora, proviamo a tradurlo in esempi concreti. Dire che qualsiasi magistrato può sedere al Csm semplicemente perché sorteggiato è un po’ come dire: che qualsiasi medico può dirigere un grande ospedale; che un autista dell’autobus può essere messo a capo dell’azienda di trasporti locale; che un insegnante, a prescindere dall’esperienza organizzativa, può diventare dirigente scolastico solo per estrazione. Non è una questione di valore personale. È una questione di competenze. Decidere sull’organizzazione giudiziaria, amministrare carriere, valutare professionalità, decidere su incarichi direttivi e procedimenti disciplinari richiede esperienza specifica e capacità organizzativa. Sono competenze che vanno selezionate, non affidate al caso. Il sorteggio può sembrare uno strumento “democratico”, ma in realtà rischia di indebolire la qualità e la responsabilità delle decisioni. Accanto al sorteggio “puro” per la componente togata è previsto un sorteggio temperato per la componente laica, eletta dal parlamento. Il rischio concreto è che la politica scelga la propria componente, la magistratura la estragga a sorte. È evidente che ciò determinerà un maggiore peso di fatto della politica. Se a ciò aggiungiamo la creazione dell’alta corte disciplinare, unico caso nel nostro ordinamento in cui viene creato un giudice speciale per giudicare (e punire) i magistrati, senza possibilità di appello ad un altro organo in caso di condanna, il disegno è chiaro”.

E’ solo teorico il rischio che una magistratura possa essere più esposta alla politica?

“È molto concreto. Se il pubblico ministero viene collocato in un sistema separato, con un autogoverno più fragile e più permeabile agli equilibri politici, il rischio non è che qualcuno telefoni per bloccare un’inchiesta. Il rischio è più sottile. È che si crei un clima in cui chi indaga sui potenti percepisce che il proprio futuro professionale può dipendere da equilibri esterni. E quando questo accade, il sistema produce autocensura. Nessuno vieta formalmente di indagare. Ma il rischio è che si diventi più prudenti, più lenti, più esitanti”.

Quindi una giustizia con corsie preferenziali. Forte con i deboli e debole con i forti?

“Il rischio di una giustizia “forte con i deboli e debole con i forti”, non è uno slogan. Pensiamo ai reati comuni: piccoli furti, spaccio, liti di quartiere. Sono procedimenti che vanno avanti automaticamente, senza grandi pressioni. Ma quando si parla di: corruzione, fatti di bancarotta, sfruttamento del lavoro, rapporti tra criminalità organizzata e politica, mala gestione della cosa pubblica, si entra in territori dove gli interessi sono forti e organizzati. In realtà territoriali complesse come quelle del circondario e del distretto di Catanzaro, l’indipendenza del pubblico ministero non è una garanzia per il magistrato. È una garanzia per i cittadini onesti. Vorrei aggiungere una riflessione che nasce dall’esperienza quotidiana.

In questi anni, con i miei colleghi della Procura di Catanzaro abbiamo portato avanti indagini molto diverse tra loro: inchieste delicate su contesti complessi, ma anche procedimenti di criminalità comune e di strada, che incidono direttamente sulla sicurezza quotidiana dei cittadini. Le abbiamo affrontate tutte nello stesso modo. Senza guardare al nome dell’indagato. Senza preoccuparci delle possibili ricadute personali. Senza chiederci se un’indagine potesse essere “comoda” o “scomoda”. L’unico criterio di azione che abbiamo adottato è stato quello previsto dalla Costituzione e dal codice: l’obbligatorietà dell’azione penale e la ricerca della verità. Lo abbiamo potuto fare perché protetti dalla Costituzione che garantisce la nostra reale indipendenza. Questo significa una cosa molto semplice: quando un pubblico ministero sa che la propria carriera non dipende dal gradimento del potere politico, può lavorare con serenità. Può dare il massimo in ogni indagine, sia contro la criminalità organizzata sia contro il piccolo reato di quartiere, con la stessa determinazione. Non abbiamo mai avvertito il timore di ritorsioni o danni alla carriera per il contenuto delle nostre indagini. Questo non è un privilegio dei magistrati: è una garanzia per i cittadini. Il mio timore è che un assetto diverso, in cui il pubblico ministero sia più esposto a dinamiche esterne, possa incrinare proprio questa serenità operativa. E quando si incrina quella, il sistema non diventa più efficiente: diventa più fragile. Se quella indipendenza si affievolisce, le prime inchieste a risentirne non sono quelle sui piccoli reati. Sono quelle sui centri di potere”.

I sostenitori del Sì ritengono che la riforma garantisca l’imparzialità del giudice?

“Spesso si dice che la separazione servirebbe a rendere il giudice più imparziale. Ma il giudice italiano è già imparziale perché lo stabilisce la Costituzione. È soggetto soltanto alla legge. È inamovibile. Non riceve ordini dal pubblico ministero né dal potere politico. I numeri sulle assoluzioni in dibattimento o sui casi di imputazione coatta a seguito della richiesta del Pubblico Ministero di archiviare un’indagine lo dimostrano. L’appartenenza allo stesso ordine non significa confusione di ruoli. Significa condividere la stessa cultura delle garanzie e dell’indipendenza. Separare non crea automaticamente più imparzialità. Può invece creare un pubblico ministero più isolato e quindi più esposto”.

E’ un Governo il nostro che ha dato priorità alla riorganizzazione dei togati, come se questo fosse il vulnus, il mostro da combattere, il vero problema da risolvere. E’ il punto di partenza per risolvere le criticità del sistema giustizia? 

“Questa riforma non risolve nemmeno uno dei veri problemi della giustizia. Se vogliamo parlarne, io partirei da qui: la lentezza dei processi è anzitutto una questione di risorse e di organici, più che di formule istituzionali. I dati comparativi europei sono chiari. Secondo lo studio CEPEJ del Consiglio d’Europa, in Italia ci sono circa 5,4 giudici ogni 100.000 abitanti, mentre la mediana UE è 17,8: quasi il triplo. Sul versante requirente, l’Italia risulta avere poco meno di 4 pubblici ministeri ogni 100.000 abitanti, a fronte di una mediana UE di 11.  Questo significa una cosa comprensibile a chiunque: se hai meno “persone in toga” rispetto al carico di lavoro, i tempi inevitabilmente si allungano, perché i fascicoli sono tanti e le energie sono limitate. Provo a dirlo con un esempio molto semplice: se in un pronto soccorso mancano medici e infermieri, non è cambiando il nome del reparto o l’organigramma della direzione sanitaria che si riducono le attese. Le attese si riducono assumendo personale. Allo stesso modo, se in un tribunale il numero di procedimenti supera strutturalmente le risorse disponibili, il problema non si risolve modificando l’assetto costituzionale delle carriere. Si risolve rafforzando gli organici dei magistrati e del personale amministrativo, adeguando le strutture, implementando gli strumenti tecnologici. Il cittadino chiede una cosa molto semplice: processi giusti e in tempi ragionevoli. Per ottenere questo risultato servono soprattutto risorse adeguate, non interventi che spostano equilibri istituzionali senza incidere sulle cause concrete della lentezza”.

All’inaugurazione dell’anno giudiziario a Catanzaro ascoltiamo sempre la stessa storia, tanto da poterci scrivere senza essere presenti: pochi magistrati e carenza di organico…

“Questa criticità, nel nostro territorio, rispetto ad altri, si sente ancora di più, poiché il Tribunale di Catanzaro, che ha alcune fondamentali competenze distrettuali, cioè relative ai procedimenti incardinati su tutto il territorio delle provincie di Catanzaro, Vibo Valentia, Crotone e Cosenza, ha un organico strutturalmente inadeguato. A fronte di un distretto di Corte d’Appello estremamente ampio, che comprende sette Tribunali (Castrovillari, Catanzaro, Cosenza, Crotone, Lamezia Terme, Paola, Vibo Valentia) e con un bacino di utenza di 1 milione e 400 mila persone, i giudici togati sono soltanto 54. E qui può essere utile un raffronto, molto concreto, con l’altro distretto calabrese. Il Tribunale di Reggio Calabria, il cui distretto di corte d’Appello comprende tre Tribunali (Locri, Palmi, Reggio Calabria), con un bacino di utenza di “solo” 550.000 abitanti, ha un organico di 63 giudici togati. Il punto, detto in modo semplice, è questo: se il territorio è grande e la domanda di giustizia è alta, ma gli organici non sono calibrati in modo adeguato, i tempi si allungano e la qualità del lavoro rischia di soffrire. E allora la priorità dovrebbe essere: più personale (magistrati e amministrativi), strumenti, organizzazione, non riforme che spostano gli equilibri senza incidere sul “motore” del sistema. Una riforma della giustizia dovrebbe rafforzare la fiducia dei cittadini e rendere il sistema più efficiente. Io temo che questa riforma, così come prospettata, rischi di modificare l’equilibrio tra poteri in modo pericoloso. La giustizia deve essere davvero uguale per tutti. Ma lo è soprattutto quando è capace di indagare senza timori anche su chi ha potere economico, politico o relazionale. Se si indebolisce quella capacità, non si colpisce la magistratura. Si indebolisce la democrazia”.

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