La morte del piccolo Domenico, il bambino di appena due anni deceduto all’ospedale Monaldi di Napoli dopo un trapianto non riuscito, ha scosso profondamente la città e l’intero Paese. Accanto alla famiglia, negli ultimi giorni, è stato spesso presente l’arcivescovo di Napoli, don Mimmo Battaglia, che ha fatto visita al bambino e alla madre anche durante il ricovero. Il presule è tornato in ospedale anche nel momento più difficile, quando il piccolo si è spento, per stare vicino ai genitori e dare l’ultimo saluto al bambino. In un racconto intenso e carico di emozione, riportato dal Corriere, l’arcivescovo ha condiviso i momenti vissuti accanto al piccolo.
L’ultima carezza e quella lacrima
Nel suo racconto, don Battaglia descrive ciò che accadeva ogni volta che si avvicinava al bambino e gli accarezzava la mano. “C’è qualcosa che porto nell’anima e stento a descrivere. Ogni volta che accarezzavo la sua manina, Domenico, anche nel silenzio del coma, versava una lacrima. Una sola. Trattenuta a fatica, come un segreto che il corpo non riesce a custodire. Come se quella carezza raggiungesse un luogo che nessun farmaco sa addormentare davvero: quel centro ultimo dove la persona, tutta intera, non smette mai di amare e di essere amata. Era la sua voce. Era il suo ‘ci sono’. E in quella lacrima c’era più presenza che in mille parole dette ad alta voce”.
“Un filo tra due mondi”
L’arcivescovo racconta di aver avvertito una sorta di legame invisibile, una comunicazione sottile che sembrava attraversare il silenzio della stanza d’ospedale. “C’era una soglia attraversata, un filo sottilissimo tra due mondi che non si spezza, ma vibra. Io lo sentivo. Non con le orecchie, ma con qualcosa di più antico: con quella parte di noi che riconosce l’altro anche quando l’altro non può rispondere. Una carezza e una lacrima: un alfabeto fatto di pelle, di silenzi, di attesa, di acqua pura. Non sapevo se mi sentisse. Non sapevo dove fosse la sua coscienza in quel mare immobile. Ma sapevo che qualcosa arrivava. Perché il corpo non mente quando l’anima viene toccata. Una lacrima sola. Mai un pianto. Mai uno scatto. Solo quel segno leggero, come un ‘sì’ sussurrato”.
“Quella lacrima mi ha insegnato più di molti libri”
Nel ricordo del presule emerge anche una riflessione più profonda sul mistero della coscienza e della relazione umana, che – secondo Battaglia – non si spegne nemmeno nelle condizioni più estreme. “Forse la medicina misura i parametri, i riflessi, le reazioni. Ma c’è un luogo che non si lascia monitorare: quello in cui la persona è ancora relazione, ancora legame, ancora storia. Lì, Domenico non era un corpo in coma. Era un figlio. Il figlio di Patrizia e Antonio. Era mio, nostro figlio. E io, accarezzando quella manina, sentivo che non stavo solo consolando lui. Stavo imparando qualcosa sull’essere umano. Che c’è un nucleo inviolabile che non si spegne facilmente. Che la coscienza forse si assottiglia, ma la relazione resta come un’impronta indelebile. Quella lacrima mi ha insegnato più di molti libri”.









