Il prezzo del petrolio continua a salire e si avvicina rapidamente alla soglia psicologica dei 100 dollari al barile. Nell’arco dell’ultima settimana il greggio ha registrato un aumento di circa il 30%, arrivando attorno ai 90 dollari.
Alla base della corsa dei prezzi c’è l’escalation della guerra tra Stati Uniti e Iran, che sta mettendo sotto pressione le forniture energetiche provenienti dal Golfo Persico. Le tensioni militari stanno già producendo effetti sui mercati energetici globali, alimentando l’incertezza tra investitori e governi.
Secondo diversi analisti, l’andamento dei prezzi dipenderà soprattutto dalla durata del conflitto e dalla stabilità delle principali rotte petrolifere internazionali.
Dipendenza dal petrolio del Golfo: l’allarme per Cina, Giappone e Corea
Washington prova a rassicurare i mercati. Il ministro dell’Energia statunitense Chris Wright ha dichiarato che lo Stretto di Hormuz tornerà presto operativo e che, almeno per ora, petrolio e gas non mancano sul mercato globale.
Nonostante le rassicurazioni, le preoccupazioni restano elevate, soprattutto in Asia. La Cina, infatti, rischia di perdere uno dei suoi principali fornitori di greggio, il secondo su tre per importanza.
Situazione delicata anche per Giappone e Corea del Sud, due economie fortemente dipendenti dalle importazioni energetiche dal Golfo. I governi stanno valutando misure straordinarie, tra cui tetti ai prezzi e strategie di emergenza, per affrontare l’eventuale riduzione delle consegne.
Terminal alternativi e limiti alle rotte di esportazione
La possibilità di sostituire le forniture attraverso rotte alternative appare limitata. I terminal petroliferi sauditi sul Mar Rosso, spesso citati come alternativa allo Stretto di Hormuz, non sono infatti in grado di compensare completamente un eventuale blocco del traffico marittimo.
Nel frattempo, società come Aramco registrano rialzi in borsa, segno delle aspettative dei mercati. Tuttavia, la capacità produttiva e logistica disponibile non basterebbe a colmare un’eventuale riduzione significativa delle esportazioni iraniane.
Inoltre, nuovi rischi incombono sulle infrastrutture energetiche. Possibili attacchi ai terminal petroliferi iraniani o operazioni militari legate all’isola di Kharg, uno dei principali hub di esportazione del Paese, potrebbero ridurre ulteriormente l’offerta mondiale.
Le previsioni degli analisti: il barile può superare i 108 dollari
Secondo le stime di Goldman Sachs, l’Iran produce circa 3,5 milioni di barili di petrolio al giorno, pari a circa il 4% della produzione globale. Di questa quantità, circa la metà viene esportata sui mercati internazionali.
Gli esperti ritengono che il prezzo attuale, attorno ai 93 dollari, non rifletta ancora completamente tutti i rischi geopolitici legati alla crisi.
Le proiezioni indicano che, se la situazione dovesse peggiorare o protrarsi nel tempo, il prezzo del petrolio potrebbe arrivare fino a 108 dollari al barile, complice l’insufficienza delle misure adottate finora per stabilizzare le forniture energetiche globali.








