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13 Marzo 2026
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Grandi cantieri in Calabria: inaugurare è umano (anche grazie al ruolo della sentinella), ricordare è divino

Sulle grandi opere della Calabria (soprattutto ionica), sulla memoria corta di chi le racconta e sul lungo cammino di chi le ha davvero seminate

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Vi è una tradizione nobile, nei territori dove la politica ha sempre amato più il nastro da tagliare che il filo da annodare: quella di raccontare le cose come se cominciassero nel preciso istante in cui si accende la telecamera. Un reel, si direbbe oggi. Grande ritmo, musica appropriata, qualche inquadratura dal basso verso l’alto a restituire grandiosità alle cose. E poi, immancabile, il proclama. Che la storia cominci pure adesso: il passato, dopotutto, è un ospite scomodo.
La Calabria, da sempre terra di cantieri inaugurati e mai conclusi, di fondi stanziati e dispersi come acqua nelle sabbie carsiche, vive da qualche anno una stagione insolita: le opere si fanno davvero. I viadotti sorgono, i tralicci ferroviari si piantano nella terra argillosa, le fondamenta ospedaliere si alzano contro ogni pronostico. È una buona notizia, senza riserve. La cattiva, semmai, sta nell’archivio che qualcuno preferisce tenere chiuso a chiave: quello delle date.

L’ospedale dalle quattro vite

C’è un ospedale, in contrada Insiti, nel cuore geometrico di Corigliano Rossano, che somiglia a un gatto dotato di vite più del solito. Il nuovo ospedale della Sibaritide ne ha consumate almeno quattro prima di essere effettivamente costruito: quattro inaugurazioni fino al 2016, celebrazioni solenni di qualcosa che non c’era ancora, offerte votive al futuro in forma di prime pietre posate su suoli incerti, tra espropri complicati, ditte fallite e contenziosi burocratici degni di un romanzo kafkiano.
Lo certifica la documentazione ufficiale della Regione Calabria con dovizia di dettagli: l’iter prende avvio tra il 2006 e il 2007, il contratto di concessione viene firmato nel settembre 2014 con la società Tecnis-Cogiatech, che però finisce commissariata nel 2015 per vicende legate alla cronaca, lasciando l’opera in un limbo pluriennale. Solo nel luglio 2019 la concessione passa alla D’Agostino Costruzioni.
La vera svolta si materializza il 4 novembre 2020, quando è il presidente facente funzioni Nino Spirlì a firmare la consegna dei lavori, dopo l’impegno profuso da Jole Santelli che nei mesi precedenti ricuce i rapporti coi ministeri della Salute e dell’Economia. Quel dì, nessuna fanfara, nessun palco: solo firme, contratti e un applauso discreto sotto un gazebo. Quello è l’inizio vero, non il quarto — ma il quinto — atto di una storia cominciata vent’anni prima dal centrosinistra di turno.
Oggi, a quasi vent’anni dal primo accordo di programma, l’ospedale esiste: 376 posti letto, facciate vetrate, sale operatorie in allestimento, un investimento lievitato fino a quasi 292 milioni di euro tra pubblico e privato. Un fiore tardivo, ma reale. La storia, però, ha padri e madri precisi: non uno solo.

ILa strada commissariata per disperazione

C’è, poi, un paradosso crudele nella storia della Statale 106 Jonica, quella che i familiari delle vittime chiamano da decenni “la strada della morte”. Per farne un’arteria moderna, capace di collegare la dorsale ionica al resto del Paese, non basta la buona volontà: serve un gesto tecnico-burocratico preciso, quasi chirurgico. E a compierlo è, nell’estate del 2018, Danilo Toninelli, ministro delle Infrastrutture del primo Governo Conte, esponente del Movimento 5 Stelle.
Toninelli inserisce la Statale 106 tra le opere commissariate, affidandole quel regime speciale che consente di superare la palude delle procedure ordinarie e dare finalmente gambe ai progetti. Senza quel passaggio, oggi si potrebbe ancora attendere. È un fatto documentato, non una opinione: lo confermano gli atti amministrativi e le cronache dell’epoca, comprende le interrogazioni parlamentari che gli rivolgevano proprio i deputati forzisti dell’epoca — tra cui lo stesso attuale governatore calabrese — chiedendo notizie sui cantieri fermi.
Sui tre miliardi di finanziamenti spesso evocati come conquista recente, è utile notare che risalgono a programmazioni pluridecennali: ne servirebbero almeno altri dieci per completare l’intera dorsale jonica. Le tratte Crotone-Catanzaro e Sibari-Rossano, la prima in attesa dell’inizio dei lavori ormai imminenti e la seconda con l’apertura dei cantieri prevista entro la fine del 2026, testimoniano quanto il percorso sia ancora lungo e quanto sia scivoloso intestarsi paternità che appartengono a una catena più lunga e più articolata.

Il cantiere più grande d’Italia e i suoi veri inauguratori

Il Terzo Megalotto della SS106, tratto Sibari-Roseto Capo Spulico, è un cantiere che non ha bisogno di aggettivi propri: Anas e Webuild lo definiscono il più grande cantiere stradale attivo in Italia. Trentotto chilometri di doppia carreggiata, quattro svincoli, tre gallerie naturali, quindici tra ponti e viadotti — incluso il viadotto Avena, con le sue pile a forma di “V” che si specchiano nel paesaggio calabrese come un’opera d’arte involontaria — per un investimento di 1,3 miliardi di euro e l’impiego di oltre 3mila persone.
La consegna dei lavori avviene il 19 maggio 2020, alla presenza della ministra delle Infrastrutture Paola De Micheli (Pd, Governo Conte II) e della presidente della Regione Jole Santelli. È un cantiere aperto in piena pandemia, quasi in sordina, mentre il mondo si interroga sulla propria sopravvivenza. Eppure i lavori partono, affidati al Consorzio Sirjo — formato da Astaldi e Salini Impregilo, nucleo del futuro gruppo Webuild. I primi diciotto chilometri nella piana di Sibari sono attesi al taglio del nastro nel periodo pasquale del 2026; l’opera completa entro il 2027, secondo il cronoprogramma.

I tralicci di Oliverio e il sonno della Soprintendenza

Altro grande cantiere. È il 30 agosto 2018 quando il presidente della Regione Mario Oliverio si presenta alla stazione ferroviaria di Corigliano per dare il via ufficiale ai lavori di elettrificazione della ferrovia jonica, con il piantamento del primo palo. Un investimento da 530 milioni di euro, cantieri poi attivi per oltre 130 chilometri di nuovo armamento ferroviario. Oliverio dichiara, non senza un certo ottimismo, che l’opera sarebbe stata completata in tre anni.
Non va così. La Soprintendenza ai Beni Culturali si preoccupa, con una sensibilità non priva di fondamento, più degli impatti estetici dei nuovi plinti nella zona del parco archeologico di Sibari.
L’elettrificazione riprende slancio solo grazie ai fondi del Pnrr, figli — con l’ironia propria della storia — della pandemia che aveva paralizzato il mondo. I cantieri avanzano tuttora, con ritmi che qualcuno definisce pachidermatici, ma avanzano.
Anche qui, la paternità dell’opera ha un nome preciso — e quel nome è Oliverio, per quanto il completamento appartenga, con merito, a chi saprà chiuderla.

La metro di superficie e la data del 20 gennaio 2017

La metro di superficie di Catanzaro, quel progetto che vuole trasformare le stazioni della linea ferroviaria costiera in snodi di mobilità urbana integrata, porta anch’essa una data di nascita difficile da rimuovere: 20 gennaio 2017, quando l’amministrazione Oliverio dà il via libera ai lavori. È un’opera che procede lenta, tra mille intoppi tecnici e burocrazia tenace, come quasi tutto in questa terra. Ma il primo impulso, il primo atto formale, appartiene a una stagione politica precisa.

Il merito del guardiano e la questione delle date

Sarebbe ingiusto, e anche inesatto, non riconoscere che chi governa oggi la Calabria esercita con continuità un ruolo fondamentale: quello della sentinella. Monitorare i cantieri attraverso gli uffici, ma anche di persona, far rispettare i cronoprogrammi, recuperare risorse quando i costi lievitano — come nel caso dell’ospedale della Sibaritide, il cui tetto di spesa è salito da 144 a 290 milioni — sono attività che richiedono energia politica e amministrativa reale. Non sono mere rappresentazioni.
Il problema non è il merito del presente. Il problema è l’oblio del passato. La storia delle infrastrutture calabresi somiglia a una partita a scacchi giocata da molti, in cui ogni giocatore vorrebbe che la partita cominciasse dalla mossa precedente alla propria — quella degli avversari — dimenticando tutte le mosse che hanno reso possibile arrivare fin lì.
La storia ha una memoria più lunga dei reel. Toninelli ha commissariato la 106. De Micheli-Santelli hanno aperto il terzo megalotto. Santelli ha sbloccato l’ospedale di Corigliano Rossano. Oliverio ha piantato i tralicci ferroviari e avviato la metro. Il cronista di queste terre, per amor di precisione, è tenuto a ricordarlo. Non per sottrarre merito a nessuno, ma per non regalarlo a uno solo.

Coda — o del cantiere come metafora corale

Un cantiere non nasce da un uomo solo. Nasce da atti, delibere, finanziamenti, progettazioni, ricorsi, commissariamenti, fallimenti, subentri, varianti e nuovi fondi. È, per sua natura, un’opera corale — anche quando la scena la occupa un solo direttore d’orchestra —. La Calabria, soprattutto quella jonica lo sa bene: ha atteso molti decenni per vedere le proprie strade e i propri ospedali prendere forma. Ha pagato il ritardo con vite spezzate sulla 106 e con malati trasferiti lontano da casa.
Ora che i cantieri ci sono e ci saranno tra pochi mesi — reali, concreti, visibili — la cosa più onesta da fare è raccontarli per intero. Con le date giuste. Con i nomi giusti. Con la memoria che questi luoghi meritano, dopo tanta attesa.
Inaugurare, in fondo, è umano. Ricordare chi ha posato le fondamenta — ecco — quello è un’altra cosa.

(segue)

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