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16 Marzo 2026
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Il procuratore Falvo: “Giudici appiattiti sui pm? Non è vero. E i numeri sulle ingiuste detenzioni sono gonfiati”

Secondo il capo della Procura di Vibo, sostenitore del No, la separazione delle carriere indebolirebbe la magistratura senza risolvere le criticità del sistema: "I veri problemi della giustizia sono la carenza di risorse e di personale"

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La riforma della giustizia e la separazione delle carriere tra pubblico ministero e giudice continuano a dividere magistratura, avvocatura e politica. Se da una parte c’è chi sostiene il sì alla riforma come strumento per rafforzare le garanzie degli indagati, dall’altra c’è chi teme che il nuovo assetto possa indebolire la magistratura e non incidere sui veri problemi del sistema giudiziario. Tra le voci del fronte del no c’è anche il procuratore della Repubblica di Vibo Valentia Camillo Falvo, che ha spiegato le proprie ragioni nel corso della trasmissione “Pagina Protetta” condotta da Nicolino La Gamba su Radio Onda Verde.

Il ruolo di Gratteri e la campagna per il no

Falvo ha innanzitutto difeso l’impegno del procuratore di Napoli Nicola Gratteri, che da settimane è tra i magistrati più esposti nella campagna referendaria. “Nicola Gratteri è impegnato in questa campagna per il no e ha iniziato quando il fronte del no era sotto di 25 punti. È soprattutto grazie a lui se si è recuperato terreno, perché ha spiegato quali potrebbero essere gli effetti della riforma”.

Il procuratore di Vibo respinge anche le polemiche nate da alcune dichiarazioni attribuite al magistrato calabrese. “Io conosco Nicola Gratteri e non penserebbe mai che chi vota sì sia mafioso o massone. Ha semplicemente detto una cosa che mi sembra ovvia: se una riforma indebolisce la magistratura, mafiosi e massoneria deviata non voteranno certo no“.

Falvo precisa però di essere convinto che la maggior parte di chi sostiene la riforma agisca in buona fede. “Sono convinto che la stragrande maggioranza delle persone che voteranno sì sono persone perbene e in buona fede. Ma credo anche che molti siano mal informati sui contenuti tecnici della riforma”.

“Il pubblico ministero non è una parte”

Uno dei punti centrali della riforma è la separazione delle carriere tra pm e giudici. Secondo Falvo, però, il presupposto di questa proposta sarebbe sbagliato. “Il pubblico ministero non è una parte, lo si vuole far apparire come una parte ma in realtà rappresenta lo Stato“.

Il magistrato respinge l’idea di un processo inteso come uno scontro tra due squadre contrapposte. “L’idea del campo di calcio con due squadre contrapposte non è vera. Il pubblico ministero ha un obbligo che l’avvocato non ha: deve cercare anche le prove a favore dell’imputato“. Per spiegare questa differenza Falvo cita anche un caso recente. “Un pubblico ministero è stato portato a giudizio perché accusato di non aver portato prove favorevoli all’imputato. L’avvocato che ha una prova che dimostra la colpevolezza del suo assistito fa bene a non produrla. Il pubblico ministero invece verrebbe condannato se non lo facesse“.

La “cultura della giurisdizione”

Falvo difende il principio della cosiddetta cultura della giurisdizione, cioè il percorso professionale che consente ai magistrati di svolgere nel corso della carriera sia funzioni requirenti sia giudicanti. “Ho fatto prima il pubblico ministero, poi per dieci anni il giudice, ho presieduto il collegio penale, ho fatto il gip, poi sono tornato a fare il procuratore. Oggi faccio il pubblico ministero con una consapevolezza completamente diversa”.

Questa esperienza, secondo il procuratore, incide anche sulle scelte investigative. “Io passo il tempo a dire alla polizia giudiziaria: guardate che questo non lo potete fare, così non arriviamo da nessuna parte. Ai miei giovani sostituti dico spesso: questa misura cautelare non va chiesta“. Falvo sostiene che proprio l’esperienza da giudice renda più prudente il lavoro dell’accusa. “Se io fossi indagato, vorrei che a valutare la mia richiesta di arresto fosse un magistrato che ha fatto il giudice, perché sa quali prove servono per arrivare a una condanna e non si arrestano inutilmente le persone“.

Il mito dell’“appiattimento” dei giudici

Uno degli argomenti dei sostenitori della riforma è il presunto appiattimento dei giudici sulle richieste dei pm. Falvo respinge questa tesi citando i dati sulle assoluzioni. “Se negli altri Paesi il tasso di assoluzione è tra il 3 e il 10%, in Italia siamo intorno al 50%. Questo dimostra esattamente il contrario: il giudice non è affatto appiattito sul pubblico ministero“.

Il procuratore sottolinea anche un altro dato spesso ignorato nel dibattito pubblico. “In Italia il 90% dei processi si svolge senza il pubblico ministero togato. Davanti al giudice di pace o al giudice monocratico spesso sia il giudice sia il pm sono avvocati onorari“. Da qui la domanda provocatoria. “Allora dov’è questo pubblico ministero che farebbe appiattire il giudice?”.

Le vere cause dei problemi della giustizia

Secondo Falvo, la riforma rischia di concentrarsi su un tema che non è la causa dei problemi della giustizia italiana. “I problemi veri sono le risorse. In Italia abbiamo circa la metà dei magistrati rispetto agli altri Paesi europei“. La carenza riguarda anche il personale amministrativo. “Abbiamo dal 30 al 40% in meno di personale amministrativo rispetto agli altri Paesi. Eppure si fa credere che i problemi dipendano dalla magistratura”.

Il procuratore richiama anche l’articolo 110 della Costituzione, che attribuisce al Ministero della Giustizia la responsabilità delle risorse. “Le risorse dipendono dal Ministero della Giustizia, non dai magistrati. Noi dobbiamo far bastare quello che ci viene dato”.

Ingiusta detenzione e numeri “gonfiati”

Falvo contesta anche alcune cifre che circolano nel dibattito pubblico sull’ingiusta detenzione. “Sento parlare di 5mila o 10mila casi l’anno, ma non è vero. I casi sono poco più di 400“. Il procuratore sottolinea che l’ingiusta detenzione non coincide automaticamente con un errore giudiziario. “Il processo serve proprio a stabilire se una persona è colpevole o innocente. Se una persona viene assolta significa che il sistema ha funzionato”. E porta un esempio concreto. “Può accadere che una vittima denunci un’estorsione e poi, per paura, ritratti in dibattimento. L’imputato verrà assolto e magari sarà stato anche arrestato, ma non significa che ci sia stato un errore giudiziario“.

Il rischio di una magistratura più debole

Tra le principali critiche alla riforma Falvo cita anche l’istituzione di due Consigli superiori della magistratura e di una Alta Corte disciplinare. “La frantumazione del CSM e la creazione di un’altra corte disciplinare per i magistrati tendono a indebolire la magistratura“.

Secondo il procuratore, la riforma rischia anche di sottrarre risorse al funzionamento della giustizia. “Tutte le risorse che serviranno per creare due CSM e l’Alta Corte verranno tolte da ciò che serve davvero: personale amministrativo, computer, magistrati“.

Correnti e sorteggio: “Non è la soluzione”

Falvo riconosce che nella magistratura il problema del correntismo è esistito. “Dire che non ci sia stato il problema delle correnti sarebbe falso”. Tuttavia ritiene che la riforma non sia la soluzione. “Si poteva intervenire con leggi ordinarie per limitare lo strapotere delle correnti”.

Il magistrato critica anche l’ipotesi del sorteggio per la composizione del Csm. “Il sorteggio è un’umiliazione per la magistratura. È come dire che l’organo chiamato a far rispettare le leggi non è capace di eleggere i propri rappresentanti“. E conclude con un richiamo al ruolo del giudice. “Un giudice non deve stare attento a quello che fa per paura di sanzioni. Deve applicare la legge con coscienza. Se deve avere paura delle conseguenze, allora deve togliersi la toga e fare un altro lavoro“.

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