Saranno quindici gli imputati che dovranno affrontare il processo scaturito dall’inchiesta “Folgore-Blizzard”, coordinata dalla Dda di Catanzaro contro il clan Manfredi-Nicoscia di Isola Capo Rizzuto. A stabilirlo è stato il gup Piero Agosteo, che ha accolto la richiesta della pubblica accusa disponendo il rinvio a giudizio per gli imputati che hanno scelto il rito ordinario. Il dibattimento inizierà il 7 maggio davanti al Tribunale di Crotone, aprendo così una nuova fase giudiziaria per un’inchiesta che punta a fare luce sulle dinamiche più recenti delle cosche crotonesi.
Le accuse e il cuore dell’inchiesta
Al centro del procedimento ci sono accuse che spaziano dalle estorsioni ai prestiti usurai, in un contesto che gli inquirenti descrivono come una rinnovata capacità operativa delle cosche sul territorio. L’indagine avrebbe documentato come il clan sia riuscito a mantenere il controllo, continuando a imporre la propria forza intimidatrice e a gestire attività illecite anche dopo i colpi giudiziari degli anni precedenti.
Secondo l’impianto accusatorio, il gruppo avrebbe agito attraverso una rete di soggetti legati tra loro da vincoli familiari e criminali, riproponendo schemi tipici della tradizione mafiosa ma adattandoli alle nuove esigenze operative.
Il ruolo delle nuove leve e la regia dal carcere
Uno degli aspetti più rilevanti emersi dall’inchiesta riguarda la presenza delle cosiddette “nuove leve”, soggetti che avrebbero contribuito alla riorganizzazione della consorteria dopo le condanne che avevano colpito i vertici storici.
In questo quadro, un ruolo centrale sarebbe stato svolto da Pasquale Manfredi, detto “Scarface”, ritenuto dagli investigatori al vertice della ‘ndrina e capace di impartire direttive anche dal carcere, garantendo continuità alle attività del clan. Un modello organizzativo che, secondo la Dda, avrebbe consentito alla cosca di restare operativa e radicata sul territorio.
I tentacoli al Nord e il referente delle cosche
L’inchiesta ha inoltre evidenziato le proiezioni extraregionali dell’organizzazione, con interessi e collegamenti in Lombardia, Alto Adige e Veneto. In questo contesto si inserisce la figura di Antonio Bruno, detto “Tonino”, indicato come presunto referente delle cosche al Nord, capace di muoversi con un profilo basso ma ritenuto strategico per gli equilibri criminali fuori regione. Una presenza che confermerebbe, secondo gli inquirenti, la capacità della ‘ndrangheta di espandere la propria influenza nelle aree economicamente più ricche del Paese.
Il coinvolgimento di figure storiche
Tra gli imputati figura anche Mico Megna, storico boss di Papanice, accusato – insieme ad altri – di una tentata estorsione risalente al 2022. La sua presenza nel procedimento rappresenta un elemento di continuità tra vecchie e nuove generazioni criminali, a dimostrazione di un sistema che si rigenera senza perdere i propri riferimenti storici.
I riti alternativi e le posizioni stralciate
Parallelamente al rito ordinario, altri imputati hanno scelto di essere giudicati con il rito abbreviato, opzione che consente – in caso di condanna – una riduzione della pena. Tra questi compare lo stesso Pasquale Manfredi. Cinque posizioni, invece, sono state stralciate per questioni legate alla notifica degli atti, e saranno trattate separatamente.
Gli imputati
Sono quindici le persone rinviate a giudizio: Antonia Arena, Antonio Arena, Salvatore Arena, Antonio Bruno, Antonio Masciari, Francesco Masciari, Luigi Masciari, Mico Megna, Mario Megna, Luigi Morelli, Pasquale Morelli, Nicola Pittella, Carlo Alberto Savoia, Giuseppe Verterame e Antonio Viola.
La genesi dell’operazione
L’operazione “Folgore-Blizzard”, scattata il 25 marzo 2025 con 17 arresti eseguiti dai carabinieri, rappresenta l’ultimo tassello investigativo su un territorio storicamente segnato dalla presenza delle cosche. Un’indagine che, secondo la Dda, avrebbe documentato non sol









