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18 Marzo 2026
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Calabria
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Tre cicloni fanno una prova: la Calabria sprofonda nell’incuria tra fondi bloccati, ritardi e propaganda politica

Tra l’elemosina del governo Meloni e gli annunci a raffica di Occhiuto, la Calabria resta senza difese mentre il territorio cede sotto acqua e fango che smascherano anni di ritardi e scarsa prevenzione

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Alle 7.45 la chiusura. I lampeggianti dell’Anas, i primi interventi dei vigili del fuoco, le auto ferme nell’acqua come in un guado improvvisato. Tra Corigliano e Crosia la Statale 106 sparisce sotto una colata di fango e pioggia, inghiottita dalla piena del territorio circostante.

Il traffico resta paralizzato per oltre otto ore, fino alle 15.17, quando la circolazione viene ripristinata. Nel frattempo si lavora anche a mano, non solo con mezzi meccanici, per spingere il fango ai margini della carreggiata. Le immagini parlano da sole: automobilisti bloccati, soccorsi con mezzi anfibi, una strada trasformata in un fiume. Non è un episodio isolato. È la fotografia di una infrastruttura che, alla prima vera pioggia, cede e si trasforma in trappola.

Il Trionto rompe gli argini e la Sibaritide va sott’acqua

Nelle stesse ore il fiume Trionto esonda, travolgendo Crosia e Corigliano Rossano. L’acqua invade strade, negozi, abitazioni. Il sindaco dispone l’evacuazione immediata delle case a ridosso dei corsi d’acqua: almeno 80 persone costrette a lasciare le proprie abitazioni.

In poche ore cadono circa 200 millimetri di pioggia, sufficienti a far collassare un sistema già fragile. E non è solo il Trionto: esondano anche il Fiumarella e altri torrenti minori, mentre una frana nel centro storico di Crosia sfiora le abitazioni. A Corigliano Rossano si registrano allagamenti diffusi: contrade isolate, strade provinciali trasformate in canali, quartieri sommersi tra Schiavonea, Fabrizio, Seggio e Fossa. Proprio qui i vigili del fuoco intervengono con squadra fluviale ed elicottero per salvare un uomo rimasto intrappolato dall’acqua. Il mare mosso impedisce il deflusso, i canali sono pieni, il territorio non assorbe più. Il risultato è un’unica massa indistinta tra terra e acqua.

Un territorio in ginocchio, tra case allagate e aziende colpite

Il bilancio è pesante e diffuso. Non solo centri urbani: campagne sommerse, colture distrutte, aziende ferme. Strade rurali impraticabili, collegamenti interrotti anche nelle aree interne del Vibonese, del Crotonese e del Reggino. Imprese simbolo dell’agroalimentare subiscono danni strutturali, con tetti scoperchiati e produzione bloccata. Il tessuto economico locale, già fragile, viene colpito ancora una volta. È la terza ondata in pochi mesi. Tre eventi ravvicinati che lasciano dietro di sé non solo danni materiali, ma una sensazione sempre più concreta: qui non si riparte mai davvero, si rincorre soltanto l’emergenza successiva.

Non è maltempo: è un sistema che non regge

Fin qui i fatti. E i fatti raccontano una cosa precisa: non è solo il ciclone Jolina. Quando bastano poche ore di pioggia intensa per far esondare più corsi d’acqua, quando intere aree diventano invasi, quando una statale si trasforma in un fiume, il problema non è più contingente ma strutturale.

La Calabria vive dentro un dissesto idrogeologico cronico, che non nasce oggi e non nasce con i cambiamenti climatici, ma che da anni viene semplicemente ignorato o affrontato a metà. Gli alvei non vengono manutenuti, i canali restano ostruiti, le aree a rischio continuano a essere abitate senza adeguate opere di protezione. A tutto questo si aggiunge una pianificazione urbanistica fragile, spesso tollerata o mai realmente governata, che ha portato a costruire dove non si poteva costruire, o senza mettere in sicurezza ciò che già esisteva. Così ogni pioggia intensa diventa una prova di resistenza che il territorio perde puntualmente.

Le piogge non sono un evento straordinario. Straordinario è che, nel 2026, una regione intera non sia ancora in grado di reggere fenomeni ormai prevedibili. E quando la prevedibilità si somma all’inerzia, il risultato non è una calamità naturale: è una responsabilità politica.

I numeri che smontano la propaganda

C’è un dato che più di ogni altro racconta la verità, ed è un dato che pesa più di qualsiasi dichiarazione: le risorse ci sono, ma restano ferme. Parliamo di oltre 500 milioni di euro destinati alla difesa del suolo, tra fondi europei, PNRR e programmazioni precedenti. Una cifra enorme, sufficiente a cambiare il volto di intere aree, a mettere in sicurezza fiumi, argini, infrastrutture.

Eppure la fotografia reale è impietosa: appena il 4% degli interventi concluso, una percentuale minima di opere effettivamente pagate, mentre la quasi totalità dei progetti è ancora bloccata tra iter amministrativi, ritardi, progettazioni incompiute o mai partite. Questo significa una cosa sola: non è un problema di fondi, ma di capacità amministrativa e politica. Di priorità mai davvero definite. Di una macchina pubblica che non riesce a tradurre le risorse in cantieri e i cantieri in sicurezza.

Nel frattempo si procede per emergenze. Si interviene quando l’acqua ha già invaso le case, quando le strade sono già saltate, quando i danni sono già milionari. Si spende di più, si spende male, e soprattutto si spende tardi. È il paradosso calabrese: milioni disponibili, territorio indifeso.

La politica tra annunci e ritardi

Dentro questo scenario, la distanza tra realtà e narrazione diventa quasi surreale. Da una parte ci sono immagini inequivocabili: città allagate, famiglie evacuate, imprese ferme, infrastrutture collassate. Dall’altra c’è una politica che continua a muoversi sul piano della comunicazione, tra annunci, sopralluoghi e promesse di interventi futuri.

Il governo guidato da Giorgia Meloni ha finora risposto con stanziamenti ritenuti insufficienti rispetto alla portata del problema. Manca una visione straordinaria per un’emergenza che straordinaria non è più, ma sistemica.

La Regione Calabria, con Roberto Occhiuto, si scontra invece con un limite altrettanto evidente: la difficoltà di trasformare risorse e poteri straordinari in risultati concreti. I dati sulla spesa parlano chiaro, così come i ritardi accumulati su opere già finanziate da anni. E mentre si discute di strategie, nomine, assetti politici, il territorio continua a cedere. Il punto è tutto qui: le parole corrono più veloci dei lavori. E in mezzo restano i cittadini, che non chiedono più annunci ma certezze.

Basta emergenze: serve prevenzione vera

Quello che è accaduto nella Sibaritide non è un episodio isolato, ma l’ennesima conferma di un modello che non funziona e che non regge più. Continuare a parlare di emergenza significa accettare che tutto questo si ripeta, significa considerare inevitabile ciò che invece è prevenibile. Significa trasformare la gestione del territorio in una rincorsa continua, dove si interviene solo dopo, mai prima.

Ma la prevenzione non è uno slogan. È manutenzione costante degli alvei, è pulizia dei canali, è consolidamento degli argini, è pianificazione urbanistica seria, è capacità di spendere i fondi nei tempi giusti.

Significa, soprattutto, fare una scelta politica netta: mettere la sicurezza del territorio davanti a tutto il resto. Perché oggi non si tratta più solo di danni economici. Si tratta di tenuta sociale, di dignità delle comunità, di diritto a vivere in un luogo che non diventi una trappola alla prima pioggia. E allora la verità, quella che nessuno dice fino in fondo, è semplice e brutale: la prossima ondata di maltempo arriverà. La differenza sarà solo una: farsi trovare pronti oppure continuare ad affondare.

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