Sono poche pagine, ma pesano come macigni. I verbali di Bernardo Pace, il collaboratore di giustizia morto suicida nel carcere di Torino, entrano nel processo Hydra e restituiscono uno spaccato inquietante del cosiddetto “sistema mafioso lombardo”.
Pace aveva iniziato a parlare da meno di un mese. Due verbali appena, prima della morte. Eppure, quanto basta per confermare uno dei pilastri dell’inchiesta: l’esistenza di una struttura unitaria tra Cosa Nostra, ’ndrangheta e camorra, capace di operare stabilmente nel Nord Italia.
“Messina Denaro veniva a Milano”
Nel racconto del pentito c’è un passaggio destinato a segnare il processo. “Veniva a Milano e si vedevano allo studio dell’avvocato”. Così Pace descrive gli incontri tra Matteo Messina Denaro e Paolo Aurelio Errante Parrino, figura ritenuta centrale nei rapporti tra Sicilia e Lombardia. Non lo ha mai visto di persona, lo precisa lui stesso: “Io non l’ho mai visto in vita mia”. Ma ciò che riferisce è ciò che conta per gli inquirenti: Errante Parrino manteneva i contatti con il vertice di Cosa Nostra, e quegli incontri avvenivano in luoghi ritenuti sicuri, come uno studio legale riconducibile a un familiare. “Facevano delle riunioni (…) non alla presenza dell’avvocato o anche alle volte c’era”, mette a verbale. Un dettaglio che rafforza l’idea di Milano come crocevia operativo, non solo economico ma anche strategico.
L’ammissione dell’alleanza
Nel suo racconto, Pace non gira intorno al punto centrale dell’indagine. “Esiste l’unione mafiosa”, afferma. Una frase netta, che conferma la tesi della Procura su un “consorzio” criminale capace di mettere insieme interessi, uomini e affari delle tre principali organizzazioni mafiose.
E mentre parla, lascia intendere di conoscere molto di più. Accenna ai rapporti tra Gioacchino Amico e lo stesso Messina Denaro, a traffici illeciti e a operazioni economiche complesse, come le compensazioni di crediti Iva falsi. Un sistema che si muove tra droga, armi e denaro, con ramificazioni che superano i confini regionali.
Le pagine annerite sulla politica
Ma è quando il verbale sfiora il terreno più delicato che il racconto si interrompe. I pm chiedono conto dei rapporti tra l’organizzazione mafiosa ed esponenti politici locali e nazionali. Pace inizia a rispondere: “Allora ci sono…”.
Poi il buio. Intere pagine vengono coperte da omissis, sette, otto fogli completamente anneriti. Il contenuto resta secretato, ma il solo fatto che esista lascia intuire la portata delle dichiarazioni. Il verbale riprende solo quando si passa ad altro, ai legami con organizzazioni cinesi dedite al riciclaggio. Come se il punto più sensibile fosse proprio quello rimasto nascosto.
“Voglio cambiare vita”
Dietro le dichiarazioni, però, c’è anche una dimensione personale. “Voglio intraprendere un nuovo percorso di vita”, aveva detto ai magistrati. “Assicurare ai miei figli e ai miei nipoti una vita lontano dalla mafia”. Parole semplici, pronunciate da chi sapeva di avere poco tempo: “Anche se mi resta poco da vivere, avendo un cancro”. Un tentativo di chiudere con il passato che si è fermato troppo presto.
Un racconto interrotto
La morte di Pace lascia un vuoto investigativo. La sua collaborazione si è fermata all’inizio, quando avrebbe potuto entrare nel dettaglio di nomi, ruoli e relazioni. Restano quei verbali, incompleti ma già pesanti, destinati a intrecciarsi con le dichiarazioni degli altri collaboratori di giustizia. E resta soprattutto quella parte oscurata, che continua a pesare come un’ombra sul processo Hydra.









