Le diplomazie internazionali e i canali militari viaggiano su binari opposti e apparentemente schizofrenici nel ventiquattresimo giorno di guerra in Medio Oriente. Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha annunciato tramite la piattaforma Truth di aver congelato per cinque giorni i piani di attacco statunitensi contro le centrali elettriche e le infrastrutture energetiche dell’Iran. Secondo la Casa Bianca, la decisione sarebbe maturata dopo due giorni di “conversazioni molto positive e produttive” volte a una risoluzione totale delle ostilità.
L’annuncio della tregua energetica è stato però immediatamente gelato da Teheran. L’agenzia di stampa semiofficiale Fars, citando fonti governative, ha smentito categoricamente l’esistenza di qualsiasi canale di comunicazione, diretto o indiretto, con Washington. Secondo i media della Repubblica Islamica, la Casa Bianca avrebbe semplicemente fatto marcia indietro sui bombardamenti strategici dopo le minacce iraniane di colpire simmetricamente le centrali elettriche di Israele e quelle che riforniscono le basi americane nella regione.
A rendere ancora più fragile l’annuncio di Trump ci ha pensato Israele. Pochissimo tempo dopo le dichiarazioni del tycoon, l’aviazione dello Stato Ebraico (Idf) ha lanciato una nuova e violenta ondata di attacchi aerei su Teheran, prendendo di mira siti infrastrutturali del regime e quartier generali della sicurezza.
Raid a Nord e minaccia di blocco nel Golfo Persico
La guerra guerreggiata continua a mietere vittime sul campo. Un bombardamento aereo statunitense ha colpito diverse abitazioni civili nella parte settentrionale di Khorramabad, nella provincia del Lorestan. Secondo l’agenzia iraniana Isna, il bilancio provvisorio è di sei morti e 43 feriti, con quattro case completamente rase al suolo. Nelle stesse ore, lo spazio aereo mediorientale ha registrato l’ennesimo duello balistico, con missili lanciati dall’Iran verso Israele intercettati dai sistemi di difesa dello Stato ebraico (e due vettori neutralizzati persino dall’Arabia Saudita).
Di fronte al rischio di un’invasione o di incursioni costiere, il Consiglio di difesa iraniano ha alzato la posta in gioco militare, minacciando di trasformare il Golfo Persico in un gigantesco campo minato. Qualsiasi attacco alle coste o alle isole della Repubblica Islamica porterà al minamento delle rotte commerciali e degli accessi marittimi. “In tal caso, l’intero Golfo Persico si troverebbe per lungo tempo in una situazione praticamente simile a quella dello Stretto di Hormuz” avvertono da Teheran, paventando il blocco totale del traffico petrolifero mondiale.
Il giallo sulla Guida Suprema e la repressione interna
A rendere il quadro ancora più fosco si aggiungono le indiscrezioni dell’intelligence occidentale sul vuoto di potere al vertice del regime. Secondo quanto rivelato dal Washington Post, che cita funzionari di sicurezza statunitensi e israeliani, il nuovo leader supremo Mojtaba Khamenei sarebbe “ferito, isolato e non risponderebbe ai messaggi”.
L’erede di Ali Khamenei non è mai apparso in video né ha rilasciato messaggi audio dalla sua nomina. Sebbene Cia e Mossad ritengano che sia vivo (nascosto per motivi di sicurezza dopo il raid che ha ucciso il padre), l’intelligence non ha prove certe del fatto che sia effettivamente lui a impartire gli ordini. Nel frattempo, i vertici religiosi e i Guardiani della Rivoluzione starebbero approfittando dell’assenza per consolidare il proprio controllo sul Paese.
Un controllo che si manifesta anche sul fronte della sicurezza interna: il Ministero dell’Intelligence ha annunciato l’arresto di decine di presunti “mercenari al soldo di USA e Israele”, accusati di aver inviato coordinate militari all’emittente dissidente Iran International.








