di Emilio Errigo* – L’esito del referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati, conclusosi con la prevalenza del NO, non può essere letto come l’affermazione di una verità assoluta, né come la vittoria di una parte sull’altra. Piuttosto, esso rappresenta un momento di riflessione collettiva sulla complessità dell’ordinamento costituzionale italiano e sulla delicatezza degli equilibri che regolano il sistema della giustizia.
Quando si interviene su un’architettura istituzionale costruita nel tempo, come quella delineata dalla Costituzione, ogni proposta di riforma deve confrontarsi con la conoscenza del diritto, con la storia delle garanzie costituzionali e con la consapevolezza delle possibili falle che modifiche non sufficientemente meditate possono generare.
Il peso della posizione di Gratteri
In questo contesto, il NO sostenuto con determinazione dal Procuratore della Repubblica di Napoli, Nicola Gratteri, ha assunto a mio avviso un significato che va oltre il merito tecnico del quesito referendario. La sua posizione è stata percepita da una parte significativa dell’opinione pubblica come il richiamo alla prudenza istituzionale di chi, per esperienza diretta, conosce la struttura della giurisdizione, le sue fragilità e i rischi che possono derivare da interventi non pienamente coerenti con l’impianto costituzionale.
La sorpresa della partecipazione giovanile
Da osservatore e da autore di queste brevi riflessioni, ho avuto modo di cogliere un fenomeno sociologicamente rilevante: la forte affluenza al voto, superiore a molte previsioni, e soprattutto la partecipazione di un numero significativo di giovani, provenienti dal Nord, dal Centro e in misura ancora più evidente dal Mezzogiorno d’Italia.
Un dato che merita attenzione, perché da tempo si registra tra le nuove generazioni una distanza crescente dalle istituzioni e dai processi democratici. In poche parole: della politica, ai giovani, interessa sempre meno…
In questa occasione, invece, si è verificato un fatto diverso.
Molti di loro si sono avvicinati al tema della giustizia e della separazione delle carriere senza possedere una formazione giuridica specifica, senza conoscere nel dettaglio le norme costituzionali o i delicati equilibri tra pubblico ministero e giudice, ma spinti da un interesse autentico, alimentato anche dall’esposizione mediatica di magistrati autorevoli e, in particolare, dalla figura del Procuratore Gratteri.
Il rapporto tra istituzioni e nuove generazioni
Secondo una mia convinzione, da un punto di vista puramente sociologico, questo fenomeno è tutt’altro che marginale.
Quando una personalità istituzionale riesce a parlare alle nuove generazioni con linguaggio chiaro, diretto e comprensibile, si crea un processo di identificazione che non nasce da propaganda, ma dal riconoscimento di coerenza, rigore e credibilità personale.
Negli incontri nelle scuole, nelle università, nei dibattiti pubblici e nelle manifestazioni culturali, Gratteri ha costruito negli anni un rapporto costante con i giovani, affrontando temi complessi (dalla criminalità organizzata alla legalità, fino al funzionamento della giustizia) con uno stile comunicativo semplice ma mai superficiale.
Fiducia costruita nel tempo
È in questo rapporto che si può leggere, almeno in parte, la partecipazione registrata a questo referendum.
Non perché i giovani abbiano aderito a una verità preconfezionata (nessuno può averla!), ma perché hanno percepito nella posizione espressa da un magistrato impegnato da decenni nella lotta alla criminalità organizzata un punto di riferimento credibile, capace di richiamare l’attenzione sulla necessità di conoscere prima di riformare, di comprendere prima di modificare, di studiare prima di decidere.
Il consenso raccolto attorno al NO non deve quindi essere interpretato come il risultato di una suggestione, ma come il segnale di una fiducia costruita in tanto tempo. Tempo dedicato ai giovani. La figura di Nicola Gratteri, nel contesto sociale attuale, assume il valore simbolico di un’istituzione che parla fuori dai palazzi, che entra nelle scuole, che si confronta con i cittadini e che non rinuncia a esprimere il proprio pensiero anche quando questo può risultare scomodo per la politica o per l’opinione dominante.
Un segnale democratico da non sottovalutare
Da curioso e attento osservatore, ritengo che questo sia l’aspetto più significativo emerso da questa consultazione: il ritorno dell’interesse civico tra i giovani, anche quando non sostenuto da una piena conoscenza tecnica, rappresenta comunque un segnale democratico positivo.
Una democrazia vive non solo della competenza degli esperti, ma anche della partecipazione dei cittadini, e quando le nuove generazioni tornano ad ascoltare, a discutere e a votare, significa che il legame con le istituzioni non è spezzato.
La lezione del referendum
Il referendum sulla separazione delle carriere lascia dunque una lezione importante.
Le riforme della giustizia non possono essere affrontate come se fossero semplici scelte politiche, perché incidono sull’equilibrio costituzionale dello Stato.
Ma allo stesso tempo, il coinvolgimento dei cittadini dimostra che esiste ancora uno spazio pubblico in cui il confronto, anche acceso, può trasformarsi in crescita democratica.
Se oggi molti giovani dichiarano di credere nel libero pensiero del Procuratore Gratteri, ciò non significa adesione a una verità assoluta, ma riconoscimento di un metodo: quello di chi invita a conoscere prima di giudicare, a studiare prima di cambiare e a difendere l’equilibrio delle istituzioni come patrimonio comune della Repubblica.
*Emilio Errigo, nato Reggio Calabria, Generale di Brigata della Guardia di Finanza in riserva, attualmente è docente universitario di Diritto Internazionale e del Mare, e di Management delle Attività Portuali, presso l’Università della Tuscia








