Non è solo un’operazione antidroga. È una fotografia aggiornata del potere economico della ’ndrangheta. A metterlo nero su bianco è il procuratore capo della Dda di Catanzaro, Salvatore Curcio, che durante la conferenza stampa sull’operazione “Aquarium” ha lanciato un messaggio chiaro: “Ancora oggi, nel 2026, la comunità non ha la piena consapevolezza delle dimensioni del fenomeno e dell’enormità delle ricchezze accumulate dalle organizzazioni di ’ndrangheta”. Un passaggio che pesa quanto l’operazione stessa, culminata con 15 misure cautelari nei confronti di soggetti ritenuti legati al locale di Ariola, espressione della cosca Maiolo di Acquaro.
Il narcotraffico cuore del sistema: “È il principale finanziamento”
Il punto centrale dell’indagine è il narcotraffico, che si conferma asse portante delle attività criminali. Curcio lo dice senza mezzi termini: “Il narcotraffico si è rivelato uno dei maggiori sistemi di autofinanziamento della cosca, anzi il maggiore sistema insieme al riciclaggio”.
Un modello ormai consolidato: droga come fonte primaria, riciclaggio come strumento per trasformare il denaro illecito in economia legale. E proprio qui emerge il paradosso delle cosche moderne: “Il problema non è come fare soldi, ma dove reinvestire e riciclare tutti quelli che hanno fatto”.
Clan sempre più tecnologici: chat criptate e criptofonini
L’inchiesta mette in luce un salto di qualità inquietante. La ’ndrangheta evolve, si aggiorna, si digitalizza. Lo conferma ancora Curcio: “Le organizzazioni di ’ndrangheta si sono evolute per restare al passo con il progresso tecnologico”.
Il locale di Ariola, infatti, utilizzava messaggistica criptata, piattaforme difficili da intercettare come quelle già emerse in altre inchieste internazionali. Un dato che cambia completamente lo scenario investigativo: “Un aspetto che ha reso le indagini più complicate”, ammette il procuratore. La nuova frontiera è chiara: dark web, criptofonini e comunicazioni blindate, strumenti che impongono alle forze dell’ordine un continuo salto di qualità.
Il clan Maiolo e il dominio sul traffico
Le indagini della Guardia di finanza hanno delineato una struttura solida, radicata e capace di espandersi fuori regione. A guidarla, secondo l’accusa, Angelo Maiolo, descritto come:
“dominus dell’organizzazione, specializzato in particolare nel narcotraffico”.
Un sistema rodato, fatto di corrieri del Vibonese, trasporti su gomma e una rete logistica che attraversava l’Italia. Come spiegato dagli investigatori, la droga viaggiava fino al porto di Civitavecchia, per poi essere smistata tra Lazio e Abruzzo, dove erano stati allestiti veri e propri hub di stoccaggio, in particolare tra Montesilvano e il Chietino.
Un’organizzazione nazionale: droga e affari da 10 milioni
L’operazione ha ricostruito numerosi episodi di traffico, con numeri che confermano la dimensione industriale del business: oltre 750 chili di marijuana e 11 chili di cocaina, per un valore stimato di più di 10 milioni di euro. Ma il dato più rilevante, secondo gli inquirenti, è un altro: la capacità del clan di proiettarsi su scala nazionale, con ramificazioni in più regioni e collegamenti con altri contesti criminali.
“’Ndrangheta holding”: un potere economico senza precedenti
Curcio richiama anche un dato storico, ma ancora attuale: “Già nel 2008 uno studio Eurispes stimava in 44 miliardi di euro i proventi della ’ndrangheta”. Un volume di affari paragonabile, all’epoca, al Pil di interi Stati europei. E la riflessione finale è inevitabile:
“Sono passati vent’anni, facciamoci due conti”. Tradotto: oggi il potere economico delle cosche è verosimilmente molto più grande.









