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5 Aprile 2026
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’Ndrangheta a Roma, sentenza storica sull’inchiesta “Propaggine”: 24 anni al boss Vincenzo Alvaro. Riconosciuto il “locale”

Il Tribunale di Roma riconosce l’esistenza di una struttura mafiosa stabile. Condanne pesanti per i vertici del clan. Confermato l’impianto accusatorio della Dda della Capitale

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Con una sentenza destinata a segnare un passaggio giudiziario rilevante, il Tribunale di Roma ha sancito la presenza strutturata della ’ndrangheta nella Capitale, riconoscendo l’esistenza di un vero e proprio “locale” mafioso operativo sul territorio romano.Il verdetto arriva al termine del primo grado del processo nato dall’inchiesta “Propaggine”, coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia. I giudici hanno inflitto una condanna a 24 anni di reclusione a Vincenzo Alvaro, ritenuto figura di vertice del gruppo criminale. Per Antonio Carzo, già giudicato con rito abbreviato, era stata stabilita in precedenza una pena di 18 anni.La decisione chiude il primo segmento del procedimento celebrato con rito ordinario e consolida, sul piano giudiziario, un quadro investigativo costruito nel corso di mesi di attività.

L’inchiesta “Propaggine” e il lavoro della Dda

L’impianto accusatorio, sostenuto dalla Direzione distrettuale antimafia di Roma, ha trovato pieno riscontro nella sentenza. In aula erano presenti il procuratore capo Francesco Lo Voi e il pubblico ministero Giovanni Musarò, oggi in servizio presso la Procura nazionale antimafia e antiterrorismo. L’indagine aveva delineato un sistema criminale radicato e capace di operare nella Capitale con modalità riconducibili alla tradizione della ‘Ndrangheta, evidenziando una continuità organizzativa e operativa con le strutture calabresi.Nel corso delle numerose udienze, l’accusa ha ricostruito i rapporti interni al gruppo e le attività illecite svolte, portando all’attenzione del Tribunale elementi ritenuti sufficienti a configurare l’associazione mafiosa.

Le accuse e il quadro dei reati

Il procedimento ha riguardato una pluralità di contestazioni, tutte ricondotte, a vario titolo, agli imputati. Al centro del processo vi è il reato di associazione mafiosa, affiancato da accuse che descrivono un’attività criminale articolata.Tra queste figurano la gestione del traffico di sostanze stupefacenti, episodi di estorsione aggravata e la detenzione illegale di armi da fuoco. A ciò si aggiungono operazioni di intestazione fittizia di beni, finalizzate a schermare patrimoni, e condotte di truffa ai danni dello Stato aggravata dalla finalità mafiosa.Il quadro si completa con ipotesi di riciclaggio, favoreggiamento aggravato e concorso esterno in associazione mafiosa, delineando un sistema che, secondo l’accusa accolta dai giudici, avrebbe agito in modo stabile e organizzato.

Un passaggio giudiziario rilevante

La sentenza rappresenta un punto fermo nel procedimento di primo grado e certifica, sul piano giudiziario, la presenza di un’articolazione della ’ndrangheta a Roma.Il processo proseguirà nelle fasi successive previste dall’ordinamento, mentre resta confermata, allo stato, la valutazione espressa dal Tribunale sulla base degli elementi acquisiti nel dibattimento.

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