I carabinieri del Comando provinciale di Catanzaro hanno eseguito un’ordinanza di custodia cautelare in carcere firmata dal gip su richiesta della Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro. Le manette sono scattate simultaneamente tra Catanzaro, Borgia e Gimigliano, per tre uomini ritenuti gravemente indiziati di tentata estorsione aggravata dalle modalità mafiose: Angelo Mazza, trent’anni, residente a Borgia, Salvatore Montesano e Saverio Ciambrone. Tre nomi, tre episodi distinti, un filo conduttore unico: il tentativo sistematico – secondo le ipotesi accusatorie – di imporre il cosiddetto “pizzo” agli imprenditori che lavorano nel territorio di Roccelletta di Borgia, zona della provincia catanzarese storicamente segnata dalla presenza della cosca Catarisano.
Le carte dell’inchiesta
Le richieste estorsive, secondo l’impianto accusatorio, non erano minacce dirette, esplicite, urlate in faccia. Al contrario, il meccanismo era quello classico della “minaccia implicita”: un’allusione, un riferimento velato a nomi noti, a persone detenute, alla necessità di “regolarizzarsi”. Un linguaggio che chi vive in certi territori comprende immediatamente, e che si traduce in una sola domanda: vuoi continuare a lavorare qui?
Il pizzo allo stabilimento balneare: quattromila euro per la “tranquillità ”
Il primo episodio contestato riguarda uno stabilimento balneare di Roccelletta di Borgia. Secondo l’accusa, Mazza si sarebbe avvicinato al titolare e amministratore unico della ditta prospettandogli la necessità di versare quattromila euro — duemila a inizio stagione, duemila a fine stagione — per garantire il mantenimento dei detenuti appartenenti alla cosca Catarisano. La cifra non veniva richiesta a titolo di protezione generica: nel discorso di Mazza, stando agli atti, compariva il nome di Bruno Abbruzzo, figlio dell’attuale reggente Pietro Abbruzzo, entrambi già arrestati il 22 febbraio 2024 nell’ambito dell’operazione “Scolacium” e condannati dal gup del Tribunale di Catanzaro il primo dicembre 2025. Veniva evocato anche il fratello Salvatore Abbruzzo, esponente di vertice dello stesso sodalizio, condannato in via definitiva nell’operazione “Jonny” e detenuto dal maggio 2017. Nomi pesanti, pronunciati non per caso. Per gli inquirenti servivano a ricordare alla vittima con chi aveva a che fare. La vittima, però, ha scelto di non pagare e di denunciare. Una scelta che ha dato il via all’indagine.
“Ve ne dovete andare da qua”: le minacce all’impresa
Il secondo episodio, contestato ha come vittima una ditta impegnata in un cantiere a Roccelletta di Borgia. Qui il linguaggio si fa ancora più diretto, quasi teatrale. Il 29 agosto 2025, a bordo di una Smart, Mazza raggiunge l’incrocio avvicina a un operaio, rivolgendogli parole che gli inquirenti hanno cristallizzato negli atti: “Mastro… senza tante spiegazioni, oggi dovete andare da qua… ve ne dovete andare da qua… e voi poi parlate con chi parlate”.
Nessun nome, nessuna cifra. Ma il messaggio era chiaro: o ci si “regolarizza” — termine che nel gergo mafioso significa mettersi a posto pagando — oppure si smette di lavorare. L’evento estorsivo non si è consumato per cause indipendenti dalla volontà dell’indagato, come si legge negli atti. Ma le parole erano già abbastanza.
La trattativa in tre atti: Gimigliano, il cantiere e la telefonata
Il terzo episodio è forse il più articolato sul piano operativo, e coinvolge tutti e tre gli indagati. La vittima è il titolare di una ditta con sede a Gimigliano e cantiere attivo a Roccelletta di Borgia. L’approccio è avvenuto in due fasi distinte, quasi come una trattativa commerciale condotta con i metodi della criminalità organizzata.
Il 10 luglio 2025, Saverio Ciambrone, detto “Vèvè”, si presenta direttamente alla sede della ditta a Gimigliano. Parla di “amici” detenuti da sostenere economicamente, cita esplicitamente l’appartenenza di questi detenuti alle cosche di Borgia e alla cosca Scalise di Decollatura, e avverte che altre persone intendono parlare con il titolare di persona. Un annuncio, non ancora una richiesta definitiva.
Il 14 luglio 2025 arrivano Mazza e Montesano. Si presentano al cantiere a Roccelletta, chiedono del titolare — che in quel momento è assente. Montesano lo chiama al telefono, si qualifica come “l’amico del Ciambrone” e gli fa capire che vogliono incontrarlo. Quando l’imprenditore vessato spiega che la sua ditta opera in subappalto per conto di un’altra impresa crotonese, Montesano interrompe la telefonata e i due si allontanano. Anche in questo caso, l’imprenditore ha sporto denuncia.
L’operazione “Scolacium” e la continuità del clan
L’inchiesta “Pay Up” non nasce nel vuoto. Si inserisce nel solco tracciato dall’operazione “Scolacium”, che nel febbraio 2024 aveva decapitato il vertice della cosca Catarisano con l’arresto di Pietro e Bruno Abbruzzo, poi condannati in primo grado a dicembre 2025. Eppure, nonostante il colpo durissimo subito dal clan, le indagini dimostrano — sempre nella prospettiva dell’accusa e nella fase preliminare del procedimento — che l’organizzazione non si è fermata.
Il meccanismo del “mantenimento dei detenuti” è uno strumento tipico delle organizzazioni mafiose: non serve solo a sostenere economicamente chi è in carcere, ma ha una funzione simbolica e organizzativa precisa. Rafforza il vincolo associativo, dimostra che il clan continua a esistere e a operare anche quando i suoi capi sono dietro le sbarre, e al tempo stesso mantiene il controllo del territorio attraverso la paura.
Le denunce che hanno fatto la differenza
C’è un elemento che accomuna tutti e tre gli episodi contestati: le estorsioni non si sono consumate. In due casi perché le vittime si sono opposte con fermezza e hanno denunciato; in un caso per cause indipendenti dalla volontà degli indagati. È un dettaglio che gli investigatori sottolineano con forza, e che merita di essere ricordato.
La prima denuncia — nel maggio 2025 — ha innescato l’operazione “Pay Up”. Senza quella scelta coraggiosa, probabilmente nessuno di questi tre episodi sarebbe emerso. È la conferma, ancora una volta, che la collaborazione delle vittime rimane lo strumento più efficace per smantellare il meccanismo estorsivo sul quale le organizzazioni mafiose fondano parte del loro potere economico e simbolico.
Le indagini: intercettazioni, telecamere e pedinamenti
Sul piano tecnico, le indagini condotte dal Nucleo investigativo dei carabinieri di Catanzaro, sotto il coordinamento della Dda, si sono avvalse di un impianto investigativo classico ma solido: intercettazioni telefoniche e ambientali, analisi dei sistemi di videosorveglianza presenti nelle aree interessate, e servizi di osservazione e pedinamento. È attraverso questi strumenti che gli inquirenti hanno ricostruito gli spostamenti degli indagati, le loro conversazioni e i loro incontri con le vittime. I telefoni cellulari e le relative schede SIM sono stati posti sotto sequestro nell’ambito delle perquisizioni autorizzate dal decreto, nella prospettiva di acquisire ulteriori elementi utili alle indagini.









