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27 Marzo 2026
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La sbornia post-referendum e la grande illusione del campo largo: perché in Calabria non cambierà nulla

Il risultato referendario viene letto come un test politico, ma l’equazione tra voto e rapporti di forza è fuorviante. Nel centrosinistra non c'è ancora un vero progetto politico alternativo a Meloni

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Passata la sbornia post-referendaria restano i contenuti delle tante prese di posizioni connesse al voto espresso dagli italiani. Le numerose analisi hanno sostanzialmente seguito due direttive principali, la prima incentrata sulle conseguenze del risultato referendario sugli attuali equilibri politici a livello regionale, la seconda, ampliando lo scenario a livello nazionale, sugli effetti, sia in termini temporali che di importanza, della bocciatura della riforma sulle prossime consultazioni politiche. Riteniamo che la maggior parte delle prese di posizione parta da un comune errore, ravvisabile nell’aver ritenuto l’esito del referendum un parametro idoneo per determinare gli attuali – e quelli che saranno in futuro – rapporti di forza tra centrodestra e centrosinistra.

L’equazione sbagliata tra “No” e consenso politico

L’equazione tra i numeri del No e la consistenza delle forze politiche del perenne nascituro campo largo – destinato, sull’altare della scelta del leader nazionale, ad un probabile aborto – rappresenta l’input dal quale sono discese sia, per quanto ci riguarda più da vicino, le considerazioni in ordine al presunto ridimensionamento del presidente Occhiuto, sia le spropositate esultanze di Conte, Schlein e del duo Fratoianni & Bonelli.

Vi spiego perché Occhiuto esce rafforzato

Entrando nel merito delle singole questioni, va osservato che in Calabria, nell’ambito del centrodestra, il meno rammaricato – in quanto paradossalmente ne esce rafforzato – è proprio il governatore. Egli, infatti, per quanto concerne l’esercizio del potere in senso stretto (nomine ed incarichi negli enti regionali) continuerà a gestirlo come un monarca assoluto poiché, essendo al suo secondo mandato e quindi non più ricandidabile, non è soggetto a quei condizionamenti, discendenti dalla ricerca dei giusti equilibri con gli alleati, che presiedono l’agire di chi mira alla riconferma. Se a tutto questo si aggiunge il fatto che in consiglio regionale non sono molte le persone disposte a mettere a rischio la propria poltrona ed i propri benefici, si comprende molto bene come parlare di ridimensionamento sia fuorviante.

Il paradosso politico: il “No” che rafforza

Esclusa ogni ipotesi in tal senso, occorre soffermarsi sui motivi del rafforzamento politico di Occhiuto quale frutto paradossale della vittoria del No. Lo scenario che egli, al termine del secondo mandato di governatore, si ritroverà di fronte – atteso che non è ipotizzabile che possa dimettersi prima da una carica che conta, per come la esercita, quanto due ministeri messi insieme per candidarsi al parlamento il prossimo anno – sarà quello di un lungo periodo di disoccupazione politica, da intendersi nel senso di indisponibilità immediata di poltrone appetibili, col conseguenziale rischio di cadere nell’anonimato. Un rischio, questo, che Occhiuto non intende correre ed infatti già da tempo si è mosso per insidiare la leadership dell’attuale segretario nazionale ed in questo suo progetto ogni evento che indebolisce Tajani, e la bocciatura della riforma della giustizia certamente lo è, rafforza la posizione di Occhiuto.

A conferma di tutto questo non appare ozioso citare due circostanze: la prima attinente al fatto che, pur essendo la riforma della giustizia il tema clou di Forza Italia, il partito in Calabria, dove Occhiuto è il leader indiscusso, non si è speso in maniera adeguata, rimanendo latitante in alcune province – Vibo docet – ed organizzando eventi di scarso rilievo nel resto del territorio; la seconda inerente alle tensioni emerse in un confronto tra i vertici nazionali del partito dopo l’esito negativo del referendum, avente ad oggetto i dati evidenziati da diversi istituti statistici in ordine al consistente numero di elettori forzisti che hanno votato No oppure non si sono recati alle urne. In quella sede Tajani ha accostato il disimpegno-tradimento di questi ultimi al pericoloso gioco di farsi male da soli posto in essere da qualche dirigente nazionale.

Il “campo largo” e l’illusione del consenso

Passando alla seconda questione, quella inerente all’impropria equazione tra la vittoria del No e la consistenza elettorale del così detto campo largo, non sorprende per nulla la reazione dei leader nazionali del PD, Movimento 5 Stelle e AVS, i quali hanno festeggiato l’esito del referendum sul presupposto che esso rappresentasse più che la bocciatura di una riforma costituzionale mal gestita la certificazione di un consenso elettorale che premia la loro opera e che, trasferito in sede politica, garantirebbe la conquista di Palazzo Chigi.

La realtà è completamente diversa da quella prospettata e dice che sono trascorsi quasi quattro anni ed i leader dell’opposizione non sono riusciti ad elaborare un progetto politico alternativo all’azione di governo del centrodestra, un’inconsistenza qualitativa che emerge in modo chiaro anche dalla continua ricerca di realtà – Pro pal, pro Amas, centri sociali, anarchici, no tav, no ponte, flottiglie varie – o soggetti con posizioni a dir poco sui generis (Orsini, Albanese, Di Cesare, Soumahoro, Salis) ai quali accodarsi, trasformandoli negli idoli del momento, per nutrirsi della loro luce riflessa.

Referendum e voto politico: due mondi diversi

La verità è che il voto referendario rappresenta un mondo completamente diverso rispetto al voto politico, tant’è che i sondaggi di quest’ultimi giorni rilevano che se si andasse al voto anticipato saremmo di fronte a tutt’altra storia. In tal senso riteniamo illuminante l’analisi dell’ex consigliere regionale di AVS Antonio Lo Schiavo il quale, nel commentare il voto, tra le altre cose chiarisce come sia estremamente sbagliato accostare tale risultato ad un voto politico.

Nel caso di specie gli elettori si sono pronunciati sul principio che la Costituzione non si modifica a colpi di maggioranza semplice, ma attraverso un consenso ampio e concordato tra tutte le componenti politiche ed il consenso del corpo elettorale sul punto non può essere trasformato in ideologico ed attribuito all’area politica o ai partiti schierati contro la riforma della giustizia proposta dal governo.

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