C’è un momento, nella vita di ogni governo, in cui l’indomabilità cede il passo alla vulnerabilità. Per Giorgia Meloni, quel momento ha un nome preciso, una data e persino un colore: il verde della scheda referendaria del 22 e 23 marzo 2026. Il No alla riforma costituzionale — la sua riforma, orgogliosamente battezzata “Meloni-Nordio”, costruita pezzo per pezzo in quattro anni di legislatura — ha travolto l’esecutivo con la forza silenziosa di un’onda anomala. Il 53,74% degli italiani ha detto no. Diciassette regioni su venti hanno detto no. E i giovani — quella generazione che il centrodestra ha corteggiato con slogan e simboli identitari — hanno detto no oltre il 60%.
Non è stata una sconfitta. È stato uno schiaffo istituzionale, sonoro, con il palmo aperto.
La débâcle e l’effetto domino
Il referendum sulla separazione delle carriere in magistratura non era, almeno nell’intenzione dei suoi artefici, una questione tecnica di diritto costituzionale. Era la grande battaglia ideologica del centrodestra: la rivincita storica contro quella magistratura che aveva affondato la Prima Repubblica e “perseguitato” — questa la narrazione — Silvio Berlusconi. Era, in una parola, la vendetta elevata a norma costituzionale.
Ebbene, la sconfitta al referendum ha rappresentato una débâcle per il governo Meloni, che ha fortemente voluto la revisione costituzionale approvata dal Parlamento. L’affluenza definitiva si è attestata al 58,9%, un dato che ha superato nettamente le due precedenti tornate elettorali nazionali. Un’affluenza che, in assenza di quorum, ha trasformato il voto in un termometro politico inequivocabile: gli italiani si sono mobilitati per bocciare, non per astenersi, come accade da molti anni.
E le conseguenze non si sono fatte attendere. Con la rapidità di un domino, sono cadute le teste. Prima il sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro, a lungo scudato dall’esecutivo. Poi Giusi Bartolozzi, capogabinetto del ministero di Nordio.
Le dimissioni di Santanchè sono state clamorose anche perché le due — premier e ministra — fanno parte dello stesso partito, Fratelli d’Italia, di cui Meloni è leader e Santanchè uno dei personaggi più di rilievo. Tre anni di scudi parlamentari, mozioni di sfiducia respinte, difese d’ufficio rivendicate con orgoglio: tutto dissolto nel giro di quarantotto ore, come neve al sole di primavera.
Dopo le dimissioni di Daniela Santanchè, Giorgia Meloni ha assunto ad interim la guida del Ministero del Turismo. Il decreto è già stato firmato dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella, dopo un colloquio telefonico con la premier. Un gesto necessario, obbligato dalle circostanze, ma non privo di ironia: la presidente del Consiglio che si ritrova a gestire i flussi turistici mentre il suo governo naviga in acque tutt’altro che amene.
La suggestione del voto anticipato: la mossa Occhiuto su scala nazionale?
Palazzo Chigi in questi giorni assomiglia a un laboratorio di alchimia politica, in cui si distillano scenari e si pesa ogni possibilità sul bilancino del calcolo elettorale. E tra i vapori di questa officina, circola una voce — neanche troppo sussurrata — che farebbe impallidire i puristi della stabilità istituzionale: il voto anticipato.
Anche tra i ministri correrebbe voce persino della tentazione di “ribaltare il tavolo” e andare in questa direzione, addirittura con una data: il 7 giugno. Il ragionamento, tutto interno alla maggioranza, è brutalmente pragmatico: un’accelerazione verso il voto potrebbe lasciare meno tempo al campo largo per organizzarsi.
Il centrosinistra, euforico per la vittoria referendaria ma ancora privo di un candidato premier — che potrebbe scaturire dalle primarie — e di un programma condiviso, potrebbe sentirsi più forte adesso che tra un anno.
Se questo schema vi suona familiare, è perché lo avete già visto in azione, a latitudini più meridionali. Roberto Occhiuto, governatore della Calabria e vicesegretario nazionale di Forza Italia, nell’estate del 2025 ha alzato l’asticella della creatività politica italiana a livelli degni di una manuale di scienza della politica machiavellica. Il governatore della Calabria ha annunciato in un video sui social le sue dimissioni da presidente della Regione dopo l’indagine per corruzione che l’ha coinvolto. Ma ha fatto sapere che si sarebbe subito ricandidato: “Non ci faremo fermare”.
La mossa — dimissioni volontarie seguite da immediata ricandidatura, costringendo l’avversario a combattere sulle spiagge — ha assunto subito le sembianze di una strategia celata in un calcolo politico preciso: anticipare i tempi e ricandidarsi immediatamente, prima che la situazione giudiziaria potesse aggravarsi.
Ora Meloni, da quanto si apprende, starebbe valutando se esportare quella logica su scala nazionale. La Calabria come laboratorio. Occhiuto come ispiratore. E Roma come campo di battaglia. Da lunedì si rincorrono le voci di una “suggestione” per il ritorno immediato alle urne per evitare il rischio di logoramento e cogliere in contropiede il campo progressista, che al momento potrebbe — secondo taluni gli analisti — non essere pronto alle urne.
L’accelerata sulla legge elettorale
Certo, la strada è irta di ostacoli. Il Quirinale ha sempre mostrato freddezza davanti all’ipotesi di una chiusura anticipata della legislatura. E Mattarella, che con i fuochi artificiali ha scarsa familiarità, non è tipo da assecondare dissoluzione parlamentare a capriccio di chi si è scottato con il referendum. Resta ferma la volontà di Meloni di accelerare sulla legge elettorale, il cui iter in commissione alla Camera partirà il 31 marzo. Una fretta che racconta, in filigrana, tutto l’inquieto agitarsi di chi vuole ridisegnare le regole del gioco prima che qualcuno cambi i giocatori.
Il terremoto azzurro: Marina muove le pedine
Se il palazzo di Meloni traballa, quello di Antonio Tajani rischia il crollo strutturale. Il referendum ha fatto esplodere in Forza Italia tensioni sopite da mesi, anzi da anni, come faglie tettoniche in attesa del giusto sisma. E il sisma è arrivato, puntuale, con il sigillo della famiglia Berlusconi.
La sconfitta al referendum sulla giustizia ha innescato una serie di cambi nelle dirigenze dei partiti di centrodestra. Al ministero della Giustizia ci sono state le dimissioni del sottosegretario meloniano Andrea Delmastro e della capa di gabinetto del ministro Carlo Nordio, Giusi Bartolozzi; poi è stato il turno di Forza Italia con le dimissioni del capogruppo al Senato Maurizio Gasparri, legate, oltre che al referendum, soprattutto ad alcuni malumori presenti già da diverso tempo nel partito e nella famiglia del fondatore, Silvio Berlusconi.
La meccanica dell’operazione è degna di un thriller politico di buona fattura. Una lettera che chiedeva la rimozione di Gasparri è stata firmata da più della metà dei 20 senatori del gruppo di Forza Italia in Senato, tra cui due ministri: Maria Elisabetta Alberti Casellati e Paolo Zangrillo. L’iniziativa pare sia stata organizzata martedì sera da Claudio Lotito — sì, proprio il patron della Lazio, perché in Italia la politica e il calcio sono discipline che si nutrono a vicenda —. Le dimissioni di Gasparri non sono state causate soltanto dall’iniziativa di Lotito: ha avuto un peso anche la volontà di Marina Berlusconi, figlia di Silvio, quindi molto influente nel partito.
Marina Berlusconi, nelle settimane precedenti al voto, si è schierata apertamente per il Sì — una battaglia sentita come eredità diretta del padre —. La disfatta referendaria l’ha trasformata in un’azionista di controllo desiderosa di rivedere il management. Da mesi la primogenita del Cavaliere, quando parla del partito, traccia due binari: ringrazia sempre Tajani per avere assunto la guida di Forza Italia dopo la morte del padre, ma allo stesso tempo usa l’espressione “fase nuova”. Un’alchimia verbale che lascia intuire come per Tajani la poltrona di segretario azzurro sia sempre meno comoda.
La tattica è chirurgica: non colpire Tajani direttamente — sarebbe troppo brutale, rischierebbe di spaccare il partito — ma i suoi fedelissimi. Marina Berlusconi e la famiglia, del resto, non hanno mai apprezzato il fatto che Tajani abbia assegnato ruoli di rilievo nel partito a una cerchia ristretta di suoi storici collaboratori.
Al posto di Gasparri è arrivata Stefania Craxi — figlia di Bettino, presidente della commissione Esteri, donna di lungo corso — con il plauso esplicito di Arcore. Marina Berlusconi ha commentato: “Ho grande stima per Stefania Craxi, da tempo sostengo l’apertura della classe dirigente”. Su Antonio Tajani ha aggiunto: “Per lui stima immutata”. “Stima immutata” è, nel lessico berlusconiamo, una locuzione che equivale più o meno a “per ora lo lasciamo al suo posto”.
E Tajani? Il segretario avrebbe avuto un colloquio telefonico teso con Marina: l’argomento sarebbe stato proprio Barelli, che Tajani ha intenzione di tutelare nel suo ruolo. Secondo voci insistenti da più parti riportate, il vicepremier avrebbe persino minacciato di dimettersi da segretario nel caso in cui la pressione toccasse anche il capogruppo alla Camera. Un bluff? Un atto di coraggio? O, più semplicemente, la disperazione di chi sa che il gioco si sta facendo pericolosamente serio?
La partita calabrese: da Catanzaro alla poltrona di segretario?
Ed è qui che la geografia riacquista il suo peso specifico, e la Calabria torna prepotentemente al centro della scena politica nazionale. Perché se si cerca un nome capace di incarnare la “fase nuova” auspicata da Marina Berlusconi, le bocche di Roma pronunciano sempre più spesso lo stesso nome: Roberto Occhiuto.
Il dubbio che Occhiuto stia ponendo le basi per “scalare” i vertici di Forza Italia permane, e da qui sarebbe venuta la tensione politica interna alla lista moderata presente nella coalizione di centrodestra.
Per Forza Italia il referendum è stato un disastro: non solo per il trionfo del No nelle regioni amministrate dagli azzurri, a partire dalla Sicilia di Renato Schifani e dalla Calabria di Roberto Occhiuto, ma anche per il numero di elettori — il 18%, secondo un sondaggio — che avrebbe “tradito” sulla battaglia considerata e presentata come il compimento dell’eredità del Cavaliere.
Paradossalmente, questa sconfitta potrebbe accelerare la promozione di Occhiuto. Un partito che ha perso credibilità sul terreno giudiziario cerca ora un volto nuovo che non porti il peso di quella disfatta. E Occhiuto, dalla sua Regione, può permettersi di presentarsi come colui che il referendum l’ha perso ma che la fiducia dei calabresi l’ha vinta.
La domanda che circola a Roma è semplice: Occhiuto è il futuro di Forza Italia, o Forza Italia è il trampolino verso un futuro ancora più grande di Occhiuto? La risposta, probabilmente, la conosce solo Marina Berlusconi. E per ora non la sta dicendo, il che, nel codice genetico della politica italiana, significa già moltissimo.
Il centrodestra ai raggi X: un gigante dai piedi d’argilla
Guardando il quadro d’insieme, emerge un centrodestra che assomiglia a quei palazzi nobiliari del Meridione: una facciata imponente, persino maestosa, e una struttura interna che scricchiola a ogni passaggio. Il governo Meloni, che fino a pochi giorni fa sembrava una forza inossidabile, si risveglia dopo il referendum e scopre di essere un gigante dai piedi d’argilla.
Fratelli d’Italia, fin qui monolitico come un granito, mostra le sue prime crepe interne. La Lega, alleata irrinunciabile e irriducibilmente tiepida sulla legge elettorale, fa sapere con salviniana eloquenza che non si sente in obbligo di seguire Meloni in avventure elettorali premature. Forza Italia, come abbiamo visto, è alle prese con una resa dei conti dinastica.
In tutto questo i sondaggi post-referendum rivelano anche qualcosa di più insidioso: il campo progressista, complessivamente, supererebbe il centrodestra nei consensi aggregati. Per la prima volta da anni, la maggioranza di governo si ritrova in una posizione di relativo svantaggio nel confronto con l’avversario.
Ed è in questo spazio — tra la solidità residua della premier e la vulnerabilità crescente della coalizione — che si annida l’incertezza politica dei prossimi mesi. Un’incertezza che ha il sapore del bivio: o si va avanti, resistendo all’erosione e puntando sulla naturale scadenza del 2027, oppure si gioca l’ultima carta dell’azzardo, il voto anticipato.
Il Sud come bussola
La Calabria, in tutto questo, non è uno sfondo. È una protagonista. Ha già dato al centrodestra il suo laboratorio politico più originale — la mossa Occhiuto — e ora potrebbe offrire anche la sua prossima classe dirigente. La nostra regione ha dimostrato, con il voto referendario, di non essere un territorio docilmente fedele alle indicazioni di partito.
Il prossimo capitolo si scriverà a Roma, certo. Ma le prime bozze, come spesso accade nella storia d’Italia, provengono da qui.









