Clima sempre più teso alla casa circondariale di Paola, dove dal 25 marzo è partita una protesta del personale di Polizia penitenziaria. L’iniziativa, che consiste nell’astensione dalla mensa di servizio, ha registrato un’adesione definita “plebiscitaria”, coinvolgendo circa il 90% degli agenti. Un segnale forte che evidenzia un malessere diffuso e ormai radicato all’interno dell’istituto.
I sindacati: “Lacune ormai insostenibili”
A lanciare l’allarme è la Fns Cisl, che parla apertamente di criticità organizzative e gestionali gravi. Secondo il sindacato, le problematiche che affliggono il carcere sono diventate “non più sostenibili” e non rispondono alle esigenze operative del personale. La protesta ha inoltre ricevuto il sostegno quasi totale anche del personale civile, segno di una situazione condivisa e generalizzata.
Stato di agitazione permanente e rischio escalation
La mobilitazione non si fermerà qui. La Fns Cisl, insieme al Sappe, ha confermato lo stato di agitazione permanente, lasciando intendere che la protesta potrebbe intensificarsi nei prossimi giorni. Se non arriveranno risposte concrete, i sindacati sono pronti a mettere in campo forme di dissenso più incisive, anche coinvolgendo altri livelli istituzionali.
Un sistema sotto pressione
La vicenda del carcere di Paola riporta al centro un tema ormai cronico: quello delle condizioni di lavoro nella Polizia penitenziaria. Tra carenze strutturali, organizzazione fragile e mancanza di risorse, il rischio è quello di una crisi sempre più profonda all’interno del sistema carcerario. E la protesta in corso potrebbe essere solo l’inizio di una mobilitazione più ampia.









